Quello che la forma dice del fondo: Il problema di Hakuna con il trattamento del Santissimo

Quello che la forma dice del fondo: Il problema di Hakuna con il trattamento del Santissimo

La reazione che hanno provocato alcune critiche a determinati testi e forme di Hakuna è stata, per lo meno, rivelatrice. Abbiamo ricevuto email dure, irate, alcune francamente sproporzionate, e abbiamo preso nota anche di articoli in cui veniamo squalificati e persino insultati per aver segnalato qualcosa che non è un’opinione personale né un capriccio estetico, ma la dottrina costante della Chiesa. Non è meno significativo che il mero ricorso a criteri oggettivi —teologici e liturgici— generi tale conmoción. Proprio per questo, conviene andare al fondo della questione, con calma, con chiarezza e senza paura.

C’è una teologia nei testi e nelle parole. E, quasi sempre —anche se a qualcuno risulta scomodo ammetterlo— c’è anche una teologia nelle forme. Entrambe si alimentano a vicenda. Quello che si dice di Dio finisce per esprimersi in come lo si tratta. E quello che si fa con il sacro finisce per rivelare, prima o dopo, quale Dio si sta realmente predicando.

La teologia che sottende molti dei testi, canti e discorsi di Hakuna è marcatamente antropocentrica. Il centro del racconto non è Dio nella sua assoluta sovranità, ma l’esperienza del soggetto: come mi sento, cosa mi apporta, come mi accompagna, come mi guarisce. Senza che questo sia necessariamente cattivo, il pericolo è di esclusivizzarlo, di limitarci a un Cristo che appare costantemente riferito all’uomo, alle sue ferite, ai suoi processi, alla sua esperienza emotiva. Non si nega la verità di quello che si dice, ma si altera l’ordine.

Il cristianesimo non inizia dall’esperienza dell’uomo, ma dall’iniziativa di Dio. Non da quello che io sento davanti a Cristo, ma da quello che Cristo è. Quando il linguaggio si sposta in modo sistematico verso il «io» e il «noi», quando la centralità del mistero si diluisce a favore dell’esperienza, si sta operando un giro teologico profondo, anche se non si confessa esplicitamente. Dio smette di essere il centro per diventare, di fatto, funzione del soggetto.

Questa teologia delle parole trova la sua coerenza —e la sua conferma— nella teologia delle forme. Perché quando il Santissimo Sacramento dell’Altare è esposto in una scatola di cartone, posta a terra, senza custodia, senza altare e senza i segni oggettivi di adorazione che la Chiesa ha sempre richiesto, non siamo davanti a un semplice errore pratico. Siamo davanti alla traduzione gestuale di una teologia già precedentemente spostata.

Se ciò che è centrale è l’esperienza comunitaria, la vicinanza emotiva e l’orizzontalità, allora le forme smettono di servire il mistero e passano a servire il gruppo. Il Santissimo non appare più come il Signore davanti al quale si prostra la Chiesa, ma come un elemento integrato in una dinamica umana, quasi domestica, funzionale al clima emotivo dell’incontro. Non gli si nega esplicitamente, ma gli si abbassa implicitamente.

La Chiesa, tuttavia, è stata sempre radicalmente chiara: l’Eucaristia è Cristo stesso, vero, reale e sostanzialmente presente. E quella verità non ammette traduzioni creative che la sbiadiscano. Per questo la liturgia, la custodia, l’altare, la genuflessione e l’adorazione vigilata non sono aggiunte culturali né resti di un’epoca passata, ma confessioni visibili di fede. Sono il dogma fatto gesto.

Accettare che ci siano frutti buoni in Hakuna non equivale a canonizzare la teologia che li accompagna. Dio agisce con misericordia anche in contesti dottrinalmente poveri o mal orientati, ma questo non rende buona l’orientamento. La Chiesa non ha mai discernuto la verità dal successo pastorale né dall’intensità emotiva dell’esperienza, ma dalla conformità con la fede ricevuta.

Qui non si tratta di una discussione estetica né generazionale. Non è una battaglia tra «carcas» e moderni. È una questione dottrinale di primo ordine: chi occupa il centro, Dio o l’uomo. E quando il centro si sposta, tutto il resto si riordina di conseguenza, anche —e specialmente— il modo di trattare il Santissimo Sacramento.

Per questo è necessario dirlo con chiarezza, anche se incomoda: c’è in Hakuna una teologia antropocentrica, espressa sia nelle sue parole che nelle sue forme, che finisce per sbiadire la centralità assoluta di Dio. Segnalarlo non è attaccare le persone né negare i beni parziali che possono esistere. È, semplicemente, proporre con carità la dottrina della Chiesa. Perché quando l’uomo diventa misura del sacro, il sacro finisce per perdere il suo peso reale. E allora, inevitabilmente, Cristo smette di essere adorato per iniziare a essere utilizzato.

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