El Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X ha concesso la sua prima intervista dopo aver annunciato pubblicamente la decisione di procedere a nuove consacrazioni episcopali senza mandato pontificio, previste per il prossimo 1º luglio. Nell’intervista, pubblicata da FSSPX Actualidad e datata 2 febbraio 2026, Davide Pagliarani giustifica questa determinazione nel principio canonico della salus animarum come legge suprema, nel contesto di ciò che considera uno stato oggettivo e prolungato di necessità spirituale nella Chiesa, aggravato dalla continuità dottrinale e pastorale del pontificato successivo a Francesco e dall’assenza di una risposta soddisfacente da parte di Roma alle gestioni effettuate dalla Fraternità.
Fonte: FSSPX Actualidad
FSSPX.Actualidad: Reverendo Superiore Generale, ha appena annunciato pubblicamente la sua intenzione di procedere a nuove consacrazioni episcopali all’interno della Fraternità Sacerdotale San Pio X il prossimo 1º luglio. Perché annunciarlo proprio oggi, 2 febbraio?
Don Davide Pagliarani: La festa della Purificazione della Santissima Vergine riveste un’importanza particolare nella Fraternità. In questo giorno, i candidati al sacerdozio ricevono la sotana. La Presentazione del Nostro Signore nel Tempio, che celebriamo oggi, ricorda loro che la chiave della loro formazione e della loro preparazione agli Ordini si trova nel dono di sé stessi, che passa per le mani di Maria. È una festa mariana di somma importanza; quando Simeone annuncia alla Nostra Signora una spada di dolore, le indica chiaramente il suo ruolo di Corredentrice accanto al suo divino Figlio. La Nostra Signora accompagna allo stesso modo il futuro sacerdote nella sua formazione e per tutta la sua vita: è Lei che forma continuamente il Nostro Signore nella sua anima.
FSSPX.Actualidad: Ci sono stati rumors insistenti su questo annuncio negli ultimi mesi, specialmente dopo la morte di Mons. Tissier de Mallerais nell’ottobre 2024. Perché ha aspettato fino ad ora?
Don Davide Pagliarani: Allo stesso modo di Mons. Lefebvre ai suoi tempi, la Fraternità ha sempre cercato di non anticipare la Provvidenza, ma di seguirla, lasciandosi guidare dalle sue indicazioni. Una decisione di tale importanza non può essere presa alla leggera, né con precipitazione.
Concretamente, trattandosi di una questione che ovviamente concerne l’autorità suprema della Chiesa, si imponeva, in primo luogo, intraprendere le opportune gestioni presso la Santa Sede – come abbiamo fatto – attendendo, per un termine ragionevole, una risposta. Non potevamo prendere la decisione senza aver manifestato in modo concreto il nostro riconoscimento dell’autorità del Santo Padre.
FSSPX.Actualidad: Nella sua omelia, Vd. ha detto di aver scritto al Papa. Potrebbe dirci qualcosa di più in merito?
Don Davide Pagliarani: L’estate scorsa ho scritto al Santo Padre per richiedere un’udienza. Non avendo ricevuto alcuna risposta, ho scritto una nuova lettera, alcuni mesi dopo; una lettera semplice e filiale, senza nascondergli alcun dettaglio sulle nostre necessità. Menzionavo le nostre divergenze dottrinali ma, anche, il nostro sincero desiderio di servire senza sosta la Chiesa cattolica, poiché siamo servi della Chiesa nonostante la mancanza di riconoscimento canonico.
Una risposta a questa seconda lettera ci è stata inviata da Roma qualche giorno fa, con la firma del cardinale Fernández. Sfortunatamente, questa risposta respinge semplicemente la nostra proposta, senza offrirci una soluzione alternativa.
Questa proposta, tenuto conto delle circostanze assolutamente eccezionali in cui si trova la Fraternità, consiste, in sintesi, in che la Santa Sede accetti di lasciarci continuare provvisoriamente nella nostra situazione di eccezione, per il bene delle anime che ricorrono a noi. Allo stesso modo, reiteriamo al Papa la nostra promessa di dedicare tutte le nostre energie alla salvaguardia della Tradizione e a fare dei nostri fedeli veri figli della Chiesa. Mi sembra che una proposta così sia, allo stesso tempo, realistica e ragionevole, e che potrebbe, in principio, ricevere il beneplacito del Santo Padre.
FSSPX.Actualidad: Ma allora, se non ha ancora ricevuto quel permesso, perché considera di dover procedere comunque alle consacrazioni episcopali?
