Alla redazione di Infovaticana sono arrivati messaggi inviati a sacerdoti della diocesi di Madrid che non si sono iscritti al Convivium. Non sono convocazioni generali né promemoria impersonali, ma comunicazioni individualizzate che evidenziano un monitoraggio concreto di chi c’è e chi no. Sotto un linguaggio gentile e apparentemente pastorale, questi messaggi introducono un elemento di pressione difficilmente compatibile con la libertà che si proclama ufficialmente intorno a questo evento.
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Diversi sacerdoti assicurano di aver ricevuto negli ultimi giorni WhatsApp firmati da Juan Carlos Merino, in cui vengono interpellati nominalmente per non figurare iscritti all’assemblea sacerdotale del Convivium, nonostante abbiano partecipato alla pre-assemblea. Il messaggio, che si presenta come una semplice verifica amministrativa, viene percepito da chi lo riceve come un richiamo personale e diretto che invita a “correggere” l’assenza e a completare l’iscrizione.
Sì, c’è pressione. Dolce, ma pressione alla fine.
Non è un ordine esplicito, né una minaccia, né una coercizione formale. Proprio per questo è più efficace. Si presenta come preoccupazione personale, come cura pastorale, come semplice chiarimento amministrativo. Ma il sottotesto è chiaro: abbiamo visto che non ti sei iscritto, sappiamo dove sei stato, speriamo che tu sia anche qui. In un contesto gerarchico, questo non è neutrale.
La chiave sta nell’asimmetria. Non scrive un pari: scrive Juan Carlos Merino, da una posizione che rappresenta struttura e comando. Nella vita diocesana, quel tipo di messaggi non circola nel vuoto: arrivano supportati da un sistema che influenza destini, incarichi, valutazioni informali e clima interno. Quando qualcuno del genere segnala un’assenza concreta e la collega a un evento promosso dall’alto, il messaggio implicito è che non andare è un’anomalia che deve essere giustificata.
Inoltre, il ricorso retorico è classico: si offre una via d’uscita “innocente” —confusione, problema tecnico— per evitare che il destinatario possa dire apertamente “non voglio andare”. Si presuppone che la non iscrizione non possa essere una decisione libera e ragionata. Questo dice già molto sul concetto di libertà che si gestisce.
È questo “grande libertà”? No. È un controllo morbido, pastoralizzato, avvolto in linguaggio fraterno. Non obbliga, ma segnala. Non comanda, ma vigila. E nelle organizzazioni clericali, dove il costo di essere segnalati si paga a medio termine, quel tipo di messaggi funziona come meccanismo di allineamento.
Un’altra cosa è se sia legittimo o prudente. Ma se la domanda è se c’è pressione, la risposta è sì. Pressione istituzionale a bassa intensità, progettata proprio per poter essere negata se qualcuno la denuncia.
Tutto ciò si aggrava se si tiene conto della polemica già emersa intorno allo stesso Convivium, dopo che è venuta alla luce l’introduzione di proposte dottrinalmente problematiche, qualificate internamente come “peculiari” per evitare di chiamarle per nome. La presenza di planteggiamenti eretici o gravemente ambigui ha seminato dubbi ragionevoli su un evento a maggiore gloria di un cardinale polemico e contestato, e questo tipo di pressioni non dissipa quei dubbi: li rafforza.
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