“Non si può mettere il carro davanti al bue”; costituisce il contenuto di un proverbio simpatico tipico dei paesi di lingua ispanica. Lo possiamo applicare a una varietà innumerevole di situazioni quotidiane in cui si dà priorità a elementi secondari o accidentali, trascurando l’elemento principale o di maggiore preponderanza.
Nell’attualità vediamo un mare di mentalità e scenari degni di nota per avere toni notevoli di sfacciataggine, incoerenza e irrazionalità dove si dà cabida per applicare detto proverbio, specificamente all’interno della struttura della Santa Chiesa. Si vede costantemente e deve essere denunciato con dito accusatore nel piano oggettivo; può essere che varie persone non sappiano, ma questo non suppone una esimente di responsabilità degli stessi. Si manifesta in diverse forme e in distinti ambiti, come è il meramente estetico al di sopra delle verità che deve trasmettere il primo; i sentimenti/emozioni imperanti sulla realtà; le opinioni soggettive di ciascuno che decapitano i fondamenti cardinali vincolanti della nostra fede. Indicando in modo preciso, un ordine di elementi che si inverte in forma già stabilita a forza, è l’autorità intesa come superiore al Deposito della Fede, il che conduce a un detrimento severo di ciò che è più profondo, profondo o medullare della nostra fede.
La concezione disseminata dovunque di avere l’autorità come un quasi oracolo del Signore è così abituale che non suscita alcun questionamento tra i fedeli e qualsiasi tipo di questionamento interrogativo si prende come una volgare mancanza di rispetto alla gerarchia. “Ma loro sono quelli che comandano… ma loro sono i successori degli apostoli e non si possono sbagliare… loro hanno lo Spirito Santo che li guida… non è possibile che si sbaglino o che ci portino per una cattiva strada, devi fidarti…” Queste e un altro monto esorbitante di fallacie sono la parte maggioritaria della pochissima formazione infusa tra le pecore del Signore. Si contempla l’agire dispotico e sovversivo dei gerarchi ecclesiali come parte della volontà positiva di Dio. Un esempio molto semplice è l’agire doloso del Cardinale José Cobo contro il Valle de los Caídos in Spagna. Questo prelato ha manifestato il suo profondo disdegno -per non dire la parola odio- contro il luogo in menzione. È impossibile determinare l’agire del porporato come irreprensibile per essere guidato da Dio o mostra dello Spirito Santo facendo la volontà di Dio per mezzo del suo posto di autorità.
Nella crisi attuale infiltrata nella struttura della Chiesa che ha destrampato gli elementi più rudimentari della cattolicità, vediamo queste inversioni citate con anteriorità essere usate come armi mortali contro il medullare della nostra fede: la dottrina bimillenaria. Avere la placca di essere parte della Ecclesia docens (Chiesa docente) oggi in giorno si assume come una licenza dotata del potere di morphare, cambiare, persino eliminare punti dottrinali certerri della nostra fede. Dalla simonia fino al modernismo, si è visto come l’obiettivo principale dei nemici di Cristo Gesù sia stata la dottrina. “Non lasciatevi ingannare… se qualcuno cammina in dottrina strana [eresia], non ha parte nella passione [di Cristo]” (cf. San Ignacio de Antioquía, Carta a los Filadelfios). Lo dettato dal santo alluso con anteriorità ci lascia vedere molto chiaramente la necessità di mantenere la dottrina intatta sopra tutto; questo lo possiamo combinare con le sacre parole stipulate nel Credo Atanasiano recitato costantemente nella tradizione della Chiesa che, tra altre cose, dichiara quanto segue: “Chiunque voglia salvarsi deve, prima di tutto, mantenere la fede cattolica. Chi non custodirà questa fede integra e pura, senza dubbio perirà eternamente”.
