TRIBUNA: Il filosofo rancido versus «Tucho»

Di: Luis López Valpuesta

TRIBUNA: Il filosofo rancido versus «Tucho»

Un interessante titolo di Infovaticana ha attirato la mia attenzione: «Tucho equipara la inquisición con el holocausto«. Ho letto bene: l’attuale prefetto dell’istituzione creata da Gregorio IX nel XIII secolo paragona il suo dicastero al genocidio ebraico.

Non resisto alla tentazione di scavare nella notizia, e infatti scopro che martedì 27 gennaio, durante la sessione plenaria del Dicasterio per la Dottrina della Fede (organismo successore del Santo Ufficio; ovvero, dell’Inquisizione), il suo Prefetto, Víctor Fernández, ha evidenziato la necessità di «umiltà intellettuale, spirituale e teologica nell’esercizio della ragione». E per illustrare quella logica e cristiana esigenza –ubi umilitas, ibi sapientia– ha raggruppato vari e eterogenei controesempi nella storia:

«Quanto più avanzano la scienza e la tecnologia, più dobbiamo mantenere viva quella coscienza del limite, della nostra necessità di Dio per non cadere nel terribile inganno, lo stesso che ha portato agli eccessi dell’Inquisizione, alle guerre mondiali, alla Shoá, alle stragi a Gaza, tutte situazioni a volte giustificate con argomenti fallaci».

Non ci potevo credere: il responsabile attuale dell’antica Inquisizione metteva nello stesso sacco gli abusi storici di quell’antica, vigente e necessaria istituzione che lui presiede, con orrori recenti come le guerre mondiali o il genocidio ebraico per mano dei nazisti. O -in linea con il pensiero progressista moderno- le equiparava alle «stragi a Gaza», paragone improprio avendo a portata di mano le stragi attuali di cristiani in Siria o Nigeria (che escono poco o nulla sui media, ma che sono altrettanto reali di quelle). E che, inoltre, si adattano meglio al paragone con le azioni condannabili della pretérita inquisizione, poiché in quell’organo giudiziario -non esecutivo- erano legittimati passivamente solo i battezzati cristiani, ovvero non agiva mai contro ebrei o musulmani ma esclusivamente contro cristiani. E in Siria e Nigeria le vittime sono i cristiani.

D’altra parte, ignoro cosa c’entri il progresso della scienza e della tecnologia con la difesa della Verità che ci ha portato Cristo, salvo che qualcuno supponga -e non voglio pensarlo del responsabile di difendere la purezza della fede ricevuta- che questa Verità possa mutare in ragione di quel progresso. Solo Gesù Cristo è Via, Verità e Vita, e solo Pietro -la Chiesa Cattolica di cui lui è il capo terreno- ha la missione affidatagli da Cristo di confermare la fede. E quando lo fa con i dovuti requisiti, non c’è posto per l’errore. Se difendere la Verità con cattivi metodi (come fece l’Inquisizione storica in passato impiegando la tortura o ammettendo denunce segrete) è male, difendere l’errore, anche con soavi e dolci sofismi, è peggio.

In fin dei conti, ritengo che dopo le sue azzeccate equiparazioni, l’eccellentissimo cardinale Fernández, per coerenza, dovrebbe presentare le dimissioni come l'»inquisitore generale» che è attualmente (perdono, come il Prefetto per la Dottrina della Fede, che suona più raffinato). Per aver associato il passato dell’istituzione che presiede alla barbarie dei campi di sterminio.

Perché inoltre è indiscutibile che con lo studio obiettivo (documentale) e senza passione di quel fenomeno storico che è l’Inquisizione -e soprattutto di quella spagnola, che ha avuto una maggiore durata e fama negativa- si smontano uno dopo l’altro i fraintendimenti e gli eccessi che la propaganda antiispanica ha riversato su di essa. Solo per quanto riguarda le cifre delle esecuzioni -seguo i dati dello storico inglese Henry Kamen “La inquisición española” Ed. Crítica (1985)- le vittime mortali nel nostro paese in tre secoli e passa di durata non superarono di molto le 2000 persone (confronta, in tempo e numero di vittime, con le cifre di morti per intolleranza religiosa nell’Europa protestante solo nel XVI secolo). “La quantità proporzionalmente piccola di esecuzioni –riconosce Kamen (pág. 248)- è un argomento efficace contro la leggenda di un tribunale assetato di sangue”. E naturalmente, come sappiamo, le sentenze del Santo Ufficio erano meramente declaratorie; confermavano se l’imputato era o no colpevole di eresia contumace, e era lo Stato che eseguiva la sentenza (il braccio secolare). Il condannato, inoltre, poteva evitare la morte mediante la ritrattazione, persino un momento prima che la torcia raggiungesse la paglia. Oltre a ciò, era un tribunale che concedeva molte più garanzie dei tribunali civili e penali del suo tempo, al punto che si sono riportati casi di delinquenti comuni, sodomiti e concubini, che bestemmiavano dopo il loro arresto solo per essere processati da quel tribunale ecclesiastico. E qualcosa che non si suole menzionare: era immensamente popolare e accettato dalla pratica unanimità del popolo, che aveva inciso nella mente che diffondere l’eresia era un’azione molto più pericolosa per la pace sociale di qualsiasi altro delitto per grave che fosse. L’eresia non solo chiudeva le porte della salvezza individuale ma, inoltre -come si vide negli esempi storici di Francia o degli stati tedeschi durante il XVI secolo- favoriva spaventose guerre civili e stragi senza conto che, nel caso francese, probabilmente troncò la sua possibile espansione ultramarina che in quel secolo glorioso realizzarono Portogallo, Spagna e Inghilterra. Con la nostra mentalità moderna giudichiamo molto negativamente che Filippo II recidesse radicalmente i focolai luterani di Valladolid e Siviglia nel XVI secolo (ben riflessi negli eccellenti romanzi di Miguel Delibes, El hereje, e di Eva Díez Pérez, Memoria de cenizas). Ma la verità è che grazie a poche pene capitali e a una politica (precedente) di assoluta intolleranza verso l’errore religioso, poté la Spagna vivere senza quelle convulsioni e riuscì così a compiere l’impresa politica e religiosa di conquistare un continente, tirarlo fuori dalle tenebre del paganesimo e dei sacrifici umani, e portare la luce di Cristo a milioni di anime.

Naturalmente ne valse la pena, anche se duole al Prefetto argentino, che sembra dimenticare quegli uomini che regalarono alla sua patria la fede cattolica, e la bandiera dell’Immacolata come insegna nazionale.

Questo articolo continua nella parte II

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