Il presidente della Conferenza Episcopale Spagnola, monsignor Luis Argüello, ha introdotto sfumature rilevanti nel suo discorso sull’immigrazione —che in un primo momento si è affrettato a tenere— avvertendo dei rischi di attuare una regolarizzazione senza un approccio integrale e sottolineando che gli Stati hanno il diritto di regolare i flussi migratori, sempre nel rispetto della dignità della persona e del bene comune.
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In un articolo di opinione pubblicato su Revista Ecclesia, Argüello riflette sul recente decreto di regolarizzazione approvato dal Consiglio dei Ministri e sul processo precedente promosso da ambienti ecclesiali mediante un’Iniziativa Legislativa Popolare. Il prelato ricorda che la Chiesa conosce di prima mano la realtà di molti migranti attraverso Cáritas, congregazioni religiose e delegazioni diocesane, e sottolinea che la mancanza di documentazione spinge migliaia di persone nell’economia sommersa e in situazioni di abuso.
Argüello difende che la regolarizzazione permette a molti di uscire da un “labirinto angosciante” e di recuperare una vita dignitosa, ma evita un approccio ingenuo o esclusivamente umanitario. Insieme al riconoscimento dei diritti, insiste anche sui doveri di chi arriva, chiamati a collaborare al bene comune e ad accettare le “regole basiche del gioco sociale” del paese di accoglienza.
Inoltre, riconosce apertamente i problemi reali di integrazione e convivenza, specialmente quando esistono grandi differenze culturali o profonde disuguaglianze sociali ed economiche. Allo stesso modo, collega il fenomeno migratorio ad altre questioni strutturali come l’occupazione, l’alloggio e la sostenibilità dello Stato del benessere.
Avvertendo così, sul rischio di affrontare l’immigrazione come soluzione automatica al problema demografico. Argüello ricorda che la Spagna soffre di un grave squilibrio tra nascite e decessi e sottolinea che la risposta non può limitarsi all’immigrazione, ma richiede un “alleanza sociale per la speranza” a favore della natalità, promossa anche dalla Chiesa.
Il prelato conclude reclamando un grande patto di Stato e dell’Unione Europea che affronti l’immigrazione in modo integrale, dalle cause nei paesi di origine alla lotta contro le mafie, passando per una regolamentazione responsabile dei flussi. Avverte, inoltre, che senza accordi ampi sulle questioni critiche, le misure parziali possono finire per essere controproducenti.