Di Amy Fahey
In questo giorno successivo al 225º anniversario della nascita di San Giovanni Enrico Cardinale Newman, faremmo bene a ricordare un uomo il cui temperamento e talenti lo indicarono fin da giovane per la fama accademica, la brillantezza oratoria e la santità.
Chi era quest’uomo?
Quest’uomo era straordinariamente popolare a Oxford, diventando un magnete per gli studenti riflessivi, che pendevano dalle sue labbra: «accorrevano in massa alle sue lezioni, imitavano il suo modo di parlare, i suoi modi e il suo modo di vestire». Eppure, continua il suo biografo, «desiderava che lo lasciassero in pace per dedicarsi ai suoi studi, per adempiere ai doveri che presto gli sarebbero caduti addosso… Ma era nato nell’epoca sbagliata per quelle ambizioni pacifiche».
Quest’uomo scrisse liricamente sulle qualità di uno studioso gentiluomo, notando che «la sua mente doveva essere sottile, ardente e chiara, la sua memoria felice, la sua voce flessibile, dolce e sonora, il suo portamento e tutti i suoi movimenti vivaci, cavallereschi e contenuti». Secondo tutte le testimonianze contemporanee, fu all’altezza del suo ideale.
Quest’uomo viaggiò a Roma, dove fu profondamente influenzato dalla vita e dall’esempio di San Filippo Neri, e si convinse dell’opera che doveva compiere in Inghilterra.
Quest’uomo fu indirizzato sul suo cammino di conversione al cattolicesimo dalla lettura dei Padri della Chiesa. Quando iniziò a comprendere le implicazioni del loro insegnamento, la questione che gli si poneva, come nota il suo biografo, non era «se la Chiesa d’Inghilterra fosse eretica, ma se, in effetti, l’eresia fosse una questione di grande importanza».
L’ingresso di quest’uomo nella Chiesa Cattolica fu universalmente deplorato tra la Chiesa stabilita e lo Stato come una perdita catastrofica per l’Inghilterra; in parole di un eminente politico del suo tempo: «è un gran peccato… perché era uno dei diamanti dell’Inghilterra».
Quest’uomo si impegnò nella fondazione di un’università in Irlanda, dove «l’ambizione di uno studio sereno e di una società gentile e comprensiva, così rudemente perturbata a Oxford, sembrava di nuovo raggiungibile».
Chi era quest’uomo, caro lettore? Non era altri che Edmund Campion, il santo e martire recusante inglese del XVI secolo. Questa è la sua vita, le sue opere e le sue parole, e il suo biografo è Evelyn Waugh, il cui Edmund Campion: A Life rimane una delle maggiori opere dell’agiografia moderna.
Waugh ci presenta un ritratto profondamente umano e comprensivo di un uomo la cui vita, come dimostra il mio gioco retorico, in tanti aspetti somiglia così da vicino a quella di Newman, come i due pannelli di un dittico.
È solo una felice coincidenza o un semplice allineamento storico curioso che ci permette di vedere la vita di Newman come un riflesso di quella di Campion, o di considerare Campion come un precursore di Newman? O è troppo audace suggerire che, se non fosse esistito Edmund Campion, non ci sarebbe stato San Giovanni Enrico Cardinale Newman, Dottore della Chiesa e Copatrono dell’Educazione?
Affrontando queste questioni, non possiamo trascurare una differenza centrale nelle vite di questi due santi che cercarono di restaurare la Fede in Inghilterra: Newman visse fino a quasi novant’anni; la vita di Campion fu troncata a quarantun anni dal «boia e dal macellaio».
Messa accanto alla vita di Newman, quella di Campion può essere facilmente letta come un fallimento assoluto. Come ci ricorda Waugh, dopo il brutale martirio di Campion e la quasi estinzione della Chiesa in Inghilterra per secoli, era tentador concludere che «tutto il gallante sacrificio sembrava essere stato prodigo e vano».
Waugh lamenta in particolare la perdita di Campion per il corso della prosa inglese, qualcosa che nessuno potrebbe dire di Newman, che ha arricchito indelebilmente la nostra lingua e le nostre lettere: «[S]e Campion avesse continuato nella vita che allora progettava per sé, quasi certamente sarebbe passato alla storia come uno dei grandi maestri della prosa inglese… Che traduttore della Vulgata si perse in Campion!».