Don Davide Pagliarani: Si tratta di un mezzo straordinario, proporzionato a una necessità allo stesso tempo reale ed straordinaria. Certamente, la semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non implica, di per sé, che qualsiasi iniziativa in suo favore sia automaticamente giustificata. Nel nostro caso, dopo un lungo periodo di attesa, osservazione e preghiera, ci sembra di poter affermare oggi che lo stato oggettivo di grave necessità in cui si trovano le anime, la Fraternità e la Chiesa esige questa decisione.
Con l’eredità che ci ha lasciato il papa Francesco, le ragioni di fondo che avevano già giustificato le consacrazioni del 1988 conservano tutta la loro validità e si rivelano, oggi, in molti aspetti, persino più pertinenti. Il Concilio Vaticano II rimane e oggi più che mai la bussola che guida gli uomini di Chiesa, ed è improbabile che cambino rotta in un futuro immediato. Le grandi linee che già si delineano per il nuovo pontificato, in particolare dopo l’ultimo concistoro, lo confermano pienamente: in esse si percepisce una determinazione esplicita di mantenere la linea di Francesco come un cammino irreversibile per tutta la Chiesa.
«Reiteriamo al Papa la nostra promessa di dedicare tutte le nostre energie alla salvaguardia della Tradizione e a fare dei nostri fedeli veri figli della Chiesa»
È triste constatarlo, ma è un fatto: in una parrocchia media, i fedeli non trovano più le risorse necessarie per assicurare la loro salvezza eterna. In particolare, per quanto riguarda la predicazione integra della verità e della morale cattoliche, così come l’amministrazione dei Sacramenti così come la Chiesa li ha sempre concepiti. Questo è il riassunto dello stato di necessità. In questo contesto critico, i nostri vescovi stanno invecchiando e, con la crescita continua dell’apostolato, non ce la fanno più a rispondere alle necessità dei fedeli in tutto il mondo.
FSSPX.Actualidad: In che senso considera Vd. che il concistoro del mese scorso confermi la direzione presa dal papa Francesco?
Don Davide Pagliarani: Il cardinale Fernández, a nome del papa Leone, ha invitato la Chiesa a tornare all’intuizione fondamentale di Francesco, espressa in Evangelii gaudium, la sua enciclica chiave: in modo semplificato, si tratta di ridurre l’annuncio del Vangelo alla sua espressione primitiva essenziale, in formule molto concise e incisive – il «kerygma» –, in vista di un’«esperienza», di un incontro immediato con Cristo, lasciando da parte tutto il resto, per prezioso che sia; concretamente, l’insieme degli elementi della Tradizione, considerati come accessori e secondari. Questo metodo della nuova evangelizzazione è quello che ha prodotto il vuoto dottrinale caratteristico del pontificato di Francesco, che una parte importante della Chiesa ha sperimentato con tanta intensità.
Certamente, in questa prospettiva bisogna sempre preoccuparsi di offrire risposte nuove e adeguate alle questioni che sorgono; ma questo compito deve essere realizzato attraverso la riforma sinodale, e non riscoprendo le risposte classiche e sempre valide, fornite dalla Tradizione della Chiesa. In questo modo, nel presunto «soffio dello Spirito» di questa riforma sinodale, Francesco ha potuto imporre a tutta la Chiesa decisioni catastrofiche, come l’autorizzazione della comunione per i divorziati risposati o la benedizione di coppie dello stesso sesso.
In sintesi: mediante il «kerygma», l’annuncio del Vangelo si isola da tutto il corpus della dottrina e della morale tradizionali; e mediante la sinodalità, le risposte tradizionali sono sostituite da decisioni arbitrarie, facilmente assurde e dottrinalmente ingiustificabili. Lo stesso cardinale Zen considera che questo metodo sia manipolatorio e che attribuirlo allo Spirito Santo sia blasfemo. È da temere; purtroppo, che abbia ragione.
FSSPX.Actualidad: Vd. parla di servizio alla Chiesa ma, nella pratica, la Fraternità può dare l’impressione di sfidare la Chiesa, soprattutto se si contemplano nuove consacrazioni episcopali. Come glielo spiegherebbe al Papa?
