Il cardinale Walter Brandmüller, a 97 anni, ha lanciato un appello a favore di una “riforma della riforma” che permetta di ristabilire la pace liturgica nella Chiesa. In un testo pubblicato sul blog Diakonos, il porporato tedesco esorta i vescovi e i fedeli a “deporre le armi” in una disputa che, da decenni, contrappone settori progressisti e tradizionalisti intorno alla celebrazione della Messa, proponendo una via d’uscita che passi attraverso la fedeltà alla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium e attraverso una revisione critica delle derive successive al Concilio Vaticano II.
Pubblichiamo qui di seguito il testo completo di Brandmüller:
Per amore di Dio: «Deponete le armi!»
Non è stata la costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium del Vaticano II, ma l’applicazione della riforma liturgica dopo il Concilio, a provocare la frattura che si è diffusa in numerosi luoghi del mondo cattolico. Da ciò è derivato un conflitto malsano che ha contrapposto “progressisti” e “tradicionalisti”. Deve stupirci? Assolutamente no. Non fa che dimostrare fino a che punto la liturgia occupi un posto centrale nella vita dei fedeli.
D’altronde, il cosiddetto “conflitto liturgico” non è un fenomeno che sia apparso con il Vaticano II, né è esclusivo del cattolicesimo. Quando, nella Russia ortodossa del 1667, il patriarca Nikon e lo zar Alessio I introdussero una riforma liturgica, diverse comunità si separarono, alcune arrivando persino a rifiutare il sacerdozio, creando scismi che perdurano fino ai nostri giorni.
Nell’epoca dell’Illuminismo, accese controversie lacerarono anche l’Occidente cattolico e protestante a proposito dell’introduzione di nuovi innari. Nella Francia cattolica, la sostituzione dell’antica liturgia gallicana con il nuovo Missale Romanum a metà del XIX secolo suscitò una feroce opposizione.
In sintesi, non si trattava di dogma né di verità rivelata, come nel caso di Ario o di Lutero. Queste questioni erano piuttosto oggetto di dibattiti negli ambienti intellettuali.
Ciò che invece tocca la vita quotidiana della fede sono i riti, gli usi, le forme concrete di pietà quotidiana. Ed è lì che il conflitto si è acceso, a volte persino per dettagli secondari, come la variazione delle parole di un inno o di una preghiera. La controversia diventa tanto più accanita quanto più assurdo appare il motivo della disputa.
Di fronte a un campo minato simile, è impossibile dispiegare un bulldozer. Nella maggior parte dei casi non è la dottrina della fede ciò che è messo in questione, ma il sentimento religioso, le formule di devozione, le consuetudini. E le conseguenze sono molto più profonde di una formula teologica astratta, perché toccano l’esperienza vitale.
Allo stesso modo, è altrettanto errato invocare slogan come “sotto le tonache, un millennio di odore di muffa” per esigere la demolizione e la rottura con la tradizione, poiché ciò implicherebbe ignorare non solo ciò che è proprio del cristianesimo, ma anche ciò che è proprio della tradizione umana trasmessa in eredità. Questo vale in generale per ogni tentativo di riforma, tanto più quando si riferisce alla pratica religiosa quotidiana, come ad esempio la riorganizzazione delle parrocchie, che tocca direttamente la vita dei fedeli.
E tuttavia, in modo sorprendente, non si assistette a una diffidenza simile né a un rifiuto così marcato della novità quando Pio XII riformò la Veglia Pasquale nel 1951 e poi tutta la liturgia della Settimana Santa nel 1955. Io stesso lo vissi personalmente quando ero seminarista e giovane sacerdote. E, a parte alcune reazioni perplesse in certe parrocchie rurali, là dove queste riforme furono applicate fedelmente incontrarono un’attesa gioiosa, per non dire un certo entusiasmo.
E tuttavia, oggi, con la prospettiva che dà il tempo, ci si potrebbe chiedere perché, invece, le riforme di Paolo VI provocarono determinate reazioni troppo note. Nel primo caso, la Chiesa conobbe un nuovo impulso liturgico, e nel secondo molti videro una rottura liturgica con la tradizione.
Dopo il pontificato di Pio XII, in numerosi ambienti ecclesiali l’elezione di Giovanni XXIII fu percepita come una liberazione dal corsetto magisteriale. Si apriva la porta persino al dialogo con il marxismo, la filosofia esistenzialista, la Scuola di Francoforte, Kant e Hegel —e con essi un modo radicalmente diverso di concepire la teologia. Era suonata l’ora dell’individualismo teologico e degli addii a tutto ciò che allora si qualificava come “passatista”.
Le conseguenze per la liturgia furono gravi. Arbitrio, proliferazione e individualismo sfrenato condussero in numerosi luoghi alla sostituzione della Messa con composizioni personali, spesso raccolte in quaderni a spirale preparati dai celebranti. Il risultato fu un caos liturgico e un esodo dalla Chiesa senza precedenti che continua ancora oggi, nonostante le riforme di Paolo VI.
In risposta, assistemmo alla nascita di gruppi e ambienti decisi a opporre al disordine una fedeltà incrollabile al Missale Romanum di Pio XII. Quanto più regnavano l’arbitrio e il disordine da un lato, tanto più altri si trinceravano nel rifiuto di qualsiasi nuovo sviluppo, nonostante l’esperienza positiva delle riforme di Pio XII. Così, persino la riforma del messale di Paolo VI —che non era esente da difetti— incontrò numerose critiche e resistenze. E anche se quelle obiezioni erano motivate, non per questo erano giustificate. Il Novus Ordo era stato promulgato dal Papa: nonostante critiche legittime, doveva essere accolto in obbedienza.
