I vescovi e l'omologazione dell'autoritarismo woke

I vescovi e l'omologazione dell'autoritarismo woke

La regolarizzazione di massa degli immigrati illegali approvata dal Real Decreto pone problemi seri sia nel suo contenuto sia nel modo in cui è stata adottata. Non ci troviamo di fronte a un semplice adeguamento amministrativo, ma a una decisione strutturale imposta senza dibattito parlamentare, senza votazione e senza il minimo rispetto per i canali ordinari. Quando una questione di questa portata viene risolta per decreto, ciò che si sta dicendo è che la deliberazione è un intralcio e che il Parlamento può essere accantonato se lo scopo viene presentato come “buono”.

Che i vescovi spagnoli abbiano sostenuto questa misura risulta, per questo, doppiamente discutibile. Non solo per il fondo della politica migratoria che approvano, ma per il modo in cui accettano che sia stata imposta. L’appoggio episcopale non distingue, non nuance, non avverte dell’abuso del potere esecutivo né introduce una riserva minima sull’uso del Real Decreto come sostituto del legislatore. Si dà per buona la regolarizzazione e si dà per buono il procedimento. Entrambe le cose. E quella combinazione non è innocente: trasforma la superiorità morale in un permesso per saltare i limiti.

Da una prospettiva cattolica, questo è difficile da giustificare. La Chiesa non ha mai insegnato che una causa, soprattutto se discutibile, dispensasse dal rispetto dell’ordine giuridico. Ha insistito, al contrario, proprio sull’opposto: che l’autorità è sottomessa alla legge, che l’arbitrarietà è ingiusta anche se si veste da compassione, e che il bene comune esige prudenza, non impulsi sentimentali convertiti in politica di Stato. Il Real Decreto è previsto per situazioni di urgenza eccezionale, non per ridisegnare in via rapida la politica migratoria del paese. Utilizzarlo così non è una necessità. È un modo di governare.

Accettando senza obiezioni questo modo di procedere, i vescovi finiscono per omologare una logica tipica dell’autoritarismo woke: quando una misura viene dichiarata moralmente incriticabile, i controlli sono superflui. Il Parlamento diventa un ostacolo, il dibattito un fastidio e la discrepanza una mancanza di umanità. La legge smette di essere un limite e diventa un adempimento dispensabile. Così si consolida un potere che non discute, non convince e non rende conto: decreta e moralizza.

Risulta inoltre significativo che questo sostegno venga accordato senza porre una sola domanda sul sostegno sociale reale della misura. Se la regolarizzazione di massa fosse così evidente e così ampiamente condivisa, non ci sarebbe motivo per evitare il Congresso. Ma la deliberazione infastidisce quando esiste il rischio di un rifiuto. E il popolo, che viene invocato retoricamente, smette di essere utile quando non garantisce la risposta desiderata.

E c’è un elemento in più, che aggrava il quadro e spiega l’entusiasmo per il decreto. Questo tipo di decisioni funziona di solito come una comoda cortina di fumo. Mentre si mobilita l’emotività pubblica con una “grande misura” moralmente blindata, si continua a smantellare, senza rumore e senza dibattito, ciò che sostiene davvero la vita comune: infrastrutture che cadono a pezzi, servizi di base in regresso, gestione pubblica degradata, quartieri abbandonati, sicurezza e giustizia sempre più fragili. È il modello di uno Stato che inizia a somigliare troppo a uno Stato fallito: incapace di garantire l’essenziale, ma perfettamente capace di produrre propaganda morale sotto forma di decreto.

Il problema, quindi, non è solo una politica concreta, ma il precedente che si legitima. Oggi si tratta dell’immigrazione illegale; domani sarà un’altra causa elevata a dogma indiscutibile. Quando i vescovi sostengono decisioni discutibili nel fondo e arbitrarie nella forma, non esercitano una funzione profetica né pastorale: contribuiscono a normalizzare un modello di potere che allontana la legge quando intralcia, converte il sentimentalismo in alibi e utilizza la superiorità morale come licenza per comandare senza limiti. E quello non è la dottrina sociale della Chiesa, ma il suo svuotamento.

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