Don Davide Pagliarani: Serviamo la Chiesa, anzitutto, servendo le anime. Questo è un fatto oggettivo, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione. La Chiesa esiste fondamentalmente per le anime: la sua finalità è la santificazione delle anime e la loro salvezza. Tutti i bei discorsi, i vari dibattiti e i grandi temi su cui si discute o si potrebbe discutere sono privi di senso se non hanno come obiettivo la salvezza delle anime. Conviene ricordarlo, perché oggi esiste il pericolo che la Chiesa si occupi di tutto e di nulla. La preoccupazione ecologica, per esempio, o la difesa dei diritti delle minoranze, delle donne o dei migranti, rischiano di far perdere di vista la missione essenziale della Chiesa. Se la Fraternità San Pio X lotta per conservare la Tradizione, con tutto ciò che ciò implica, è unicamente perché questi tesori sono assolutamente indispensabili per la salvezza delle anime, e perché non persegue nient’altro, oltre al bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione.
«In una parrocchia media, i fedeli non trovano più le risorse necessarie per assicurare la loro salvezza eterna. Questo è il riassunto dello stato di necessità»
Agendo così, mettiamo al servizio della Chiesa ciò che conserviamo. Offriamo alla Chiesa non un museo di cose antiche e polverose, ma la Tradizione nella sua pienezza e fecondità: la Tradizione che santifica le anime, che le trasforma, che suscita vocazioni e famiglie autenticamente cattoliche. Detto in altro modo: è per lo stesso Papa, in quanto tale, per chi conserviamo questo tesoro, fino al giorno in cui se ne comprenderà di nuovo il valore e in cui un Papa vorrà servirsene per il bene di tutta la Chiesa. Perché è a quest’ultima che appartiene la Tradizione.
FSSPX.Actualidad: Vd. parla del bene delle anime, ma la Fraternità non ha missione sulle anime. Al contrario, è stata soppressa canonicamente più di cinquant’anni fa. In virtù di che cosa può giustificarsi una missione della Fraternità riguardo alle anime?
Don Davide Pagliarani: Si tratta semplicemente di una questione di carità. Non vogliamo attribuirci una missione che non abbiamo. Ma, allo stesso tempo, non possiamo negarci di rispondere all’angoscia spirituale delle anime che, sempre più perplesse, disorientate e perdute, ricorrono a noi. Chiedono aiuto. E dopo aver cercato a lungo, trovano, in modo perfettamente naturale, nelle ricchezze della Tradizione della Chiesa, vissuta integralmente, con una gioia molto profonda, la luce e il conforto. Riguardo a queste anime, abbiamo una vera responsabilità, anche se non abbiamo una missione canonica: se qualcuno vede in strada una persona in pericolo, è obbligato a soccorrerla secondo le sue possibilità, anche se non è né pompiere né poliziotto.
Il numero di anime che hanno ricorso a noi non ha smesso di crescere con il passare degli anni ed è aumentato, persino, in modo considerevole durante l’ultimo decennio. Ignorare le loro necessità e abbandonarle significherebbe tradirle e, con ciò, tradire la stessa Chiesa, poiché, ancora una volta, la Chiesa esiste per le anime e non per alimentare discorsi vani e futili.
Questa carità è un dovere che prevale su tutti gli altri. Lo stesso diritto della Chiesa lo prevede così. Nello spirito del diritto della Chiesa, espressione giuridica di questa carità, il bene delle anime passa prima di tutto. Rappresenta veramente la legge delle leggi, alla quale tutte le altre sono subordinate e di fronte alla quale nessuna legge ecclesiastica prevale. L’assioma «suprema lex, salus animarum» – la legge suprema è la salvezza delle anime – è un massimo classico della tradizione canonica, ripreso esplicitamente, del resto, nell’ultimo canone del Codice del 1983; nello stato attuale di necessità, da questo principio fondamentale dipende, in ultima istanza, tutta la legittimità del nostro apostolato e della nostra missione riguardo alle anime che ricorrono a noi. Si tratta, da parte nostra, di un ruolo di supplenza, in nome di questa stessa carità.
FSSPX.Actualidad: È Vd. consapevole che il fatto di contemplare nuove consacrazioni episcopali potrebbe porre i fedeli che ricorrono alla Fraternità di fronte a un dilemma: o la scelta della Tradizione integra con tutto ciò che ciò implica, o la «piena» comunione con la gerarchia della Chiesa?
Don Davide Pagliarani: Questo dilemma è in realtà solo apparente. È evidente che un cattolico deve conservare sia l’integrità della Tradizione sia la comunione con la gerarchia. Non può scegliere tra questi due beni, poiché entrambi sono necessari.
Troppo spesso si dimentica, tuttavia, che la comunione si fonda essenzialmente sulla fede cattolica, con tutto ciò che ciò implica: a partire da una vera vita sacramentale e dall’esercizio di un governo che predichi quella stessa fede e ne favorisca la messa in pratica, usando la sua autorità non in modo arbitrario, ma veramente in ordine al bene spirituale delle anime affidate alla sua cura.
