Di Daniel B. Gallagher
Ci sarà molta discussione sulla libertà durante questo 250º anniversario della nostra nazione. Le élite intellettuali stanno già dibattendo se la Costituzione concepisce limiti alla libertà dei cittadini e, in caso affermativo, quali siano questi limiti. La Carta dei Diritti apparentemente stabilisce limiti al governo, mentre interpretazioni successive del Primo Emendamento impongono limiti —ad esempio— alla libertà di espressione, restringendo l’oscurenità, l’incitamento alla violenza e la diffamazione.
In vista di questa celebrazione del Semiquincentenario, alcuni hanno persino iniziato a mettere in discussione se lo stesso progetto politico del liberalismo presenti una concezione falsa della libertà umana. Se Why Liberalism Failed di Patrick Deneen, pubblicato nel 2018, non ci ha fatto sentire abbastanza a disagio con le idee lockeane che sottendono la fondazione americana, il suo Regime Change: Towards a Postliberal Future, pubblicato cinque anni dopo, ci ha fatto realmente contorcere. «Il liberalismo ha fallito», scrive Deneen, «non perché sia rimasto corto, ma perché è stato fedele a se stesso». In altre parole, il liberalismo «ha fallito perché ha avuto successo».
Se esiste qualche speranza per un controargomento al «postliberalismo» di Deneen, questo deve basarsi su una concezione robusta della relazione tra libertà e verità. Detto in parole semplici, non è del tutto corretto affermare che il ruolo della verità sia «limitare» la libertà, come se la principale conseguenza di un imperativo morale contro l’uccisione, ad esempio, fosse ridurre l’ampiezza delle azioni permesse verso altri esseri umani; o come se l’immoralità degli atti sessuali al di fuori del matrimonio semplicemente restringesse ciò che possiamo fare con i nostri corpi e ciò che possiamo fare con i corpi degli altri.
Le recenti attività dell’ICE hanno provocato un vivace dibattito sulla Quarta Enmienda, che riconosce il nostro diritto «a essere sicuri… contro perquisizioni e sequestri irragionevoli». Lo scopo principale di quell’Emendamento è limitare il potere del governo, ma implica anche limiti al diritto del cittadino di resistere alle azioni delle forze dell’ordine. Se la perquisizione è ragionevole, chi viene perquisito è obbligato a conformarsi.
Questi sono questioni cruciali, ma possono facilmente offuscare la nostra percezione di una relazione più profonda tra libertà e verità. Per questo i Papi recenti ci hanno ricordato che la verità, correttamente intesa, non restringe i nostri orizzonti, ma li amplia. Dire che la libertà —sia politica che morale— è «legata» alla verità non significa tanto che la volontà umana sia intrinsecamente pericolosa al di fuori della verità, ma piuttosto che la volontà umana è fondamentalmente ordinata a un fine, e che quel fine non può essere raggiunto se non è scelto liberamente.
La differenza è sottile, ma critica. Nella vita morale, è la differenza tra agire solo per evitare il male e agire pienamente per raggiungere il bene. Nella vita politica, è la differenza tra astenersi dal violare la legge e impegnarsi con tutto il cuore al servizio del bene comune.
La differenza è ancora più importante quando situiamo la relazione tra libertà e verità nel contesto della fede cristiana, che, nelle parole di Papa Benedetto XVI, ci permette di percepire la «“grammatica” scritta nei cuori umani dal divino Creatore». La fede ci abilita a comprendere meglio che:
le norme della legge naturale non devono essere considerate come decreti imposti dall’esterno, come restrizioni alla libertà umana. Piuttosto, devono essere accolte come una chiamata a realizzare fedelmente il piano divino universale iscritto nella natura degli esseri umani.
La forza liberatrice della verità diventa ancora più evidente se confrontiamo una repubblica democratica con uno Stato autoritario. Il vero problema del chavismo in Venezuela, ad esempio, non è stata la libertà umana, ma la verità. E il successore di Chávez, Nicolás Maduro, ha imparato anche (come avevano già fatto Mao, Stalin, Fidel e altri leader socialisti) che si possono detenere prigionieri politici, ma non si può privarli della volontà. Figure come Aleksandr Solzhenitsyn, Viktor Frankl, Yeonmi Park, Jimmy Lai e tanti altri lo dimostrano una e altra volta.
Quello che sì si può fare è sostituire la verità con la menzogna. Si può scaricare una pioggia di propaganda sui cittadini per riorientare le loro volontà. Costa miliardi, ma è l’unico modo per mantenere il controllo.
Nel suo discorso annuale al corpo diplomatico, Papa Leone XIV ha sottolineato la necessità di combattere i crescenti tentativi di indebolire la capacità del linguaggio di trasmettere la verità. Lo ha fatto in modo eminentemente agostiniano, señalando la paradosso che il «indebolimento del linguaggio viene spesso invocato nel nome della stessa libertà di espressione. Esaminato più da vicino», ha detto, «avviene il contrario, poiché la libertà di parola e di espressione è garantita precisamente dalla certezza del linguaggio e dal fatto che ogni termine sia ancorato alla verità».
Il momento in cui dimentichiamo che il linguaggio è intrinsecamente ordinato alla verità è il momento in cui mettiamo in pericolo la capacità della persona umana di raggiungere il bene al quale la sua volontà è ordinata. Per questo l’unica speranza che, in ultima analisi, i tiranni hanno di soffocare la libertà umana è distorcendo la verità.
Papa Leone sostiene che, se ci concentriamo nel vedere la verità con maggiore chiarezza, saremo meno inclini a «cortocircuitare» i diritti umani mediante la proliferazione di falsità che promettono libertà ma non la consegnano:
Il diritto alla libertà di espressione, la libertà di coscienza, la libertà religiosa e persino il diritto alla vita stanno essendo limitati nel nome di altri presunti nuovi diritti, con il risultato che l’intero intreccio dei diritti umani sta perdendo la sua vitalità e creando spazio per la forza e l’oppressione. Questo avviene quando ogni diritto diventa autoriferenziale e, specialmente, quando si disconnette dalla realtà, dalla natura e dalla verità.
Questo 250º anniversario della nostra nazione è un momento propizio per riesaminare qualsiasi riserva che possiamo avere riguardo al liberalismo politico. Poiché, se sospettiamo che il liberalismo abbia «fallito» perché ci ha permesso di essere troppo liberi, dovremmo considerare la possibilità che siamo stati noi a fallire perdendo di vista le verità cruciali che i nostri Fondatori consideravano evidenti di per sé.
Sull’autore
Daniel B. Gallagher insegna filosofia e letteratura al Ralston College. In precedenza ha servito come segretario di latino per i Papi Benedetto XVI e Francesco.