TRIBUNA: L'Inquisizione e l'ordine cristiano

Di: Luis López Valpuesta

TRIBUNA: L'Inquisizione e l'ordine cristiano

Casualmente ho letto nelle ultime settimane le Cartas di un altro inquisitore, del domenicano Francisco Alvarado (1756-1814). Nato a Marchena (Siviglia) e morto nella capitale ispalense (quando era appena stato nominato consigliere della Santa Inquisizione, dopo il suo ripristino da parte di Fernando VII), fu un flagello dialettico degli invasori francesi e di quei liberali -«ciechi e sordi al sentire e al volere del popolo che dicevano di rappresentare» secondo Menéndez Pelayo-, che approfittarono del vuoto di potere per rivoluzionare la storia politica della Spagna con la Constitución de Cádiz de 1812. Questi vollero squalificarlo come filósofo rancio, ma lui si sentiva molto orgoglioso di quel titolo come un marchio di gloria. Il suo combattimento dialettico quijotesco contro i liberali/massoni (Agustín Arguelles), i giansenisti spagnoli (Ireneo Nistactes) e i volteriani e satirici empi (Antonio Puigblanc, che sotto lo pseudonimo ebraico di Natanael Yom-Tob redasse una famosa storia dell’Inquisizione spagnola, o Bartolomé Gallardo, autore di un Diccionario crítico-burlesco, pieno di irriverenze), ci regalano pagine piene di umorismo, con uno stile gioviale e ironico pieno di facezie. Concordo con Menéndez y Pelayo nel suo giudizio stilistico: «non sono tra quelli che ammirano il suo stile prolisso, ridondante e trascurato», ma anche negli elogi del poligrafo santanderino, nel sottolineare che Alvarado «personificò l’apologetica cattolica in quei giorni», in modo tale che «appena c’è una massima rivoluzionaria, né un discorso ampolloso delle Costituenti, né un opuscolo o un foglio volante di allora che non abbia in esse impugnazione o correzione»  (Historia de los heterodoxos españoles, Libro VII, Cap. II).

Precisamente l’aspetto più polemico delle sue Cartas lo troviamo nella sua difesa ferrea della Santa Inquisizione, soppressa dopo duri dibattiti delle Cortes gaditane. Nell’edizione del 1915 delle sue Cartas Inéditas (scritte durante il suo esilio portoghese a Tavira tra agosto del 1810 e febbraio del 1811), lo storico e prologuista D. Edmundo González-Blanco, le qualifica apertamente come «pagine nere».  Tuttavia, quando si legge la sua apologia di un’istituzione così polemica, si osserva da un lato che rispondeva non solo -come già riferito- al desiderio di un popolo cattolico che voleva vivere in pace con la sua religione e le sue leggi tradizionali. Era anche la conseguenza naturale della sua lealtad alla dottrina classica della Chiesa riguardo al legame delle due spade, che risale al papa Gelasio I (V secolo), e che ebbe la sua plasmazione più brillante nei Dictatus Papae di Gregorio VII (XI secolo) o nelle norme di Inocencio III e il Concilio di Letrán del 1215; principi che si sostennero nella Chiesa da allora fino a appena sessant’anni fa. A fine XIX secolo, León XIII nella sua Inmortale Dei, riferendosi agli Stati cattolici, affermò che «tra le principali obbligazioni (dello Stato) devono collocare l’obbligo di favorire la religione, difenderla con efficacia, metterla sotto l’ampio delle leggi e non legiferare nulla che sia contrario all’incolumità di quella»« (3).

Come vediamo, da un lato, la Chiesa ebbe sempre meridianamente chiaro (fino al Concilio Vaticano II) che l’unità religiosa era la base dell’unità sociale. E, dall’altro, gli Stati cattolici sapevano per esperienza che non c’erano migliori leggi per la felicità dei cittadini di quelle ispirate dal Vangelo. Per questo lo Stato e la Chiesa, ciascuna spada con la sua missione specifica e autonoma, dovevano collaborare unghia e carne, persino negli aspetti più sgradevoli come la repressione della propagazione dell’eresia (che se non si castigava nelle persone responsabili, avrebbe finito per squarciare con violenze il tessuto sociale della nazione come dimostrava la storia). Da lì l’Inquisizione.

«La sedizione, sorella carnale dell’eresia, veniva a marce forzate dietro la sua inseparabile sorella (…) e la sventurata provincia che ospitava nel suo seno la sorella maggiore doveva poi vedersi coperta dal sangue, dal pianto e dagli incendi che la minore spargeva, versava e propagava (…). Si convinsero, dunque, le potestà temporali del pericolo che le minacciava da parte di quei nemici delle verità eterne, e dovettero dichiararsi contro di loro, non solamente per il crimine di alto tradimento contro Colui il cui posto occupano sulla terra, ma anche per quello di perturbatori della pace e tranquillità del loro impero, e di ribelli contro le loro leggi e corone».

Ma oggi –oh tempora, oh mores– è cambiato tutto. Il mondo certamente, il che è logico;  ma anche la Chiesa Cattolica, il che non era prevedibile in virtù del principio “stat crux dum volvitur orbis”. E dà l’impressione che sia stato profetizzato dallo stesso Alvarado in un’altra delle sue lettere:

«L’inferno, in fine, non prevarrà contro la Chiesa Cattolica, ma possiamo meritare che prevalga contro la Chiesa di Spagna come ha prevalso contro quella di Francia nei nostri giorni, e pochi secoli fa contro quelle di Svezia, Danimarca, Prussia, Inghilterra, ecc.

Osserviamo oggi che i nostri vescovi collaborano con governi rabbiosamente anticristiani (el Valle), e appoggiano la regolarizzazione di centinaia di migliaia di musulmani, senza porsi le conseguenze future per la fede del paese che devono pascolare; un giro di centottanta gradi rispetto a tutto ciò per cui lottò il filosofo rancio e per molto tempo la stessa Chiesa, fino ai nostri giorni. Se il valoroso domenicano contemplasse oggi la nostra nazione, penserebbe che fu un sogno la sconfitta degli empi francesi, e che le loro cattive filosofie si sono impadronite dell’anima della nostra patria con l’aiuto di vescovi privi di fede. Allora probabilmente gli verrebbe in mente quel verso biblico, che avverte i paesi del costo della loro defezione:

«La nazione e il regno che non ti serviranno periranno, e quelle nazioni saranno certamente distrutte»  (Is. 60,12).

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