TRIBUNA: Il senso per cui siamo Figli di Dio

Di: Carlos Prosperi

TRIBUNA: Il senso per cui siamo Figli di Dio

Per San Tommaso d’Aquino, la tematica sulla filiazione dell’uomo con Dio ha sfumature importanti. Non è possibile risolverla con una semplice affermazione o negazione, ma distingue tre livelli ben definiti nel modo in cui possiamo predicare tale filiazione di Dio.

Secondo il Dottore Angelico, tutti gli esseri hanno una relazione speciale con Dio, poiché, come Creatore di tutto l’universo, ha un amore speciale per tutte le sue creature. Tuttavia, solamente gli esseri razionali possono chiamarsi propriamente “figli”, e ciò avviene in gradi distinti.

Dicendo esseri razionali non si riferisce semplicemente alla capacità di ragionare, in quanto seguire procedure logiche per arrivare a determinate conclusioni, ma a essere partecipanti del Logos divino.

In effetti, quando Aristotele definisce l’uomo come “animale razionale” non si riferisce all’intelligenza semplicemente razionale o ai sentimenti, che sono anche presenti in molti altri animali, ma alla partecipazione con il Logos, che significa molto più che solamente ragione o parola, e per questo usa nella sua Metafisica i termini greci “ζῷον λογικόν” (zoon logikón), implicando un essere vivente dotato di anima, ragionamento, parola e pensiero logico trascendentale, e inoltre capace di connettersi intellettualmente e amorosamente con il suo Creatore. Anche San Giovanni all’inizio del suo vangelo (Gv 1,1) usa il termine Logos quando dice che “In principio era il Verbo” (Ἐν ἀρχῇ ἦν ὁ Λόγος).

Questo concetto coincide pienamente con la Genesi quando si spiega che l’uomo è immagine di Dio (Imago Dei). L’espressione “a immagine e somiglianza” (Gn 1,26-27) non è una ridondanza, ma significa che l’uomo come immagine è uno specchio che riflette Dio, ma a sua volta, mediante la grazia, tende a una maggiore somiglianza progressiva man mano che si avvicina alla santità. Così lo spiega San Bonaventura nella sua opera Itinerario della mente a Dio.

“Gli dèi non sono Dio”

La breve frase di questo titolo si attribuisce a Benedetto XVI e sintetizza una grande verità in poche parole. È comune parlare degli “dèi” in generale, come se tutti fossero più o meno la stessa cosa, e di conseguenza tutti saremmo figli di Dio o almeno di qualche dio, in una specie di fratellanza massonica universale.

Ma il Dio vero, quello che è uno e trino e che è morto in croce per redimere l’umanità, è uno solo, ben distinto da tutti gli altri dèi, persino quello dei musulmani o degli ebrei con cui condividiamo le verità del “Libro”.

Sebbene il cristianesimo faccia sue molte dottrine delle altre religioni, formando così un patrimonio culturale comune, ci sono altre verità che sono esclusive e lo differenziano.

Come afferma San Giustino nelle sue Apologie: “Il Cristianesimo non è venuto a distruggere nulla, ma a ingrandire e perfezionare tutto. La Rivelazione non distrugge l’edificio intellettuale eretto dai pensatori; al contrario, consolida le sue fondamenta e lo corona con un magnifico coronamento… Ogni verità che dica qualsiasi uomo ci appartiene a noi cristiani, perché noi adoriamo il Logos, che procede direttamente da Dio”.

Per dirlo di nuovo con parole di Benedetto XVI: “Il cristianesimo primitivo ha compiuto una scelta purificatrice: si è deciso per il Dio dei filosofi contro gli dèi delle altre religioni… Quando parliamo di Dio ci riferiamo all’essere stesso, a ciò che i filosofi considerano come il fondamento di tutto l’essere, a colui che hanno esaltato come Dio sopra tutti i poteri; quello è il nostro unico Dio” (Introduzione al cristianesimo).

Ma riprendendo l’opinione di San Tommaso, considera che si può esprimere la filiazione divina in tre modi diversi:

  1. Per creazione (filiación comune)

In un senso molto ampio, tutta la creazione è figlia di Dio, e in un senso più specifico tutti gli uomini siamo figli di Dio perché siamo stati creati da Lui e abbiamo ricevuto il suo soffio divino. E naturalmente, Dio ama in tutti gli umani quell’essenza che ci avvicina alla sua natura.

