Il 18 febbraio in Polonia è iniziato il primo processo penale contro un vescovo accusato di aver comunicato con ritardo alle autorità civili casi di abusi commessi da sacerdoti della sua diocesi, un processo inedito che mette alla prova i limiti tra la normativa canonica e la legislazione statale.
Secondo quanto riportato da Aciprensa, Mons. Andrzej Jeż, vescovo di Tarnów dal 2012, rischia una pena fino a tre anni di prigione per non aver notificato “immediatamente” alla procura i reati attribuiti a due sacerdoti sotto la sua giurisdizione.
L’accusa: comunicazione tardiva alla procura
La Procura sostiene che il prelato ha ritardato la denuncia civile degli abusi attribuiti al P. Stanisław P. —accusato di aver aggredito almeno 95 minori tra il 1987 e il 2018— e al sacerdote Tomasz K., indagato per fatti avvenuti tra il 2008 e il 2010.
L’articolo 240 del Codice Penale polacco, in vigore dal 2017, obbliga a denunciare senza indugio determinati reati, tra cui gli abusi sessuali contro minori. La questione centrale del processo non è se i fatti siano stati denunciati —lo sono stati— ma se quella comunicazione sia avvenuta entro il termine che la legge considera immediato.
Nel caso del P. Stanisław P., il procedimento penale è stato archiviato per prescrizione, sebbene in precedenza sia stato espulso dallo stato clericale dopo il processo canonico. Per quanto riguarda Tomasz K., la procura ha preparato le accuse, ma non sono state formalizzate a causa delle delicate condizioni di salute del sacerdote.
La difesa: “un processo senza precedenti” e un “capro espiatorio”
Secondo quanto dettagliato dall’agenzia cattolica polacca Katolicka Agencja Informacyjna, la prima udienza davanti al Tribunale Distrettuale di Tarnów è durata circa un’ora. Mons. Jeż non si è dichiarato colpevole.
Il suo avvocato, Zbigniew Ćwiąkalski —ex ministro della Giustizia— ha qualificato il processo come “senza precedenti” in Polonia e ha sostenuto che il vescovo è stato trasformato in un “capro espiatorio”. Ha sottolineato che non gli si contesta di aver nascosto reati, ma di aver informato troppo tardi.
La difesa sostiene che il vescovo, oltre a essere soggetto al diritto civile, è vincolato al diritto canonico, che richiede di rimettere il caso alla Santa Sede e di ottenere determinate autorizzazioni prima di avviare un procedimento penale-amministrativo ecclesiastico. Secondo questa tesi, l’“immediatità” richiesta dalla legge penale richiede di disporre previamente di una conoscenza affidabile dei fatti, conoscenza che —secondo la difesa— si ottiene dopo il processo canonico preliminare.
All’inizio della sua dichiarazione, il vescovo ha condannato con fermezza i reati sessuali, specialmente quando avvengono nell’ambito ecclesiale. Ha ricordato inoltre che nel 2015 ha nominato un delegato diocesano con autonomia per ricevere e indagare sulle denunce di abusi.
Lo stesso vescovo ha dichiarato davanti al tribunale che inizialmente ignorava i casi e che, una volta ne ha avuto notizia, li ha rimessi a Roma e successivamente ha informato le autorità civili nell’agosto del 2020. Inoltre, ha affermato che, paradossalmente, il fatto di aver denunciato ha finito per condurre al processo giudiziario contro di lui: “Se non avessimo effettuato quelle notifiche, non esisterebbe questo processo”, ha sostanzialmente indicato.
Accesso agli atti e cronologia dei fatti
Durante la sua comparizione, Mons. Jeż ha spiegato questioni relative all’accesso agli atti personali dei sacerdoti, la delega di competenze ai responsabili diocesani e la cronologia degli eventi nella gestione dei casi.
La difesa ha anche indicato che, in molti casi, il vescovo non è il primo a conoscere i fatti, poiché questi possono essere inizialmente occultati da terzi, e che non esiste alcuna accusa di tentativo di insabbiamento o distruzione di prove.
La prossima udienza, in cui si ascolteranno i testimoni, è fissata per il 2 marzo e l’ultima sessione è prevista per il 15 aprile.
Condanna chiara degli abusi e contesto nazionale
Il processo si svolge in un contesto di crescente sensibilità pubblica in Polonia. Secondo il rapporto pubblicato nel 2019 dalla Conferenza Episcopale polacca, tra il 1990 e il 2018 sono state registrate 382 denunce di abusi su minori nell’ambito ecclesiale, di cui 198 riguardavano minori di 15 anni.
È importante sottolineare che il processo contro Mons. Jeż, in questo momento, non sta giudicando i reati commessi dai sacerdoti —alcuni già prescritti— ma l’eventuale responsabilità penale dell’ordinario diocesano per la gestione delle informazioni e i tempi di comunicazione alla procura.