È, precisamente, per garantire questi fondamenti, queste condizioni necessarie per l’esistenza stessa della comunione nella Chiesa, che la Fraternità non può accettare ciò che si oppone a quella comunione e la snatura, anche quando ciò procede, paradossalmente, da quegli stessi che esercitano l’autorità nella Chiesa.
FSSPX.Actualidad: Potrebbe darci un esempio concreto di ciò che la Fraternità non può accettare?
Don Davide Pagliarani: Il primo esempio che mi viene in mente risale all’anno 2019, quando il papa Francesco, in occasione della sua visita alla penisola arabica, firmò con un imam la nota Dichiarazione di Abu Dhabi. In essa affermava, insieme al leader musulmano, che la pluralità delle religioni era stata voluta come tale dalla Sapienza divina.
È evidente che una comunione che si fondasse sull’accettazione di tale affermazione, o che la includesse, semplicemente non sarebbe cattolica, poiché implicherebbe un peccato contro il primo comandamento e la negazione del primo articolo del Credo. Considero che un’affermazione così sia più di un semplice errore. È semplicemente inconcepibile. Non può essere il fondamento di una comunione cattolica, ma piuttosto la causa della sua dissoluzione. Penso che un cattolico dovrebbe preferire il martirio piuttosto che accettare tale affermazione.
FSSPX.Actualidad: In tutto il mondo, la presa di coscienza degli errori denunciati da tempo dalla Fraternità progredisce, specialmente su internet. Non converrebbe lasciare che questo movimento si sviluppi con fiducia nella Provvidenza, invece di intervenire mediante un gesto pubblico forte come le consacrazioni?
Don Davide Pagliarani: Questo movimento è certamente positivo, e non può che rallegrarci. Illustra senza dubbio la plausibilità di ciò che difende la Fraternità e conviene incoraggiare questa diffusione della verità con tutti i mezzi esistenti. Detto questo, si tratta di un movimento che ha i suoi limiti, poiché la lotta della fede non si limita a, né si esaurisce in discussioni e prese di posizione il cui scenario siano il web o i social network.
La santificazione di un’anima dipende certamente da una professione di fede autentica, ma questa deve condurre a una vita veramente cristiana. La domenica le anime non hanno bisogno di consultare una piattaforma internet. Di ciò che hanno bisogno è un sacerdote che le confessi e le istruisca, che celebri per loro la santa Messa, che le santifichi veramente e le conduca a Dio. Le anime hanno bisogno di sacerdoti. E per avere sacerdoti, servono vescovi. Non «influencer». In altre parole, bisogna tornare al mondo reale, cioè alla realtà delle anime e delle loro necessità oggettive concrete. Le consacrazioni episcopali non hanno altra finalità: garantire, per i fedeli impegnati nella Tradizione, l’amministrazione del sacramento della cresima, dell’ordine e di tutto ciò che ne deriva.
FSSPX.Actualidad: Nonostante le sue buone intenzioni, non pensa che la Fraternità potrebbe finire, in qualche modo, per considerarsi la Chiesa, o per ritenersi insostituibile?
Don Davide Pagliarani: In nessun modo la Fraternità pretende di sostituirsi alla Chiesa né di assumere la sua missione; al contrario, conserva una profonda coscienza di esistere solo per servirla, appoggiandosi esclusivamente su ciò che la Chiesa stessa ha predicato, creduto e praticato sempre e ovunque.
La Fraternità è, allo stesso modo, profondamente consapevole che non è lei a salvare la Chiesa, poiché solo il Nostro Signore, che non cessa mai di vegliare su di essa, può custodire e salvare la Sua Sposa.
La Fraternità è, semplicemente, in circostanze che non ha scelto, un mezzo privilegiato per rimanere fedele alla Chiesa. Attenta alla missione della sua Madre, che per venti secoli ha nutrito i suoi figli con la dottrina e i sacramenti, la Fraternità si consacra filialmente alla preservazione e alla difesa della Tradizione integra, prendendo i mezzi di una libertà senza eguali per rimanere fedele a questo lascito. Secondo l’espressione di Mons. Lefebvre, la Fraternità non è altro che un’opera «della Chiesa cattolica, che continua a trasmettere la dottrina»; il suo ruolo è quello di un «postino che porta una lettera». E il suo più grande desiderio è vedere tutti i pastori cattolici unirsi a lei nell’adempimento di questo dovere.