Secondo San Tommaso: “Il nome di figli di Dio non si applica alle creature se non in quanto partecipano della somiglianza di Dio… L’uomo, per la sua natura razionale, è simile a Dio, e per questo a ogni uomo si può chiamare figlio di Dio in quanto è creato a immagine di Dio” (Suma Teológica, III, q. 23, a. 3).

Tuttavia, lo stesso Aquinate chiarisce dopo che la filiazione propriamente detta richiede di andare ancora oltre, e ha bisogno in senso stretto di una somiglianza di natura o di grazia che proviene dal battesimo e dalla fede, come lo esprime chiaramente San Marco.

Va notato che, sebbene l’amore divino per l’uomo ci includa tutti, ciò non contraddice il fatto che coloro che non hanno fede o sono peccatori saranno condannati, poiché in Dio c’è un equilibrio infinitamente perfetto tra l’amore e la giustizia.

In questo contesto, dire che tutti siamo figli di Dio non apporta nulla di concreto per la morale o la vita cristiana.

In effetti, si può dire che persino il Demonio, in quanto creatura, è amato da Dio e suo figlio, il che non impedisce che sia all’inferno. Lucifero, l’angelo portatore di luce, si condanna quando si rifiuta di servire Dio dicendo: “Non serviam”. Tutto il contrario alla Vergine che si dichiara “Schiava del Signore” (Lc 1,38).

L’espressione di ribellione appare anche nella Bibbia per descrivere la disobbedienza del popolo di Israele verso Dio, che lo aveva come suo popolo eletto, e in quel contesto è una metafora della sua idolatria e tradimento (Ger 2,20).

  1. Per la grazia (filiación adottiva)

Il secondo modo secondo il quale, per l’Aquinate, siamo “figli di Dio” nel senso pieno è attraverso la grazia santificante, il dono divino che ci avvicina alla santità. Questo concetto permette di distinguere tra l’umanità nella sua totalità e quella parte degli uomini che sono uniti a Cristo mediante il sacramento e l’amore.

“Molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti” (Mt 22,14). È falso che tutti si salvino, poiché, sebbene molti siano chiamati, non tutti sono eletti, secondo le parole dello stesso Cristo. Solo si salveranno coloro che saranno battezzati nel nome della Trinità e persevereranno nella fede.

Leggiamo in Romani: “Lo Spirito ci fa figli, e figli e coeredi con Cristo” (Rm 8,14-17), e in Gàlati: “Tutti voi siete figli di Dio per la fede” (Ga 3,26; 4,4-7).

Dice San Tommaso: “La filiazione adottiva è una somiglianza della filiazione naturale, ma si dà in noi per la grazia, non per la natura… Per questo la filiazione adottiva appartiene propriamente a coloro che sono uniti a Cristo per la fede e la carità” (Suma Teológica, III, q. 23, a. 1).

  1. Il caso di Cristo (filiación naturale)

In terzo e ultimo luogo, il Dottore Angelico differenzia essenzialmente la nostra relazione con il Creatore dalla sua relazione con Cristo, indicando che gli umani siamo figli “per partecipazione”, mentre Cristo è Figlio “per essenza”.

Dicendo che siamo figli per partecipazione si significa che l’amore di Dio gratuitamente ci fa partecipanti della sua divinità, senza che lo siamo per natura, poiché continuiamo a essere creature. Cristo, invece, è per la sua propria essenza Figlio di Dio, in quanto seconda Persona della Santissima Trinità.

A questo proposito, chiarisce San Tommaso: “Cristo è Figlio di Dio per natura, secondo la sua divinità; noi siamo figli di Dio per adozione, secondo la partecipazione della grazia” (Suma Teológica, III, q. 23, a. 2).

“Per la grazia santificante l’uomo è fatto partecipante della natura divina e è adottato come figlio di Dio” (Suma Teológica, I-II, q. 110, a. 2).

In piena continuità con questa visione tomista, la Tradizione Apostolica distingue chiaramente tra la paternità di Dio per creazione, che è universale e si applica a tutte le creature, e la filiazione per la grazia, che è specifica dei fedeli cristiani.

La Chiesa Cattolica sostiene anche che la misericordia divina è così grande che eccezionalmente può includere tra coloro che si salvano alcune persone che, senza colpa propria, non abbiano ricevuto il battesimo né conoscano pienamente la vera religione, ma cerchino sinceramente la verità e agiscano conforme alla loro coscienza. Tuttavia, ciò non può essere preso come norma generale.

