«¡Siate santi!»: Leone XIV ai sacerdoti di Madrid che partecipano a Convivium

«¡Siate santi!»: Leone XIV ai sacerdoti di Madrid che partecipano a Convivium

Il Papa Leone XIV ha indirizzato una lettera al presbiterio dell’arcidiocesi di Madrid in occasione dell’Assemblea Presbiterale Convivium, celebrata nei giorni 9 e 10 febbraio, nella quale offre una riflessione di fondo sull’identità e la missione del sacerdote nel contesto culturale ed ecclesiale attuale.

Nel suo messaggio, il Pontefice riconosce le difficoltà del ministero in una società segnata dalla secolarizzazione, dalla polarizzazione e dalla perdita di riferimenti comuni, ma sottolinea anche i segni di una nuova ricerca spirituale, specialmente tra i giovani. Di fronte alla tentazione del ripiegamento o dell’attivismo, Leone XIV chiama a un sacerdozio radicato nell’intimità con Cristo, sostenuto dall’Eucaristia, fedele alla Tradizione apostolica e vissuto in fraternità presbiterale, proponendo come chiave non modelli nuovi, ma il rinnovamento del sacerdozio nel suo nucleo più autentico: essere veramente alter Christus al servizio di Dio e degli uomini.

Lasciamo qui di seguito le parole del Papa:

Cari figli:

Mi rallegra potervi indirizzare questa lettera in occasione della vostra Assemblea Presbiterale e farlo da un sincero desiderio di fraternità e unità. Ringrazio il vostro Arcivescovo e, di cuore, ciascuno di voi per la disponibilità a riunirvi come presbiterio, non solo per trattare affari comuni, ma per sostenervi a vicenda nella missione che condividete.

Valuto l’impegno con cui vivete ed esercitate il vostro sacerdozio in parrocchie, servizi e realtà molto diverse; so che molte volte questo ministero si svolge in mezzo alla stanchezza, a situazioni complesse e a una donazione silenziosa di cui solo Dio è testimone. Proprio per questo desidero che queste parole vi raggiungano come un gesto di vicinanza e di incoraggiamento, e che questo incontro favorisca un clima di ascolto sincero, di comunione vera e di apertura fiduciosa all’azione dello Spirito Santo, che non cessa di operare nella vostra vita e nella vostra missione.

Il tempo che vive la Chiesa ci invita a fermarci insieme in una riflessione serena e onesta. Non tanto per fermarci in diagnosi immediate o nella gestione di urgenze, ma per imparare a leggere con profondità il momento che ci tocca vivere, riconoscendo, alla luce della fede, le sfide e anche le possibilità che il Signore apre davanti a noi. In questo cammino diventa sempre più necessario educare lo sguardo ed esercitarci nel discernimento, in modo da poter percepire con maggiore chiarezza ciò che Dio sta già operando, molte volte in forma silenziosa e discreta, in mezzo a noi e alle nostre comunità.

Questa lettura del presente non può prescindere dal quadro culturale e sociale in cui oggi si vive e si esprime la fede. In molti ambienti constatiamo processi avanzati di secolarizzazione, una crescente polarizzazione nel discorso pubblico e la tendenza a ridurre la complessità della persona umana, interpretandola da ideologie o categorie parziali e insufficienti. In questo quadro, la fede corre il rischio di essere strumentalizzata, banalizzata o relegata al campo dell’irrilevante, mentre si consolidano forme di convivenza che prescindono da ogni riferimento trascendente.

A ciò si aggiunge un cambiamento culturale profondo che non può essere ignorato: la progressiva scomparsa di riferimenti comuni. Per molto tempo, il seme cristiano ha trovato una terra in buona misura preparata, perché il linguaggio morale, le grandi domande sul senso della vita e certe nozioni fondamentali erano, almeno in parte, condivisi. Oggi quel substrato comune si è indebolito notevolmente. Molti dei presupposti concettuali che per secoli hanno facilitato la trasmissione del messaggio cristiano hanno smesso di essere evidenti e, in non pochi casi, persino comprensibili. Il Vangelo non incontra solo l’indifferenza, ma un orizzonte culturale diverso, in cui le parole non significano più la stessa cosa e dove il primo annuncio non può essere dato per scontato.