Lo stesso Newman sembra echeggiare tali lamenti nel suo famoso sermone «Second Spring»:
Oh, quel giorno miserabile, secoli prima che nascessimo! Che martirio vivere in esso e vedere la bella figura della Verità, morale e materiale, fatta a pezzi membro per membro, e ogni membro e organo strappato e gettato al fuoco, o lanciato negli abissi! … Ma alla fine l’opera fu compiuta. La Verità fu eliminata e sepolta a palate».
Sepolta a palate: che parola così brutale e tuttavia graficamente appropriata per il seppellimento di membra mortali e della Verità eterna. Ma quello non è la fine della storia. In una frase segnata dall’elegante parallelismo e dall’antitesi che si può vedere in queste vite parallele, Newman dichiara sulla caduta e il risorgere della Chiesa in Inghilterra: «La caduta fu meravigliosa; e, dopotutto, era nell’ordine della natura;—tutte le cose vanno verso il nulla: il suo risorgere sarebbe un tipo diverso di meraviglia, perché è nell’ordine della grazia;—e chi può aspettarsi miracoli, e un miracolo come questo?».
Newman attribuisce questo «miracolo» non all’intercessione di Campion, ma al «mio stesso San Filippo», il fondatore della Congregazione dell’Oratorio di Newman, San Filippo Neri.
Quando Newman compose una litania in onore del suo santo patrono, tra i molti titoli profondi che dà a San Filippo ce n’è uno che suggerisce il legame mistico tra Campion e Newman: «eroe nascosto». Poiché fu il «mio stesso San Filippo» di Newman, quel sacerdote italiano allegro e umile, che salutò Edmund Campion con Salvete flores martyrum —«Salve, fiori dei martiri»— quando il giovane seminarista si trovava a Roma preparandosi al sacerdozio e al suo futuro sacrificio. (Il saluto proviene dall’inno latino di Prudenzio sulla Strage degli Innocenti).
«Possiamo religiosamente supporre che il sangue dei nostri martiri, tre secoli fa e da allora, non riceverà mai la sua ricompensa?», chiede Newman in quel sermone «Second Spring»:
La lunga prigione, la fetida segreta, l’attesa faticosa, il giudizio tirannico, la sentenza barbarica, l’esecuzione selvaggia, il cavalletto, la forca, il coltello, il calderone, le innumerevoli torture di quelle sante vittime, oh Dio mio, non dovranno avere ricompensa? … E in quel giorno di prova e desolazione per l’Inghilterra, quando i cuori furono trafitti da parte a parte dal dolore di Maria, nella crocifissione del tuo Corpo mistico, non fu ogni lacrima che scorse e ogni goccia di sangue che fu versata seme di un raccolto futuro, quando coloro che seminarono con lacrime dovevano mietere con gioia?
Chi sa qualcosa del martirio di Campion sa che una goccia del suo sangue cadde sul mantello di uno spettatore disinteressato di nome Henry Walpole, che seguì Campion nel martirio dopo aver scritto un tributo lirico, «Why do I use my paper, ink, and pen?», in cui dichiara: «Il sangue di questo martire ha bagnato tutti i nostri cuori».
Tutti i nostri cuori. Non sono mai stato al castello di Arundel per vedere l’originale, ma quando contemplo una copia del ritratto così umano di Newman dipinto da Millais —in cui le pieghe di raso scarlatto che minacciano di inghiottire il vecchio Cardinale si riflettono nelle profonde pieghe di preghiera e sacrificio incise sul suo volto— mi sembra evidente che, in qualche modo misterioso, una goccia del sangue di Campion cadde anche su Newman.
Tale è «il tuo Corpo mistico», la Comunione dei Santi. Chi sa quali eroi nascosti possano stare emergendo, in Inghilterra e altrove, in questo stesso momento, per l’intercessione di questi uomini, per rinnovare e sostenere la Chiesa del Nostro Signore?
San Edmund Campion, San Filippo Neri e San Giovanni Enrico Cardinale Newman, pregate per noi.
Sull’autrice
Amy Fahey è Teaching Fellow al Thomas More College of Liberal Arts. Il suo saggio, «Sigrid Undset, Romanziera della Misericordia», appare nel prossimo volume, Women of the Catholic Imagination (Word on Fire, 2024).