Il regime cinese ha compiuto un nuovo passo nella sua politica di controllo sulle confessioni religiose imponendo la consegna obbligatoria dei passaporti a tutto il clero e ai religiosi cattolici del paese. La misura, adottata dagli organismi ufficiali della Chiesa riconosciuta dallo Stato, rafforza il sistema di supervisione già esistente e rimette sotto pressione l’accordo controverso tra Pechino e la Santa Sede.
Secondo quanto riferisce Per Mariam, le nuove norme sono state promulgate a dicembre dall’Associazione Patriottica Cattolica Cinese (CCPA) e dalla cosiddetta Conferenza dei Vescovi della Chiesa Cattolica in Cina (BCCCC), entità che non riconoscono l’autorità della Santa Sede e che agiscono sotto la supervisione diretta del Partito Comunista Cinese.
Passaporti sotto custodia statale
Le disposizioni obbligano i sacerdoti e i religiosi a consegnare i loro passaporti e documenti di viaggio —inclusi quelli relativi a Hong Kong, Macao e Taiwan— affinché siano conservati dalle autorità. Sebbene siano previsti diversi procedimenti a seconda del rango clericale, il risultato è lo stesso: lo Stato trattiene i documenti di identità.
Chi desidera viaggiare all’estero per motivi ufficiali dovrà presentare una richiesta accompagnata dalla documentazione approvatoria corrispondente. Solo dopo l’autorizzazione potrà recuperare temporaneamente il passaporto per gestire visti e spostamenti.
Nel caso di viaggi privati, le esigenze sono ancora maggiori. L’interessato deve presentare, con almeno 30 giorni di anticipo, una richiesta dettagliata con itinerario, scopo, durata e lista dei partecipanti. Dopo l’approvazione, dovrà firmare un impegno scritto. Qualsiasi deviazione dal piano autorizzato può comportare sanzioni, come la sospensione dei privilegi di viaggio sia per l’individuo che per la sua istituzione.
Al loro ritorno, i religiosi dovranno restituire il passaporto entro sette giorni e, in alcuni casi, compilare moduli e rapporti aggiuntivi.
Un quadro di controllo sempre più stretto
Le nuove disposizioni si inquadrano in una politica più ampia di supervisione statale della vita religiosa. In dichiarazioni recenti, gli organismi ufficiali hanno insistito sul fatto che le attività religiose devono conformarsi strettamente alla legislazione vigente. Tra le altre restrizioni, i culti possono essere celebrati solo in luoghi autorizzati e solo presieduti da chierici registrati ufficialmente.
Il Partito Comunista mantiene da anni un processo di “sinizzazione” delle religioni, orientato a far sì che tutte le confessioni si adattino all’ideologia dello Stato e agiscano sotto la sua direzione. Normative approvate nel 2025 hanno rafforzato questa linea esigendo la promozione dei principi del comunismo e limitando severamente l’attività del clero straniero.
L’accordo sino-vaticano sotto pressione
Queste misure rimettono in discussione l’accordo provvisorio firmato nel 2018 tra la Cina e la Santa Sede sul nomina dei vescovi, rinnovato di recente fino al 2028. Sebbene il contenuto del patto rimanga in gran parte riservato, si considera che attribuisca a Pechino un ruolo determinante nella selezione episcopale, con un presunto diritto di veto da parte del Papa.
Leone XIV ha approvato nomine episcopali provenienti dalle autorità cinesi, senza pronunciarsi esplicitamente sull’indurimento del controllo statale. In un intervento iniziale del suo pontificato, ha espresso il desiderio che i cattolici cinesi rimangano in comunione con la Chiesa universale, un’affermazione che alcuni hanno interpretato come un segnale di preoccupazione di fronte alla politica di sinizzazione.