Di Robert Lazu Kmita
Tra gli innumerevoli santi d’Italia, pochi godono della fama del cardinale san Carlo Borromeo (1538–1584). Insieme a Francesco d’Assisi, Antonio da Padova, Rita da Cascia e Padre Pio, è uno di quegli immortali i cui iconi adornano ancora numerose chiese e case cristiane anche oggi. L’eroismo del suo lavoro pastorale —specialmente durante la tristemente famosa epidemia di peste del 1576–1578, che decimò la popolazione di Milano e dei dintorni— fu eguagliato solo da un altro gerarca cattolico della stessa statura morale: suo cugino, il cardinale Federico Borromeo (1564–1631).
Membri di una delle famiglie più illustri dell’alta aristocrazia italiana, i due cugini Borromeo dimostrarono il potere della fede soprannaturale incarnata da individui che, nella vita sociale, occupavano ranghi e cariche di massima importanza. È opportuno notare che nessuno dei due rinunciò ai suoi titoli aristocratici; al contrario, li misero al servizio del bene dell’intera comunità. Se san Carlo fu uno dei principali artefici del storico Concilio di Trento, compiendo notevoli sforzi nella catechesi e nella formazione teologica cristiana, Federico, da parte sua —oltre a fondare la Biblioteca Ambrosiana— ci ha lasciato un impressionante tesoro di scritti.
Teologia, filosofia, teologia morale e ascetica cristiana, studi biblici ed esegesi dei testi sacri, diritto canonico e diritto civile: in sintesi, tutte le discipline essenziali furono ambiti in cui dimostrò una vera maestria.
La sorpresa, tuttavia, risiede nei suoi scritti sull’arte sacra. Il primo di essi, un trattato intitolato De Pictura Sacra (1624), è probabilmente l’opera più importante di tutta la tradizione cristiana dedicata alle arti visive. Un altro dei suoi scritti, Musaeum (1625), è un’autentica opera di critica, intrapresa sia da una prospettiva estetica che teologica. In effetti, questo è il punto di importanza cruciale nella visione del cardinale Federico: la bellezza estetica è inseparabile dalla bellezza morale.
Perché un’opera d’arte sia veramente bella, deve soddisfare sia le esigenze del mestiere che la rende possibile sia le esigenze proprie di un contenuto destinato a elevare le nostre anime verso Dio. L’apostolo Paolo chiedeva alle donne cristiane di rispettare la primazia della bellezza interiore, spirituale, a cui doveva subordinarsi la bellezza esteriore (1 Timoteo 2,9). Federico Borromeo chiede ai pittori e scultori cristiani di rispettare non solo gli occhi degli spettatori, ma anche le loro anime.
Unifica l’estetica e la morale mediante una delle nozioni più interessanti della storia e della teoria sia dell’arte che della metafisica: il decoro. Questa parola, che di solito intendiamo come riferita all’aspetto esteriore e al modo di vestire, significa qualcosa di molto più profondo nel trattato De Pictura Sacra. Ispirata sia al pensiero di Pitagora che al neoplatonismo cristianizzato di san Dionigi Areopagita, punta all’armonia profonda di tutti gli elementi che partecipano alla creazione di un’opera. L’armonia di tutti gli elementi architettonici di una cattedrale gotica permette la manifestazione della sua straordinaria bellezza.
Così come lo intende Federico Borromeo, il decoro non si riferisce solo all’armonia degli elementi esterni, ma anche a quella degli interni. Ciò che risulta dall’osservare le regole che permettono la creazione di un dipinto armonioso è la manifestazione della bellezza. Lo stesso cardinale Federico lo esprime così:
Una parte importante del buon comportamento umano è stata cercare la qualità nota come decoro. Questa apporta un piacere particolare alla mente degli spettatori e può essere descritta come una sorta di splendore luminoso, o forse come un fiore che sboccia da ogni movimento e attività e che rinfresca lo spirito. Questo piacere o diletto può essere impiantato in tutto ciò che è incantevole o grazioso e, mediante l’abilità artistica, può ispirare immagini.

Il «fiore» che fiorisce nella mente di coloro che contemplano un’opera in cui l’armonia è debitamente rispettata è la bellezza stessa, che brilla come una luce discreta che delizia simultaneamente gli occhi, il cuore e l’intelletto. Per questo l’esibizione della nudità, severamente criticata da entrambi i cardinali nel caso di maestri come Michelangelo, sebbene possa soddisfare il criterio della bellezza esterna, non può soddisfare, a causa delle occasioni di scandalo che presenta, il criterio della bellezza interiore. Poiché, sebbene gli occhi e la sensualità degli spettatori possano essere compiaciuti, le loro anime, al contrario, sono turbate e oscurate dalle passioni che le immagini provocanti possono facilmente suscitare.
In una cultura che può essere giustamente descritta come «voyeuristica», il mondo moderno ha più bisogno che in qualsiasi altra epoca storica di una concezione sana sia dell’arte sacra e religiosa che dell’arte profana. Il cardinale Federico Borromeo ci offre i fondamenti di tale concezione, in cui la «bellezza» non è semplicemente un bene esterno, frivolo e di consumo —spesso scandaloso—, ma una realtà profonda radicata in Dio, che è la Bellezza stessa. Il suo pensiero sviluppò una filosofia completa dell’arte, raccogliendo e distillando l’essenza dei pensatori pagani e cristiani più significativi che rifletterono su questi grandi temi.
È opportuno anche notare che il suo invito al discernimento dell’arte cristiana autentica si rivolge, prima di tutto, ai gerarchi della Chiesa. Nessuno può fare di più di loro per quanto riguarda la preservazione e la coltivazione dei canoni dell’arte sacra e religiosa. Allo stesso modo, nessuno può avere un impatto negativo più significativo quando detti canoni sono ignorati o respinti. Il valore e la chiarezza con cui entrambi i cardinali, Carlo e Federico, affrontarono le tendenze scandalose del loro tempo criticando artisti come Michelangelo sono virtù proprie di veri successori degli apostoli.
Fortunatamente per noi, san Carlo gode da tempo della venerazione che merita. Sebbene Federico Borromeo sia stato «canonizzato» nella letteratura da Alessandro Manzoni (1785–1873) in uno dei più grandi romanzi cristiani, I Promessi Sposi (I promessi sposi, 1827), la sua causa di canonizzazione —chiusa a causa di intrighi politici dell’epoca— merita di essere riaperta e portata a termine.
Sull’autore
Robert Lazu Kmita è romanziere, saggista e columnist, dottore in Filosofia. Il suo romanzo The Island without Seasons è stato pubblicato da Os Justi nel 2023. È anche autore ed editore di numerosi libri (tra cui un’Enciclopedia del mondo di J. R. R. Tolkien, in rumeno). Scrive regolarmente sul suo Substack, Kmita’s Library.