Nella Udienza Generale celebrata questo martedì 4 febbraio nell’Aula Paolo VI, il papa Leone XIV ha proseguito il ciclo di catechesi dedicato ai Documenti del Concilio Vaticano II, centrando la sua riflessione sulla Costituzione dogmatica Dei Verbum e, in modo particolare, sulla natura della Sacra Scrittura come Parola di Dio espressa in parole umane.
Davanti a pellegrini e fedeli provenienti dall’Italia e da diverse parti del mondo, il Pontefice ha sottolineato che la Bibbia, letta sempre nella Tradizione viva della Chiesa, è il luogo privilegiato dove Dio continua a parlare oggi agli uomini e alle donne di ogni tempo. Nella sua catechesi, Leone XIV ha insistito sulla duplice dimensione —divina e umana— della Scrittura, ricordando che ignorare una qualsiasi di esse conduce a interpretazioni parziali: tanto al fondamentalismo, che assolutizza la lettera senza tener conto del suo contesto storico e letterario, quanto al riduzionismo, che svuota la Parola della sua origine soprannaturale e la riduce a un mero testo del passato.
Il Papa ha evidenziato inoltre che l’autentica interpretazione della Scrittura esige di essere realizada sotto la guida dello Spirito Santo che l’ha ispirata, specialmente quando è proclamata nella liturgia, dove la Parola non solo si studia, ma interpella la vita concreta del credente, illumina le sue decisioni e alimenta la carità. Infine, ha messo in guardia contro la tentazione di ridurre il Vangelo a un messaggio unicamente sociale o filantropico, ricordando che il suo nucleo è l’annuncio della vita piena ed eterna offerta da Dio in Gesù Cristo.
Pubblichiamo di seguito la catechesi completa di Leone XIV:
Cari fratelli e sorelle, buongiorno e benvenuti!
La Costituzione conciliare Dei Verbum, sulla quale stiamo riflettendo in queste settimane, indica nella Sacra Scrittura, letta nella Tradizione viva della Chiesa, uno spazio privilegiato di incontro in cui Dio continua a parlare agli uomini e alle donne di tutti i tempi, affinché, ascoltandolo, possano conoscerlo e amarlo. I testi biblici, tuttavia, non sono stati scritti in un linguaggio celeste o sovrumano. Come ci insegna anche la realtà quotidiana, di fatto, due persone che parlano lingue diverse non si capiscono tra loro, non possono entrare in dialogo, non riescono a stabilire una relazione. In alcuni casi, farsi comprendere dall’altro è un primo atto d’amore. Per questo Dio sceglie di parlare usando linguaggi umani e, così, diversi autori, ispirati dallo Spirito Santo, hanno redatto i testi della Sacra Scrittura. Come ricorda il documento conciliare, «le parole di Dio, espresse con lingue umane, si sono fatte simili al parlare umano, come un tempo il Verbo del Padre Eterno, assumendo la carne della debolezza umana, si è fatto simile agli uomini» (DV, 13). Pertanto, non solo nei suoi contenuti, ma anche nel linguaggio, la Scrittura rivela la condiscendenza misericordiosa di Dio verso gli uomini e il suo desiderio di farsi vicino a loro.
Nel corso della storia della Chiesa, si è studiato il rapporto che si produce tra l’Autore divino e gli autori umani dei testi sacri. Per molti secoli, molti teologi si sono preoccupati di difendere l’ispirazione divina della Sacra Scrittura, considerando quasi gli autori umani solo come strumenti passivi dello Spirito Santo. In tempi più recenti, la riflessione ha rivalutato il contributo degli agiografi nella redazione dei testi sacri, al punto che il documento conciliare parla di Dio come «autore» principale della Sacra Scrittura, ma chiama anche gli agiografi «veri autori» dei libri sacri (cfr DV, 11). Come osservava un acuto esegeta del secolo scorso, «sminuire l’operazione umana a quella di puro amanuense non è glorificare l’operazione divina». [1] Dio non mortifica mai l’essere umano e le sue potenzialità!
Pertanto, se la Scrittura è parola di Dio in parole umane, qualsiasi approccio ad essa che trascuri o neghi una di queste due dimensioni risulta parziale. Da ciò deriva che una corretta interpretazione dei testi sacri non può prescindere dall’ambiente storico in cui questi sono maturati e dalle forme letterarie utilizzate; anzi, la rinuncia allo studio delle parole umane di cui Dio si è servito rischia di dare luogo a letture fondamentaliste o spiritualiste della Scrittura, che tradiscono il suo significato. Questo principio vale anche per l’annuncio della Parola di Dio: se perde il contatto con la realtà, con le speranze e le sofferenze degli uomini, se utilizza un linguaggio incomprensibile, poco comunicativo o anacronistico, risulta inefficace. In ogni epoca la Chiesa è chiamata a riproporre la Parola di Dio con un linguaggio capace di incarnarsi nella storia e di raggiungere i cuori. Come ricordava il Papa Francesco, «ogni volta che cerchiamo di tornare alla sorgente e di recuperare la freschezza originale del Vangelo, sgorgano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale». [2]
Allo stesso modo riduttiva è, d’altra parte, una lettura della Scrittura che trascura la sua origine divina e finisce per intenderla come un semplice insegnamento umano, come qualcosa che deve essere studiato semplicemente da un punto di vista tecnico o come solo «un testo del passato». [3] Piuttosto, specialmente quando è proclamata nel contesto della liturgia, la Scrittura pretende di parlare ai credenti di oggi, di toccare la loro vita presente con le sue problematiche, di illuminare i passi da seguire e le decisioni che devono assumere. Questo è possibile solo quando il credente legge e interpreta i testi sacri sotto la guida dello stesso Spirito che li ha ispirati (cfr. DV, 12).
In questo senso, la Scrittura serve ad alimentare la vita e la carità dei credenti, come ricorda sant’Agostino: «Chi crede di aver capito le divine Scritture […], e con questa intelligenza non edifica questo duplice amore di Dio e del prossimo, ancora non le ha capite». [4] L’origine divina della Scrittura ricorda anche che il Vangelo, affidato alla testimonianza dei battezzati, pur abbracciando tutte le dimensioni della vita e della realtà, le trascende: questo non si può ridurre a mero messaggio filantropico o sociale, ma è annuncio gioioso della vita piena ed eterna, che Dio ci ha donato in Gesù.
Cari fratelli e sorelle, rendiamo grazie al Signore perché, nella sua bontà, non permette che nelle nostre vite manchi il cibo essenziale della sua Parola e preghiamo affinché le nostre parole, e ancor più le nostre vite, non oscurino l’amore di Dio che in esse si narra.
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[1] L. Alonso Schökel, La parola ispirata. La Bibbia alla luce della scienza del linguaggio, Brescia 1987, 70. (La parola ispirata. La Bibbia alla luce della scienza del linguaggio).
[2] Francesco, Esort. ap. Evangelii gaudium (24 novembre 2013), 11.
[3] Benedetto XVI, Esort. ap. post-sin. Verbum Domini (30 settembre 2010), 35.
[4] S. Agostino, De doctrina christiana I, 36, 40.