FSSPX.Actualidad: Torniamo al Papa. Le sembra verosimile pensare che il Santo Padre possa accettare, o almeno tollerare, che la Fraternità consacri vescovi senza mandato pontificio?
Don Davide Pagliarani: Un Papa è anzitutto un padre. Come tale, è capace di discernere un’intenzione retta, una volontà sincera di servire la Chiesa e, soprattutto, un vero caso di coscienza in una situazione eccezionale. Questi elementi sono oggettivi e tutti coloro che conoscono la Fraternità possono riconoscerli, anche senza condividere necessariamente le sue posizioni.
FSSPX.Actualidad: Questo risulta comprensibile, in teoria. Ma pensa Vd. che, concretamente, Roma possa tollerare una decisione simile da parte della Fraternità?
Don Davide Pagliarani: Il futuro rimane nelle mani del Santo Padre e, evidentemente, della Provvidenza. Tuttavia, bisogna riconoscere che la Santa Sede è a volte capace di mostrare un certo pragmatismo, persino una flessibilità sorprendente, quando è convinta di agire per il bene delle anime.
Prendiamo il caso molto attuale delle relazioni con il governo cinese. Nonostante un vero scisma della Chiesa patriottica cinese; nonostante una persecuzione ininterrotta della Chiesa sotterranea, fedele a Roma; nonostante accordi regolarmente rinnovati e poi violati dal governo cinese, nel 2023, il papa Francesco ha approvato a posteriori la nomina del vescovo di Shanghai da parte delle autorità cinesi. Più recentemente, il papa Leone XIV ha finito per accettare anche a posteriori la nomina del vescovo di Xinxiang, designato allo stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, quando il vescovo fedele a Roma, più volte incarcerato, era ancora in funzioni. In entrambi i casi, si tratta evidentemente di prelati affini al governo, imposti unilateralmente da Pechino con l’obiettivo di controllare la Chiesa cattolica cinese. Conviene sottolineare che non si tratta qui di semplici vescovi ausiliari, ma di vescovi residenziali, cioè di pastori ordinari della loro diocesi (o prefettura) rispettiva, con giurisdizione sui sacerdoti e i fedeli locali. A Roma si sa perfettamente a quale scopo sono stati eletti e imposti unilateralmente questi pastori.
«La Fraternità San Pio X non persegue nient’altro, oltre al bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione»
Il caso della Fraternità è molto diverso: non si tratta affatto di collaborare con un potere comunista o anticristiano, ma unicamente di salvaguardare i diritti di Cristo Re e della Tradizione della Chiesa, in un momento di crisi e di confusione generalizzate in cui questi si trovano gravemente compromessi. Le intenzioni e le finalità non sono, evidentemente, le stesse. Il Papa lo sa. Inoltre, il Santo Padre sa perfettamente che la Fraternità non pretende in alcun modo di conferire ai suoi vescovi alcuna giurisdizione, ciò che equivarrebbe a creare una Chiesa parallela.
Francamente, non vedo come il Papa potrebbe temere un pericolo maggiore per le anime da parte della Fraternità che da parte del governo di Pechino.
FSSPX.Actualidad: Pensa Vd. che, per quanto riguarda la Messa tradizionale, la necessità delle anime sia oggi così grave come nel 1988? Dopo le vicissitudini per cui è passato il rito di san Pio V – la sua liberalizzazione da Benedetto XVI nel 2007 e le restrizioni imposte da Francesco nel 2021 –, dove ci dirigiamo con il nuovo Papa?
Don Davide Pagliarani: Per quanto ne so, il papa Leone XIV ha mantenuto una certa discrezione su questo tema, che suscita una grande aspettativa nel mondo conservatore. Tuttavia, molto recentemente è stato reso pubblico un testo del cardinale Roche sulla liturgia, destinato inizialmente ai cardinali che hanno partecipato al concistoro del mese scorso. E non c’è motivo di dubitare che detto testo corrisponda, nelle sue grandi linee, all’orientamento voluto dal Papa. Si tratta di un testo molto chiaro e, soprattutto, logico e coerente. Sfortunatamente, si appoggia su una premessa falsa.