Tuttavia, questa descrizione non esaurisce ciò che realmente sta accadendo. Sono convinto —e so che molti di voi lo percepiscono nell’esercizio quotidiano del vostro ministero— che nel cuore di non poche persone, specialmente dei giovani, si apre oggi un’inquietudine nuova. L’assolutizzazione del benessere non ha portato la felicità attesa; una libertà svincolata dalla verità non ha generato la pienezza promessa; e il progresso materiale, da solo, non ha saputo colmare il desiderio profondo del cuore umano.

In effetti, le proposte dominanti, insieme a determinate letture ermeneutiche e filosofiche con cui si è voluto interpretare il destino dell’uomo, lungi dall’offrire una risposta sufficiente, hanno lasciato spesso una maggiore sensazione di sazietà e vuoto. Proprio per questo, constatiamo che molte persone iniziano ad aprirsi a una ricerca più onesta e autentica, una ricerca che, accompagnata con pazienza e rispetto, le sta conducendo di nuovo all’incontro con Cristo. Questo ci ricorda che per il sacerdote non è momento di ripiegamento né di rassegnazione, ma di presenza fedele e di disponibilità generosa. Tutto ciò nasce dal riconoscimento che l’iniziativa è sempre del Signore, che sta già operando e ci precede con la sua grazia.

Si delinea così che tipo di sacerdoti ha bisogno Madrid —e l’intera Chiesa— in questo tempo. Certamente non uomini definiti dalla moltiplicazione dei compiti o dalla pressione dei risultati, ma uomini configurati con Cristo, capaci di sostenere il loro ministero da una relazione viva con Lui, nutrita dall’Eucaristia ed espressa in una carità pastorale segnata dal dono sincero di sé. Non si tratta di inventare modelli nuovi né di ridefinire l’identità che abbiamo ricevuto, ma di riproporre, con rinnovata intensità, il sacerdozio nel suo nucleo più autentico —essere alter Christus—, lasciando che sia Lui a configurare la nostra vita, a unificare il nostro cuore e a dare forma a un ministero vissuto dall’intimità con Dio, la donazione fedele alla Chiesa e il servizio concreto alle persone che ci sono state affidate.

Cari figli, permettetemi che oggi vi parli del sacerdozio servendomi di un’immagine che conoscete bene: la vostra Cattedrale. Non per descrivere un edificio, ma per imparare da esso. Perché le cattedrali —come qualsiasi luogo sacro— esistono, come il sacerdozio, per condurre all’incontro con Dio e la riconciliazione con i nostri fratelli, e i loro elementi racchiudono una lezione per la nostra vita e il nostro ministero.

Contemplando la sua facciata impariamo già qualcosa di essenziale. È la prima cosa che si vede, e tuttavia non dice tutto: indica, suggerisce, invita. Così anche il sacerdote non vive per esibire se stesso, ma nemmeno per nascondersi. La sua vita è chiamata a essere visibile, coerente e riconoscibile, anche se non sempre compresa. La facciata non esiste per se stessa: conduce all’interno. Allo stesso modo, il sacerdote non è mai fine a se stesso. Tutta la sua vita è chiamata a rimandare a Dio e ad accompagnare il passo verso il Mistero, senza usurparne il posto.

Arrivando alla soglia comprendiamo che non conviene che tutto entri nell’interno, poiché è spazio sacro. La soglia segna un passaggio, una separazione necessaria. Prima di entrare, qualcosa resta fuori. Anche il sacerdozio si vive così: essendo nel mondo, ma non essendo del mondo (cf. Gv 17,14). In questo crocevia si collocano il celibato, la povertà e l’obbedienza; non come negazione della vita, ma come la forma concreta che permette al sacerdote di appartenere interamente a Dio senza smettere di camminare tra gli uomini.