E tuttavia, che cosa accadde? Per alcuni, le riforme non erano sufficienti: continuarono a celebrare la Messa con i loro quaderni a spirale, frutto della loro creatività personale. Altri, invece, opposero la fedeltà alla “Messa di sempre”, dimenticando —o ignorando— che il rito della Santa Messa si è dispiegato e trasformato nel corso dei secoli, adottando forme diverse sia in Oriente che in Occidente, secondo i rispettivi contesti culturali. In verità, l’unica “Messa di sempre” si riduce alle parole della consacrazione, che, d’altronde, si tramandano con formulazioni diverse nei Vangeli e in san Paolo. Ecco l’unica e vera “Messa di sempre”. E là dove non si volle prendere coscienza di ciò, si eressero bastioni e la lotta continuò fino ai nostri giorni.
Non si deve dimenticare che la liturgia autentica, celebrata coscienziosamente in nome della Chiesa, rimane in molti luoghi una realtà pacifica e quotidiana. Rimane, quindi, una domanda: come poté svilupparsi un conflitto così virulento? Uno sguardo alla storia ci rivela qualcosa.
Le battaglie combattute dopo il Concilio di Trento non riguardavano la natura della Sacra Eucaristia. Il nuovo Missale Romanum di Pio V fu introdotto gradualmente nei vari paesi, e in ultimo nella Francia della fine del XIX secolo, senza causare conflitti, mentre antichi riti locali, come il rito ambrosiano a Milano o quelli propri degli ordini religiosi, continuavano senza difficoltà.
Solo all’inizio del XX secolo, nel contesto del modernismo, riemerse la controversia sul sacrificio della Messa, sebbene non tanto intorno al rituale quanto all’essenza stessa del sacrificio. Lo scoppio della Prima Guerra Mondiale, con le sue conseguenze tragiche per l’Europa, impedì una soluzione adeguata, lasciando questa questione irrisolta, latente sotto le ceneri. E negli anni seguenti, il movimento liturgico, importante nel dopoguerra, si concentrò anche —con rare eccezioni— non tanto sull’essenza quanto sull’esecuzione della liturgia, in particolare del sacrificio della Messa da parte delle comunità di fedeli. L’ascesa delle dittature comuniste, fasciste e naziste, sfociando nella Seconda Guerra Mondiale e nelle sue conseguenze, impedì di nuovo una soluzione definitiva.
Fu Pio XII, in mezzo ai problemi del dopoguerra e pienamente consapevole delle questioni irrisolte relative al santo sacrificio della Messa, a riprendere il tema nella sua enciclica Mediator Dei del 1947 per riaffermare e chiarire il dogma del Concilio di Trento e infine offrire orientamenti per una celebrazione liturgica degna.
E tuttavia, ciò non bastò a placare le controversie; al contrario, queste riemersero con più forza, non tanto intorno al rito quanto di nuovo intorno alla natura del sacrificio eucaristico. L’insistenza eccessiva —fino ad arrivare a una vera assolutizzazione— del carattere conviviale della Santa Messa ha portato, e continua a portare, a gravi abusi liturgici, a volte persino fino alla bestemmia. Abusi nati da malintesi fondamentali sul mistero dell’Eucaristia.
A ciò si aggiunge che quasi sempre spetta al sacerdote individuale decidere se la Santa Messa sarà celebrata fedelmente secondo il Novus Ordo o se si darà libero corso alle idee soggettive del celebrante. I casi in cui le autorità episcopali sono intervenute contro gli abusi sono stati piuttosto rari. Ancora non si è compreso sufficientemente che questa dissoluzione dell’unità liturgica è causata dall’incertezza, e persino dalla perdita, della fede autentica e costituisce una minaccia per l’unità stessa della fede.
È, quindi, necessario —se si vuole evitare o sanare fratture fatali dell’unità ecclesiale— raggiungere una pace, o almeno una tregua, sul fronte liturgico. Per questo vale la pena riprendere il titolo del celebre romanzo pacifista di Bertha von Suttner, pubblicato dal 1889, ristampato 37 volte e tradotto in 15 lingue: “Die Waffen nieder!”: deponete le armi!
Questo significa prima di tutto disarmare il linguaggio quando si parla di liturgia. Allo stesso tempo, sarebbe opportuno evitare ogni forma di accusa reciproca. Nessuna delle due parti dovrebbe mettere in dubbio la serietà delle intenzioni dell’altra. Detto più semplicemente: conviene mostrare tolleranza ed evitare la polemica. Entrambe le parti dovrebbero garantire una liturgia che rispetti scrupolosamente le rispettive norme. L’esperienza dimostra che tale ammonimento vale non solo per gli innovatori, ma anche per i partigiani della “Messa antica”.
Uno e l’altro dovrebbero studiare con imparzialità il capitolo II della costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium per dirigere uno sguardo critico agli sviluppi successivi. Allora apparirà in modo evidente fino a che punto la pratica postconciliare si sia allontanata da questa costituzione alla quale, non si deve dimenticare, lo stesso arcivescovo Marcel Lefebvre aveva dato la sua adesione.
Solo così, nel silenzio e con molta pazienza, si potrà lavorare a una riforma della riforma, capace di corrispondere realmente alle disposizioni di Sacrosanctum Concilium. Verrà allora il momento in cui potrà presentarsi una riforma capace di onorare le esigenze legittime di una e dell’altra parte.
Ma finché arriverà quel giorno, ancora una volta, per amore di Dio: «Deponete le armi!».