Concretamente, questo testo, in perfetta continuità con Traditionis custodes, condanna il progetto liturgico del papa Benedetto XVI. Secondo quest’ultimo, il rito antico e il nuovo sarebbero due forme approssimativamente equivalenti, che esprimono comunque la stessa fede e la stessa eclesiologia, e che potrebbero, quindi, arricchirsi a vicenda. Preoccupato per l’unità della Chiesa, Benedetto XVI volle promuovere la coesistenza di entrambi i riti e pubblicò nel 2007 Summorum Pontificum. Per molti, questo fu provvidenzialmente una riscoperta della Messa di sempre; ma a lungo termine diede luogo anche a un movimento di messa in discussione del nuovo rito, movimento che sembrò problematico e che Traditionis custodes, nel 2021, cercò di frenare.
Fedele a Francesco, il cardinale Roche promuove a sua volta l’unità della Chiesa, ma conforme a un’idea e mediante soluzioni diametralmente opposte a quelle di Benedetto XVI: sebbene si mantenga l’affermazione della continuità di un rito all’altro attraverso la riforma, si oppone fermamente alla loro coesistenza. Vede in essa una fonte di divisione, una minaccia per l’unità, che deve essere superata tornando a una autentica comunione liturgica: «Il bene primordiale dell’unità della Chiesa non si raggiunge congelando la divisione, ma ritrovandoci tutti nel condividere ciò che non può che essere condiviso». Nella Chiesa, «dovrebbe esserci un solo rito», in piena sintonia con il vero senso della Tradizione.
Si tratta di un principio giusto e coerente, poiché la Chiesa, avendo una sola fede e una sola eclesiologia, non può avere che una sola liturgia capace di esprimerle adeguatamente… Ma è un principio mal applicato, poiché, in coerenza con la nuova eclesiologia postconciliare, il cardinale Roche concepisce la Tradizione come qualcosa di evolutivo, e il nuovo rito come la sua unica espressione viva per il nostro tempo; il valore del rito tridentino può essere considerato solo come superato e il suo uso, al massimo, una «concessione», «in nessun caso una promozione».
Che ci sia, dunque, «divisione» e incompatibilità attuale tra i due riti: questo è ciò che ora appare con maggiore chiarezza. Ma non illudiamoci: l’unica liturgia che esprime adeguatamente, in modo immutabile e non evolutivo, la concezione tradizionale della Chiesa, della vita cristiana e del sacerdozio cattolico è quella di sempre. In questo punto, l’opposizione della Santa Sede sembra più che mai irrevocabile.
FSSPX.Actualidad: Il cardinale Roche riconosce, nondimeno, che esistono ancora certi problemi nell’applicazione della riforma liturgica. Pensa Vd. che questo potrebbe condurre a una presa di coscienza dei limiti di detta riforma?
Don Davide Pagliarani: È interessante constatare che, dopo sessant’anni, si ammette ancora una difficoltà reale nell’applicazione della riforma liturgica, «la cui ricchezza bisognerebbe scoprire»: è un ritornello che si sente sempre quando si affronta questo tema e che il testo del cardinale Roche non elude. Ma invece di interrogarsi sinceramente sulle deficienze intrinseche della nuova Messa e, quindi, sul fallimento generale di questa riforma; invece di riconoscere il fatto che le chiese si svuotano e le vocazioni diminuiscono; invece di chiedersi perché il rito tridentino continua ad attrarre tante anime… Il cardinale Roche vede come soluzione solo una urgente formazione previa dei fedeli e dei seminaristi.
Senza rendersene conto, entra così in un circolo vizioso, poiché è la liturgia stessa che è chiamata a formare le anime. Per quasi duemila anni, le anime – spesso analfabete – sono state edificate e santificate dalla liturgia stessa, senza necessità di alcuna formazione previa. Non riconoscere l’incapacità intrinseca del Novus Ordo di edificare le anime, esigendo ancora una migliore formazione, mi sembra il segno di una cecità irrimediabile. Si arriva così a paradossi scioccanti: la riforma fu cercata per favorire la partecipazione dei fedeli; ora bene, questi hanno abbandonato la Chiesa in massa perché questa liturgia insipida non ha saputo nutrirli; ¡e risulta che questo non ha niente a che fare con la riforma stessa!
FSSPX.Actualidad: Oggi, in numerosi paesi, gruppi estranei alla Fraternità si avvantaggiano ancora dell’uso del Messale del 1962. Quella possibilità esisteva a malapena nel 1988. Non sarebbe questa una buona alternativa, per il momento, che renderebbe premature nuove consacrazioni episcopali?
Don Davide Pagliarani: La domanda che dobbiamo porci è la seguente: queste possibilità corrispondono a ciò che la Chiesa e le anime necessitano? Rispondono in modo sufficiente alla necessità delle anime?