La cattedrale è anche una casa comune, dove tutti hanno posto. Così è chiamata a essere la Chiesa, specialmente per i suoi sacerdoti: una casa che accoglie, che protegge e che non abbandona. E così deve essere vissuta la fraternità presbiterale; come l’esperienza concreta di sentirsi a casa, responsabili gli uni degli altri, attenti alla vita del fratello e disposti a sostenerci a vicenda. Figli miei, nessuno dovrebbe sentirsi esposto o solo nell’esercizio del ministero: ¡resistete insieme all’individualismo che impoverisce il cuore e indebolisce la missione!

Percorrendo il tempio, notiamo che tutto poggia sulle colonne che sostengono l’insieme. La Chiesa ha visto in esse l’immagine degli Apostoli (cf. Ef 2,20). Neppure la vita sacerdotale si sostiene da sé, ma nel testimonianza apostolica ricevuta e trasmessa nella Tradizione viva della Chiesa, e custodita dal Magistero (cf. 1 Cor 11,2; 2 Tm 1,13-14). Quando il sacerdote rimane ancorato in questo fondamento, evita di edificare sulla sabbia di interpretazioni parziali o accenti circostanziali, e si appoggia sulla roccia ferma che lo precede e lo supera (cf. Mt 7,24-27).

Prima di arrivare al presbiterio, la cattedrale ci mostra luoghi discreti ma fondamentali: nel fonte battesimale nasce il Popolo di Dio; nel confessionale è continuamente rigenerato. Nei sacramenti, la grazia si rivela come la forza più reale ed efficace del ministero sacerdotale. Per questo, cari figli, celebrate i sacramenti con dignità e fede, essendo consapevoli che ciò che in essi avviene è la vera forza che edifica la Chiesa e che è il fine ultimo a cui si ordina tutto il nostro ministero. Ma non dimenticate che voi non siete la fonte, ma il canale, e che anche voi avete bisogno di bere da quell’acqua. Per questo, non smettete di confessarvi, di tornare sempre alla misericordia che annunciate.

Accanto allo spazio centrale si aprono cappelle diverse. Ognuna ha la sua storia, la sua advocazione. Nonostante siano diverse in arte e composizione, tutte condividono la stessa orientazione; nessuna è rivolta su se stessa, nessuna rompe l’armonia dell’insieme. Così accade anche nella Chiesa con i diversi carismi e spiritualità mediante i quali il Signore arricchisce e sostiene la vostra vocazione. Ognuno riceve una forma particolare di esprimere la fede e di nutrire l’interiorità, ma tutti rimangono orientati verso lo stesso centro.

Guardiamo il centro di tutto, figli miei: qui si rivela ciò che dà senso a ciò che fate ogni giorno e da dove sgorga il vostro ministero. Nell’altare, per le vostre mani, si attualizza il sacrificio di Cristo nella più alta azione affidata a mani umane; nel tabernacolo, permane Colui che avete offerto, affidato di nuovo alla vostra cura. Siate adoratori, uomini di profonda preghiera e insegnate al vostro popolo a fare lo stesso.

Al termine di questo percorso, per essere i sacerdoti di cui la Chiesa ha bisogno oggi, vi lascio lo stesso consiglio del vostro santo compatriota, san Giovanni d’Avila: «Siate voi tutto suo» (Omelia 57). ¡Siate santi! Vi affido a Santa Maria della Almudena e, con il cuore pieno di gratitudine, vi imparto la Benedizione Apostolica, che estendo a quanti sono affidati alla vostra cura pastorale.

Città del Vaticano, 28 gennaio 2026. Memoria di santo Tommaso d’Aquino, presbitero e dottore della Chiesa.

LEONE PP. XIV

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