Il progressismo avanza verso il sacerdozio temporale e non ce ne rendiamo conto

Il progressismo avanza verso il sacerdozio temporale e non ce ne rendiamo conto

Nel documento di lavoro di Convivium, l’incontro sacerdotale celebrato con grande pompa a maggiore gloria del cardinale di Madrid, è stato incluso, all’interno di una sezione intitolata «proposte peculiari», il riferimento a un sacerdozio «temporaneo». L’espressione ha provocato scandalo per la sua impostazione apertamente eretica: Attribuire temporalità al sacerdozio non è un problema terminologico minore, ma un attacco al nucleo stesso della dottrina cattolica sull’Ordine sacro. In determinate dinamiche ecclesiali nessuno desidera essere marchiato e finire relegato come vicario nella destinazione più ingrata e periferica. Forse per questo è dovuto essere nientemeno che Leone XIV (a disgusto persino del teologo eterodosso Andrea Grillo, al quale si attribuisce una grande influenza in Traditionis Custodes) chi nel messaggio allo stesso Convivium si è pronunciato e ha chiarito ai presenti:

«Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di riproporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico —essere alter Christus—, lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, unificare il nostro cuore e dare forma a un ministero vissuto dalla intimità con Dio, la consegna fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate.»

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Il carattere indelebile: partecipazione all’eterno

La Chiesa non ha lasciato questa questione nell’ambiguità. Il Concilio di Trento ha definito che il sacramento dell’Ordine imprime un carattere indelebile. Quella espressione non è retorica. Il carattere sacramentale significa una configurazione stabile del soggetto a Cristo. Non è un mandato revocabile né una missione che cessa quando cambia l’utilità pastorale. È una trasformazione ontologica permanente.

Il Concilio Vaticano II ha riaffermato che il sacerdozio ministeriale differisce essenzialmente dal sacerdozio comune dei fedeli. Non è una questione di grado all’interno di una stessa realtà, ma una differenza di natura. Il presbitero non è semplicemente un battezzato con più responsabilità; è qualcuno configurato sacramentalmente a Cristo Capo e Pastore.

La radice biblica è chiara: Cristo è sacerdote «per sempre» secondo l’ordine di Melquisedec. La partecipazione ministeriale in quel sacerdozio non può intendersi come qualcosa costitutivamente temporaneo senza svuotare l’analogia. Se ciò che si riceve è partecipazione in un sacerdozio eterno, non può definirsi dalla caducità.

Parlare di sacerdozio «temporaneo» introduce una tensione diretta con quell’ontologia. Se è temporaneo per natura, non è indelebile. Se dipende strutturalmente da una configurazione storica che può cessare come tale, allora ciò che è ricevuto non è carattere ma funzione.

La riduzione funzionale: dall’ontologia alla comunità

La tentazione di spostare l’asse verso lo funzionale non è nuova. Hans Küng ha insistito in un’interpretazione del ministero centrata sul suo sviluppo storico e sulla sua configurazione comunitaria. L’enfasi per Küng – e i suoi eredi come Grillo – non sta nel negare frontalmente il carattere sacramentale, ma nel relativizzare la sua formulazione ontologica classica, presentandola come risultato di un’evoluzione teologica successiva.

Quando il ministero si spiega principalmente come struttura modellata dalla comunità e dalle sue necessità, il focus si sposta. Ciò che è decisivo non è più la configurazione ontologica ricevuta, ma il riconoscimento ecclesiale che abilita a una funzione. La logica implicita è chiara: se la comunità configura il ministero secondo circostanze storiche, può anche ridefinirlo strutturalmente.

Quel schema ha un’affinità evidente con la concezione luterana. In Lutero non esiste differenza ontologica tra ministro e laico; c’è una designazione funzionale all’interno del sacerdozio comune. Il ministro esercita un ufficio affidato dalla comunità. Non rimane marchiato da un carattere sacramentale permanente. Quando nell’ambito cattolico si inizia a parlare di forme «temporanee» di sacerdozio, anche se presentate come sperimentali o «peculiari», si entra in quella stessa logica funzionale e in una situazione di rottura.

La conseguenza è una mutazione silenziosa: il sacerdote smette di essere percepito come configurato in modo stabile a Cristo e inizia a essere visto come titolare di una tessera che lo abilita a un incarico strutturale.

La disciplina come sintomo: dall’essere allo status

Questo spostamento ontologico ha effetti visibili nella prassi disciplinare.

Tradizionalmente, pene come la scomunica o la sospensione colpivano l’esercizio del ministero e la comunione ecclesiale, ma non l’essere sacramentale. Il sacerdote scomunicato rimaneva sacerdote. Il sospeso rimaneva configurato ontologicamente a Cristo. La pena sottolineava precisamente che il carattere permaneva anche quando l’esercizio era proibito.

Da una prospettiva tradizionale, la dimissione dallo stato clericale ha un inquadramento in presupposti molto concreti e ha sempre avuto un’applicazione di minimis: abbandono volontario e definitivo del ministero con richiesta espressa di dispensa; delitti gravissimi che rendono moralmente incompatibile l’esercizio pubblico; rottura pubblica e persistente con la fede. In questi casi, la Chiesa protegge il bene comune ed evita scandalo. Non cancella il carattere —questo è impossibile—, ma ritira diritti e obblighi giuridici.

Il problema sorge con la recente tentazione di convertire la dimissione dallo stato clericale in risposta quasi automatica di fronte a crisi mediatiche, conflitti disciplinari o pressioni esterne che potrebbero affrontarsi con sospensione u altre pene medicinali. Qui appare la mutazione concettuale.

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Se il sacerdozio si intende come carattere indelebile, la disciplina regola l’esercizio senza toccare l’identità sacramentale. La sospensione è coerente: limita l’azione, non ridefinisce l’essere. Se, al contrario, il sacerdozio si percepisce come status funzionale, la dimissione diventa meccanismo logico: si ritira l’abilitazione.

Nella pratica degli ultimi anni, la dimissione dallo stato clericale si sta iniziando a presentare come una pena superiore e aggiuntiva alla scomunica e alla sospensione, che non implicavano mai la perdita dello stato clericale. Si percepisce come una sorta di cancellazione definitiva, quasi come se si fosse estinto il sacerdozio stesso. Anche se giuridicamente il carattere permane, l’immaginario collettivo lo associa a una «des-sacerdotalizzazione», con tutto il messaggio teologico che c’è dietro.

Quel fenomeno rivela una burocrazia del concetto. Ciò che è ontologico inizia a gestirsi come se fosse amministrativo. Il linguaggio sacramentale rimane nei testi, ma la prassi trasmette un’altra cosa: che il sacerdozio è uno status che l’autorità concede e ritira.

Conclusione: l’eterno non può gestirsi come licenza

Se il sacerdozio è partecipazione stabile nell’ordine eterno di Cristo, la Chiesa disciplina condotte e regola esercizi, ma non amministra l’ontologia come se fosse un contratto. Quando si introduce la categoria di sacerdozio «temporaneo», si apre la porta a una comprensione funzionale che erode la dottrina del carattere indelebile.

Ridurre il sacerdozio a una realtà strutturalmente caduca implica trasferirlo dall’ordine dell’essere all’ordine della funzione. E quando l’ordine dell’essere si dissolve in quello della funzione, la disciplina smette di proteggere una configurazione sacramentale permanente e passa a operare come gestione di credenziali. L’eterno rimane sottomesso alla logica dello status.

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