Regolarizzazione di massa degli illegali con appoggio episcopale

Regolarizzazione di massa degli illegali con appoggio episcopale

La regolarizzazione straordinaria degli immigrati che ora promuove il Governo non appare dal nulla né risponde unicamente a una congiuntura amministrativa. Da anni, la Conferenza Episcopale Spagnola sostiene pubblicamente una regolarizzazione ampia di stranieri in situazione irregolare. Ad aprile del 2024, l’Ufficio Informazioni della CEE ha diffuso un comunicato in cui varie “entità di Chiesa” chiedevano ai gruppi parlamentari del Congresso di prendere in considerazione l’Iniziativa Legislativa Popolare per la regolarizzazione straordinaria di persone straniere. Tra le organizzazioni firmatarie figuravano Cáritas, la Conferenza Spagnola dei Religiosi e varie reti di ONG di ispirazione ecclesiale. L’ILP era stata registrata dopo aver superato la soglia legale delle 500.000 firme e proponeva la regolarizzazione di un volume di persone che varie stime collocano tra 400.000 e 500.000 immigrati.

Questo sostegno non è stato discreto né puntuale, ma reiterato e documentato, mediante comunicati ufficiali e posizionamenti pubblici. Non si tratta, quindi, del fatto che il Governo segua il “filo” della Chiesa in senso stretto, qualcosa di difficilmente sostenibile, ma del fatto che determinati planteamenti ecclesiali confluiscono ora con interessi politici molto concreti.

La convergenza politica: Governo, Podemos e CEE

La coincidenza di interessi risulta notevole. Podemos ha difeso in modo sistematico la regolarizzazione di massa come una bandiera ideologica, legandola a un discorso di diritti con poche referenze a limiti o conseguenze. Il Governo, dal canto suo, presenta la misura come una risposta umanitaria ed economica, sottolineando la presunta necessità di manodopera in determinati settori produttivi. La Chiesa, o almeno le sue istanze più visibili, apporta il sostegno morale, inquadrando l’iniziativa in un linguaggio di accoglienza e carità cristiana.

Le motivazioni non sono identiche, ma il risultato pratico è lo stesso: un allineamento oggettivo tra Esecutivo, sinistra radicale e Conferenza Episcopale intorno a una politica di enorme impatto strutturale. Quella convergenza si produce, inoltre, in un momento politico particolarmente opportuno per il Governo.

La cortina di fumo mentre falliscono i servizi essenziali

L’accelerazione del dibattito migratorio coincide con una crescente crisi di gestione in ambiti chiave dello Stato. Il deterioramento della rete ferroviaria, con guasti, ritardi massicci ed episodi di collasso che colpiscono migliaia di cittadini, si è convertito in un simbolo visibile della degradazione dei servizi pubblici essenziali. In questo contesto, la regolarizzazione straordinaria funziona come un’efficace cortina di fumo politica: sposta il focus mediatico verso un terreno emotivamente sensibile e permette all’Esecutivo di rifugiarsi in un discorso umanitario di fronte a critiche molto concrete sulla sua gestione.

Non è casuale che il dibattito si formuli in termini morali assoluti, dove qualsiasi obiezione può presentarsi come mancanza di umanità, mentre rimangono in secondo piano i problemi di infrastrutture, pianificazione e responsabilità politica.

Dati sociali che non si adattano al racconto

I dati, tuttavia, introducono sfumature scomode. La Spagna ha chiuso il 2023 con più di 2,7 milioni di affiliati stranieri alla Seguridad Social, una cifra record, e allo stesso tempo mantiene uno dei tassi di disoccupazione più alti dell’Unione Europea, specialmente tra giovani e lavoratori poco qualificati. Secondo l’INE, l’accesso all’alloggio si è deteriorato in modo significativo nelle grandi città e in zone con alta pressione migratoria, con aumenti di prezzi che colpiscono direttamente i redditi più bassi. Rapporti della Banca di Spagna hanno avvertito che l’impatto dell’immigrazione dipende dal suo volume, dal suo ritmo e dalla capacità reale di integrazione, fattori che non possono essere ignorati senza conseguenze sociali.

Chi sopporta quegli effetti non sono le élite politiche né gli ambienti istituzionali che formulano i discorsi, ma le classi popolari, che soffrono la precarizzazione del lavoro, la competizione salariale al ribasso, la saturazione dei servizi e il deterioramento della convivenza quotidiana.

Carità personale e responsabilità sociale: due piani distinti

Qui emerge la confusione di fondo. La carità cristiana verso l’immigrato concreto, vulnerabile e bisognoso appartiene all’ambito personale e pastorale e non ammette discussione morale. È una carità di prossimità, immediata e umana. Ma trasferire senza sfumature quella logica al disegno di politiche pubbliche su grande scala è un’altra questione. La Doctrina Sociale della Chiesa non ha mai disgiunto la carità dal bene comune, dall’ordine sociale e dalla giustizia, né ha identificato la compassione con l’assenza di limiti.

Una carità che non tiene conto dell’equilibrio delle società finisce per essere ingiusta, sebbene si esprima con un linguaggio pio. Confondere entrambi i piani non solo impoverisce il dibattito pubblico, ma compromette la credibilità morale della Chiesa, che corre il rischio di apparire come un attore in più all’interno di una strategia politica estranea alle conseguenze reali.

Il costo reale di una convergenza scomoda

Mentre i treni non arrivano, le infrastrutture si deteriorano e la precarietà si estende, il dibattito migratorio torna a occupare il centro della scena, rivestito di buone intenzioni e consensi trasversali. La convergenza tra Governo, Podemos e Conferenza Episcopale pone una domanda scomoda che a malapena si formula: chi assume i costi sociali, economici e culturali di queste decisioni e perché ricadono sempre sugli stessi.

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