Magistero dei Papi

Molti Papi si sono espressi anche in relazione a questa problematica. Tra loro spiccano:

San Giovanni Paolo II, in Redemptor Hominis, insegna: «Mediante la grazia, l’uomo è fatto ‘figlio di Dio’, partecipante della natura divina… L’uomo, per lo Spirito Santo, diventa erede dei beni divini, e lo Spirito stesso dà testimonianza che siamo figli di Dio».

Benedetto XVI, nell’omelia dell’8 gennaio 2006, affermò: «Per il Battesimo, l’uomo non è solo una creatura, ma si converte in figlio di Dio. […] Solo attraverso Cristo, l’Unigenito Figlio, noi possiamo diventare figli di Dio».

Francesco, nell’udienza generale del 12 giugno 2019, dichiarò: «Nessuno è figlio di Dio in modo generico: tutti siamo creature di Dio, ma lo Spirito Santo ci fa figli e figlie di Dio in Cristo. Egli è colui che ci inserisce in questa relazione». È molto importante questa dichiarazione di Francesco, poiché diverse volte ha generato sconcerto nella Chiesa a causa di espressioni sue in senso diverso.

Santi e Dottori della Chiesa

Altri saggi della Chiesa Cattolica hanno dato la loro dotta opinione, coincidente, ovviamente, con la Tradizione Apostolica:

San Agostino (Sermone 121): «A coloro che credono nel suo nome, ha dato il potere di diventare figli di Dio. Se siamo figli di Dio, è per la grazia, non per la natura. Solo l’Unigenito è figlio per natura; noi lo siamo per il tempo, attraverso Colui che è prima dei tempi».

San Atanasio di Alessandria, in De Incarnatione Verbi: “Il Figlio di Dio si fece uomo affinché noi fossimo fatti figli di Dio”.

San Cipriano di Cartagine, in Sulla preghiera dominicale: «L’uomo nuovo, rinato e restituito al suo Dio per la sua grazia, dice in primo luogo: ‘Padre’, perché ha già iniziato a essere figlio».

San Josemaría Escrivá, in È Cristo che passa: «La filiazione divina è una verità gioiosa, un mistero consolatore. La filiazione divina riempie tutta la nostra vita spirituale, perché ci insegna a trattare, a conoscere, ad amare il nostro Padre del Cielo».

Catechismo della Chiesa Cattolica

Infine, il Catechismo è molto preciso e rivelatore a questo proposito, poiché utilizza la parola «adozione» per differenziarla dalla creazione:

Dice nell’elemento 1265: «Il Battesimo non solo purifica da tutti i peccati, ma fa anche del neofita una ‘nuova creatura’, un figlio adottivo di Dio che è stato fatto ‘partecipante della natura divina’, membro di Cristo, coerede con Lui e tempio dello Spirito Santo».

E nell’elemento 2782: «Possiamo adorare il Padre perché ci ha fatto rinascere alla sua vita adottandoci come figli suoi nel suo Figlio unigenito: per il Battesimo ci incorpora al Corpo del suo Cristo».

In sintesi, lasciando da parte la filiazione naturale di Cristo, la filiazione divina dell’uomo si intende básicamente in due modi:

1. Come creature: Tutti gli esseri umani siamo amati da Dio che è il nostro origine e fine, e possediamo una dignità sacra in quanto siamo stati creati a sua immagine, ma non siamo veramente figli in senso evangelico.

2. Come figli adottivi: Solamente mediante il battesimo e la professione della vera fede, gli esseri umani passiamo dall’essere «servi» o «creature» secondo l’Antico Testamento, a essere formalmente e in pienezza «figli nel Figlio» secondo il Nuovo Testamento, o “Uno nell’Uno”, secondo la frase agostiniana del nostro Papa Leone XIV.

Sull’autore:

Carlos Prosperi è dottore in Scienze Biologiche, laureato in Filosofia e diplomato in Tomismo. Esercita come professore universitario di Biologia ed Epistemologia

 

Nota: Gli articoli pubblicati come Tribuna esprimono l’opinione dei loro autori e non rappresentano necessariamente la linea editoriale di Infovaticana, che offre questo spazio come foro di riflessione e dialogo.

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