No, la Chiesa non sostiene l'immigrazione illegale, sono i vescovi che ci lucrano.

No, la Chiesa non sostiene l'immigrazione illegale, sono i vescovi che ci lucrano.

No, la Chiesa non appoggia la regolarizzazione di massa degli immigrati illegali. Chi la appoggia è una parte dell’episcopato spagnolo. E confondere le due cose non è un errore innocente: è una falsificazione ecclesiale.

Ogni volta che un mezzo di comunicazione titola che “la Chiesa” sostiene una misura specifica del Governo, si consuma una trappola concettuale che beneficia tutti tranne i fedeli. Perché la Chiesa non è la Conferenza Episcopale. Né la Conferenza Episcopale comanda sulla Chiesa. Né tanto meno parla automaticamente a suo nome quando emette opinioni politiche.

La dottrina cattolica è chiara e perfettamente definita. Nella Chiesa c’è una distinzione di missioni. Ai vescovi spetta insegnare la fede, custodire la dottrina, santificare mediante i sacramenti e governare in ciò che è strettamente ecclesiale. Ai laici, invece, spetta un compito specifico e proprio: ordinare le realtà temporali conforme al Vangelo.

Questo include la politica, l’economia, la legislazione, l’organizzazione sociale. Cioè: proprio il terreno in cui oggi vediamo i vescovi occupare lo spazio che non spetta loro, mentre disautorizzano di fatto —anche se non lo dicono— i laici che hanno competenza diretta in quelle materie.

Quando un vescovo presenta come moralmente indiscutibile una regolarizzazione di massa decisa da un Governo specifico, non sta esercitando il suo magistero. Sta emettendo un’opinione prudenziale. E le opinioni prudenziali non obbligano in coscienza. Né ai fedeli, né ai laici, né a nessuno.

Ancora di più: quando quell’opinione coincide millimetricamente con il quadro ideologico di un potere politico che legifera sistematicamente contro la legge naturale e contro la fede cattolica, il problema non è più solo di competenza, ma di scandalo.

I laici cattolici non sono chiamati a ripetere comunicati episcopali come pappagalli pii. Sono chiamati a giudicare la realtà politica con la ragione illuminata dalla fede, a discrepare legittimamente quando una misura danneggia il bene comune e a difendere soluzioni diverse senza sentirsi colpevoli o disobbedienti.

Dire che “la Chiesa appoggia la regolarizzazione” è un modo grossolano di silenziare quel legittimo disaccordo. È convertire un’opzione politica discutibile in un mandato morale inesistente. È usare la tonaca come alibi.

Conviene ricordarlo con chiarezza, anche se disturba: la Chiesa non vota decreti, non redige BOE né gestisce frontiere. E quando alcuni vescovi sembrano dimenticarlo, non stanno parlando a nome della Chiesa, ma a nome proprio.

Confondere le due cose non è comunione. È clericalismo. E del cattivo.

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