Cardenal Cobo: propaganda e slealtà istituzionale

Di: Carlos H. Bravo

Cardenal Cobo: propaganda e slealtà istituzionale

Nel dibattito pubblico intorno alla Valle di Cuelgamuros e alla Basilica della Santa Croce della Valle dei Caduti, la dimensione mediatica è stata altrettanto rilevante quanto quella ecclesiale e politica. Non solo per ciò che è stato detto, ma per chi lo ha detto e di fronte a quali interlocutori. La recente copertura di eldiario.es, con Jesús Bastante come principale narratore del posizionamento del cardinale Cobo, ha consolidato una linea editoriale chiaramente favorevole alla sua azione in questa questione.

Non si tratta unicamente di una cronaca puntuale. La reiterazione di quell’approccio, unita all’assenza sistematica di confronto con altre sensibilità ecclesiali o con la stessa comunità benedettina, ha generato l’impressione che determinate dichiarazioni del cardinale trovino in quel mezzo uno spazio privilegiato di diffusione e legittimazione.

A ciò si aggiunge che lo stesso cardinale Cobo ha qualificato pubblicamente come “pseudomedios” determinati portali informativi che hanno messo in discussione la sua azione in questa questione. Quella qualificazione non è irrilevante nel contesto descritto. Perché il nucleo della controversia non è minore: la firma di un documento in cui si affermava che, nella Basilica della Santa Croce della Valle dei Caduti, unicamente l’altare e i banchi adiacenti costituivano luoghi di culto, mentre la cupola, la navata, l’atrio e il vestibolo non lo sarebbero stati, restando questi ultimi aperti a interventi promossi dal Governo nell’ambito del suo processo di risignificazione politica e ideologica. La questione, pertanto, non si limita a un dibattito mediatico, ma alla delimitazione stessa di quali spazi di un tempio consacrato conservano il loro carattere proprio e quali possono essere oggetto di reinterpretazione esterna.

In questo contesto, risulta significativo che la conferenza stampa “off the record” convocata dal cardinale Cobo si sia rivolta unicamente a un gruppo selezionato di giornalisti, escludendo alcuni dei mezzi di informazione religiosa con maggiore audience in Spagna. La combinazione di squalifiche pubbliche verso certi portali e la selezione restrittiva di interlocutori configura un modello comunicativo che, lungi dal dissipare dubbi, contribuisce a concentrare il racconto in spazi mediatici affini. Non si tratta di mettere in discussione la libertà dell’arcivescovo di scegliere i suoi canali di comunicazione, ma di avvertire che, in una questione di questa portata ecclesiale e sociale, la trasparenza e l’ampiezza nell’interlocuzione rafforzano la credibilità istituzionale, mentre la segmentazione informativa tende ad aumentare la percezione di opacità.

In quella stessa linea, risulta particolarmente preoccupante che in determinati approcci giornalistici si sia insinuato che la responsabilità ultima del documento controverso ricadrebbe sul cardinale Pietro Parolin, come se l’iniziativa o l’avallo decisivo fossero provenuti dalla Segreteria di Stato. Tuttavia, il fatto oggettivo rimane inalterato: il documento è stato sottoscritto dallo stesso cardinale Cobo. L’eventuale esistenza di conversazioni successive non modifica l’autorialità né la responsabilità derivante da una firma formale. Spostare il peso su Roma, suggerendo che l’impulso reale non risiedesse in chi ha apposto la sua firma, non solo introduce confusione nell’opinione pubblica, ma proietta un’immagine che può essere interpretata come una forma di slealtà istituzionale. In questioni di questa gravità, la chiarezza nell’assunzione di responsabilità non è una questione retorica, ma un’esigenza basilare di coerenza ecclesiale.

A questa dinamica si è recentemente aggiunta un articolo pubblicato su El País, un altro dei mezzi convocati alla conferenza stampa “off the record”, in cui si qualificavano come “ultracattolici” e “integristi” coloro che hanno espresso allarme e sorpresa di fronte al contenuto del documento firmato dal cardinale Cobo su richiesta del Governo. L’uso di etichette ideologiche per squalificare una preoccupazione che si centra sulla natura liturgica e giuridica di un tempio consacrato non contribuisce a elevare il dibattito, ma a polarizzarlo. Ridurre a categorie sociologiche ciò che, nel suo nucleo, è una questione di coerenza ecclesiale e di rispetto per l’identità sacramentale del tempio, sposta il focus del problema e ostacola una discussione serena.

In questo scenario, ciò che è in gioco non è una disputa mediatica né un confronto tra sensibilità ecclesiali, ma la credibilità istituzionale di coloro che esercitano responsabilità pastorale e la fiducia dei fedeli nella trasparenza dei loro pastori. Quando un documento firmato ha conseguenze pubbliche ed ecclesiali di tale portata, l’assunzione chiara di responsabilità non è opzionale, ma esigibile. La Chiesa può sopportare la critica esterna; ciò che erode la sua autorità morale è l’ambiguità interna. Per questo, al di là di allineamenti mediatici o narrazioni interessate, ciò che si attende è chiarezza, coerenza e lealtà istituzionale nella gestione di una questione che tocca direttamente la natura stessa di un tempio consacrato e la coscienza di coloro che lo considerano casa di Dio.

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