Per poter contrastare e sanare quella nefasta inversione dell’ordine delle cose, dobbiamo mettere sempre di fronte la chiarezza dottrinale. A continuazione andiamo a leggere un breve estratto del noto testo patristico chiamato il Conmonitorio, scritto da San Vicente de Lerins. Prestate attenzione al valore singolare del Depositum Fidei (Deposito della Fede); è così elevato che si descrive in diverse forme per evidenziare la sua integrità inamovibile e la sua forza normativa per ciascuno dei che professano la fede cattolica. Il santo evidenzia il compito inquebrantabile che hanno i vescovi di trasmettere la fede di sempre senza alterarla, cosa che oggi in giorno non succede e si prende come una cassa di giocattoli disposta al loro pieno arbitrio. Niente né nessuno sulla faccia della terra ha il potere o l’autorità per cambiare o eliminare una sola virgola delle verità rivelate da Cristo Gesù e trasmesse fedelmente per i secoli. Ricevere tutta la fede non è un privilegio né un carisma, ma un diritto inerente di tutti i battezzati che sono pienamente facultati per esigerlo dai loro pastori. San Vicente de Lerins ci va a descrivere con perfetta eloquenza come dobbiamo comportarci con la tradizione della Chiesa per poterla trasmettere a futuro.
Leggiamo con gli occhi dell’anima quanto segue per poter orientarci in questi tempi in cui gli errori diventano più sottili, sommato all’agenda sovversiva di prelati che hanno preferito al mondo pestilente in sostituzione dei tesori di Cristo.
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“Il Conmonitorio”, numero 22, di San Vicente de Lerins
«Ma è proficuo che esaminiamo con maggiore diligenza quella frase dell’Apostolo: “O Timoteo!, custodisci il deposito, evitando le novità profane nelle espressioni”.
Questo grido è il grido di qualcuno che sa e ama. Prevedeva gli errori che stavano per sorgere, e se ne dolava enormemente.
Chi è oggi Timoteo se non la Chiesa universale in generale, e in modo particolare il corpo dei vescovi, i quali, essi principalmente, devono possedere una conoscenza pura della religione cristiana, e inoltre trasmetterla agli altri?
E che cosa vuole dire “custodisci il deposito”? Stai attento, gli dice, ai ladri e ai nemici; non succeda che mentre tutti dormono, vengano di nascosto a seminare la zizzania in mezzo al buon grano che il Figlio dell’uomo ha seminato nel suo campo.
Ma, che cos’è un deposito? Il deposito è ciò che ti è stato affidato, non trovato da te; tu l’hai ricevuto, non l’hai escogitato con le tue proprie forze. Non è il frutto del tuo ingegno personale, ma della dottrina; non è riservato a un uso privato, ma appartiene a una tradizione pubblica. Non è uscito da te, ma a te è venuto: riguardo a esso tu non puoi comportarti come se fossi il suo autore, ma come il suo semplice custode. Non sei tu che l’hai iniziato, ma sei il suo discipolo; non ti corresponderà dirigerlo, ma il tuo dovere è seguirlo.
Custodisci il deposito, dice; cioè, conserva inviolato e senza macchia il talento della fede cattolica. Ciò che ti è stato affidato è ciò che devi custodire accanto a te e trasmettere. Hai ricevuto oro, restituisci, dunque, oro. Non posso ammettere che sostituisci una cosa con un’altra. No, tu non puoi sfacciatamente sostituire l’oro con il piombo, o cercare di ingannare dando bronzo al posto del metallo prezioso. Voglio oro puro, e non qualcosa che ne abbia solo l’apparenza.
O Timoteo! O sacerdote!, interprete delle Scritture, dottore, se la grazia divina ti ha dato il talento per ingegno, esperienza, dottrina, devi essere il Beseleel del Tabernacolo spirituale. Lavora le pietre preziose del dogma divino, riuniscile fedelmente, adornale con saggezza, aggiungivi splendore, grazia, bellezza. Che le tue spiegazioni facciano comprendere con maggiore chiarezza ciò che già si credeva in maniera oscura. Che le generazioni future si rallegrino di aver compreso per la tua mediazione ciò che i loro padri veneravano senza comprenderlo.
Ma devi stare attento a insegnare solamente ciò che hai imparato; non succeda che per cercare modi nuovi di dire la dottrina di sempre, finisci per dire anche cose nuove.»
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