È innegabile che là dove si celebra la Messa tradizionale, irradia il vero rito della Chiesa, con quel profondo senso del sacro che non si trova nel nuovo rito. Ma non si può fare astrazione dal quadro in cui hanno luogo queste celebrazioni. Indipendentemente dalla buona volontà di unos u otros, il quadro sembra chiaro, specialmente da Traditionis custodes, confermato dal cardinale Roche: si tratta di quello di una Chiesa in cui l’unico rito ufficiale, «normale» è quello di Paolo VI. La celebrazione del rito di sempre si realizza, di conseguenza, sotto un regime di eccezione: coloro che aderiscono a questo rito ricevono, per benevolenza gratuita, dispense che permettono loro di celebrarlo, ma queste si iscrivono in una logica che è quella della nuova eclesiologia e presuppongono, quindi, che la liturgia nuova rimanga il criterio della pietà dei fedeli e l’autentica espressione della vita della Chiesa.
FSSPX.Actualidad: Perché dice Vd. che non si può fare astrazione da questo quadro di eccezione? Non si fa, nonostante tutto, un bene? Quali conseguenze concrete bisognerebbe deplorare?
Don Davide Pagliarani: Da questa situazione derivano almeno tre conseguenze nocive. La più immediata è quella di una profonda fragilità strutturale. I sacerdoti e i fedeli che godono di certi privilegi che permettono loro di usare la liturgia tridentina vivono nell’angoscia del domani: un privilegio non è un diritto. Finché l’autorità li tollera, possono dedicarsi alle loro pratiche religiose senza essere molestati. Ma non appena l’autorità formula determinate esigenze, impone condizioni o revoca improvvisamente, per un motivo o per l’altro, le autorizzazioni concesse, sacerdoti e fedeli si trovano in una situazione di conflitto, senza alcun mezzo di difendersi per garantire efficacemente i sussidi tradizionali che le anime hanno diritto di attendersi. Come evitare in modo permanente simili casi di coscienza, quando tra due concezioni inconciliabili della vita della Chiesa, incarnate in due liturgie incompatibili, una gode di pieno diritto di cittadinanza mentre l’altra è solo tollerata?
In secondo luogo – e questo è senza dubbio più grave –, non si comprende più la ragione stessa dell’attaccamento di questi gruppi alla liturgia tridentina, ciò che compromette gravemente i diritti pubblici della Tradizione della Chiesa e, con ciò, il bene delle anime. Infatti, se la Messa di sempre può accettare che la Messa moderna si celebri in tutta la Chiesa, e se non reclama per sé più che un privilegio particolare legato a una preferenza o a un carisma proprio, come comprendere allora che questa Messa di sempre si opponga in modo irriducibile alla Messa nuova, rimanga come l’unica vera liturgia di tutta la Chiesa e che a nessuno si possa impedire la sua celebrazione? Come sapere che la Messa di Paolo VI non può essere riconosciuta, perché costituisce un allontanamento considerevole dalla teologia cattolica della santa Messa, e che nessuno può essere obbligato a celebrarla? E come sono efficacemente allontanate le anime da questa liturgia avvelenata per spegnere la loro sete nelle fonti pure della liturgia cattolica?
«La Fraternità è, semplicemente, in circostanze che non ha scelto, un mezzo privilegiato per rimanere fedele alla Chiesa».
Infine, una conseguenza più lontana che si desume dalle due precedenti: la necessità di non compromettere, mediante un comportamento considerato perturbatore, una stabilità fragile, riduce molti pastori a un silenzio forzato quando dovrebbero alzare la voce contro tale o tal altra insegnamento scandaloso che corrompe la fede o la morale. La necessaria denuncia degli errori che stanno demolendo la Chiesa, esigita dal bene stesso delle anime minacciate da questo alimento avvelenato, rimane così paralizzata. Si illumina in privato uno o l’altro, quando ancora si riesce a discernere la nocività di tale o tal altro errore, ma non è più di un mormorio timido, in cui la verità a malapena riesce a esprimersi con la libertà richiesta… Specialmente quando si tratta di combattere principi tacitamente ammessi. Ancora una volta, sono le anime a cui non si dà luce e a cui si priva del pane della dottrina di cui, tuttavia, rimangono affamate. Col tempo, questo modifica progressivamente le mentalità e conduce poco a poco all’accettazione generale e inconscia delle varie riforme che colpiscono la vita della Chiesa. Anche riguardo a queste anime, la Fraternità sente la responsabilità di illuminarle e di non abbandonarlle.
