Sicurezza, antiglobalismo e principi non negoziabili. Le chiavi delle elezioni in Aragona dimenticate dai vescovi

Sicurezza, antiglobalismo e principi non negoziabili. Le chiavi delle elezioni in Aragona dimenticate dai vescovi

Le elezioni autonome in Aragona hanno lasciato un quadro politico nitido. Il Partito Popolare vince senza una maggioranza sufficiente e Vox consolida una crescita che non può più essere liquidata come episodica. La sinistra arretra, perde coesione e mostra una disconnessione evidente con una parte crescente dell’elettorato, specialmente giovane. Il risultato riflette meno un giro ideologico che una domanda di risposte chiare in materie molto concrete che sono state sistematicamente evitate.

Tra queste materie, l’immigrazione e la sicurezza occupano un posto centrale. Non come astrazioni morali, ma come realtà vissute. Più del venti per cento degli aragonesi ha sostenuto esplicitamente un discorso che indica che il modello attuale di immigrazione e integrazione non sta funzionando. Quella percentuale non descrive una minoranza eccentrica né un elettorato radicalizzato, ma una parte significativa della società che percepisce un deterioramento della convivenza, pressione sui servizi pubblici e assenza di controllo efficace. Negare questo dato o ridurlo a razzismo è un modo per non voler capire ciò che è accaduto alle urne.

Qui appare una breccia evidente tra una parte della gerarchia ecclesiale e la realtà sociale. Molti vescovi continuano ad affrontare l’immigrazione da un quadro esclusivamente morale, senza prestare attenzione alle sue conseguenze pratiche né alla sofferenza concreta generata da una cattiva gestione. Il risultato elettorale conferma che quell’approccio non connette più con ampi settori della popolazione. Non perché abbiano abbandonato principi cristiani, ma perché sentono che nessuno ascolta la loro esperienza quotidiana.

In quel contesto si spiega anche la crescita di Vox tra gli elettori cattolici. Non per adesione ideologica piena, ma perché il partito difende senza complessi questioni che altri hanno abbandonato: la vita umana dalla concezione, la libertà di educazione dei genitori, la famiglia come nucleo sociale di base e una concezione dell’ordine e della sicurezza che molti considerano imprescindibile per la convivenza. In Aragona, questi fattori hanno pesato eleitoralmente e fanno parte della cronaca reale delle elezioni.

Pretendere di espellere moralmente quel venti per cento dell’elettorato dall’ambito ecclesiale, come alcuni suggeriscono, sarebbe ripetere errori che si vedono già in altri paesi. Quanto accaduto in Germania con l’AfD serve da avvertimento: quando la Chiesa decide di etichettare ed escludere invece di ascoltare, perde la sua funzione pastorale e la sua capacità di mediazione. Gli elettori non scompaiono, ma la Chiesa sì smette di essere rilevante per loro.

Inoltre, c’è una questione che non può continuare a essere elusa. Il problema migratorio e di sicurezza non si risolverà a colpi di sussidi. ACCEM, Manos Unidas o Cáritas non risolveranno un modello fallito per quanti centinaia di milioni di euro pubblici continuino a ricevere. Il loro lavoro assistenziale può alleviare situazioni concrete, ma non sostituisce una politica seria di integrazione, limiti ed esigenze. Confondere carità con politica pubblica è parte del problema.

La lettura elettorale aragonese è semplice. Una parte rilevante della società chiede ordine, realismo e coerenza. Non sta votando contro la dignità umana, ma contro un sistema che percepisce travolto e negato dal discorso ufficiale. Ascoltare quel messaggio non è tradire il Vangelo. Ignorarlo, al contrario, sì è una forma di disconnessione che la Chiesa non può permettersi.

Aiuta Infovaticana a continuare a informare