Non si tratta di lanciare rimproveri né di giudicare nessuno, ma di aprire gli occhi e constatare i fatti. Ora bene, siamo obbligati a riconoscere che, nella misura in cui l’uso della liturgia tradizionale continua a essere condizionato dall’accettazione almeno implicita delle riforme conciliari, i gruppi che ne godono non possono costituire una risposta adeguata alle necessità profonde che sperimentano la Chiesa e le anime. Al contrario, per riprendere un’idea già espressa, è necessario poter offrire ai cattolici di oggi una verità senza concessioni, servita senza condizionamenti, con i mezzi per viverla integralmente, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa.
FSSPX.Actualidad: D’altra parte, non pensa che Roma potrebbe mostrarsi più generosa in futuro riguardo alla Messa tradizionale?
Don Davide Pagliarani: Non è impossibile che Roma arrivi ad adottare in futuro un atteggiamento più aperto, come già avvenne nel 1988, in circostanze analoghe, quando il Messale antico fu concesso a certi gruppi per cercare di allontanare i fedeli dalla Fraternità. Se questo dovesse ripetersi, sarebbe molto politico e molto poco dottrinale: il Messale tridentino è destinato esclusivamente ad adorare la maestà divina e a nutrire la fede; non può essere strumentalizzato come uno strumento di aggiustamento pastorale o una variabile di ap paciguamento.
Detto questo, una benevolenza maggiore o minore non cambierebbe nulla della nocività del quadro descritto più sopra e, quindi, non modificherebbe sostanzialmente la situazione.
D’altra parte, lo scenario è in realtà più complesso: a Roma, il papa Francesco e il cardinale Roche hanno constatato chiaramente che ampliare l’uso del Messale di san Pio V scatena inevitabilmente una messa in discussione della riforma liturgica e del Concilio, in proporzioni moleste e, soprattutto, incontrollabili. Risulta, dunque, difficile prevedere ciò che accadrà, ma il pericolo di rimanere chiusi in logiche più politiche che dottrinali è reale.
FSSPX.Actualidad: C’è qualcosa che vorrebbe dire loro, in particolare, ai fedeli e ai membri della Fraternità?
Don Davide Pagliarani: Mi piacerebbe dir loro che il momento presente è, anzitutto, un tempo di preghiera, di preparazione dei cuori, delle anime e anche delle intelligenze, in vista di disporci alla grazia che queste consacrazioni rappresentano per tutta la Chiesa. Tutto ciò nel raccoglimento, nella pace e nella fiducia nella Provvidenza, che non ha mai abbandonato la Fraternità e non la abbandonerà ora.
FSSPX.Actualidad: Continua a sperare di poter incontrare il Papa?
Don Davide Pagliarani: Sì, certo. Mi sembra sommamente importante poter incontrare il Santo Padre e ci sono molte cose che sarei felice di trasmettergli e che non ho potuto mettere per iscritto. Sfortunatamente, la risposta ricevuta da parte del cardinale Fernández non prevede un’udienza con il Papa. Al contrario, evoca la minaccia di nuove sanzioni.
FSSPX.Actualidad: Che farà la Fraternità se la Santa Sede decidesse di condannarla?
Don Davide Pagliarani: Anzitutto, ricordiamo che, nelle presenti circostanze, le eventuali pene canoniche non avrebbero alcun effetto reale.
Nondimeno, se arrivassero a essere pronunciate, con tutta certezza, la Fraternità accetterebbe, senza amarezza, questo nuovo sofrimento come ha saputo accettare i sofferimenti passati, e li offrirebbe sinceramente per il bene della stessa Chiesa. La Fraternità lavora per la Chiesa e non c’è dubbio che, se si desse una situazione simile, non potrebbe essere che temporanea, poiché la Chiesa è divina e il Nostro Signore non la abbandona.
La Fraternità continuerà, in sintesi, a lavorare al meglio che può, con fedeltà alla Tradizione cattolica e servendo umilmente la Chiesa, rispondendo alle necessità delle anime. E continuerà a pregare filialmente per il Papa, come sempre ha fatto, sperando di potersi vedere un giorno liberata da quelle eventuali sanzioni ingiuste, come già avvenne nel 2009. Siamo convinti che un giorno le autorità romane riconosceranno con gratitudine che queste consacrazioni episcopali avranno contribuito provvidenzialmente a mantenere la fede, a maggior gloria di Dio e salvezza delle anime.
Intervista concessa a Flavigny-sur-Ozerain il 2 febbraio 2026
nella festa della Purificazione della Santissima Vergine
Intervista “Suprema lex”
(Source : MG – FSSPX.Actualités)