Di Dominic V. Cassella
Con il Natale ormai alle spalle e ora che entriamo nel «Tempo Ordinario», abbiamo l’opportunità di contemplare il mistero pieno e straordinario della discesa di Dio nella vita umana e della nostra ascesa al divino. I Padri della Chiesa chiamarono questa discesa synkatabasis: letteralmente, «camminare verso il basso con», un abbassamento al livello di coloro che sono al di sotto. Una delle rappresentazioni più chiare di questa condiscendenza divina si trova nella conversazione notturna tra Gesù e Nicodemo.
Nel Vangelo di Giovanni, Nicodemo si reca da Gesù nell’oscurità della notte. Gesù gli dice che deve «nascere di nuovo» se desidera entrare nel Regno di Dio. A ciò Nicodemo chiede come può un uomo nascere di nuovo: «può forse entrare una seconda volta nel seno di sua madre e nascere?». Gesù spiega: «Nessuno è salito al cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo». E che questa ascesa è prefigurata nella morte in Croce. (Giovanni 3,1-15)
In questo breve scambio si juxtapongono il Battesimo e la Croce. Entrambi illustrano l’ascesa al Cielo e l’assunzione della vita eterna. Il linguaggio di ascesa e discesa che Gesù impiega qui ha due estremi: la nascita e la morte in Croce. In queste poche righe si rivela il mistero completo della nostra stessa vita in Cristo, poiché la vita in Cristo è un riflesso della vita di Cristo.
Il teologo del XIII secolo Nicola Cabasilas insegnò che l’ascesa e la discesa di Cristo —che iniziano con il mistero della sua concezione e Natività, continuano lungo la sua vita e ministero, e culminano con la sua morte e resurrezione— sono la stessa scala per cui siamo chiamati a diventare «altri cristi».
Cabasilas descrive questa scala come formata da tre gradini. Se Gesù Cristo è il Verbo eterno, la sua discesa dal Cielo inizia con l’Incarnazione, e questo è il gradino superiore della scala. La sua vita e ministero sono il gradino intermedio, e la sua morte e resurrezione costituiscono il gradino inferiore. La scala a tre gradini può essere accoppiata con la croce bizantina classica, che a sua volta ha tre travi: una per i piedi di Gesù, un’altra per le sue mani e la terza che porta l’iscrizione «Gesù Nazareno, Re dei Giudei».
La scala dell’ascesa al Cielo è la Croce che ciascuno di noi è chiamato a prendere. (Matteo 10,38; Marco 8,34; Luca 9,23) Di conseguenza, se il gradino inferiore nella vita di Cristo —la trave più bassa della Croce— è la sua morte e resurrezione, questo è il primo passo nel nostro cammino di ascesa al Cielo.
Questa «morte e resurrezione», il primo gradino per vivere una vita in Cristo, è il Battesimo e la nuova nascita su cui Gesù volle istruire Nicodemo quella notte. Così, san Paolo può dire: «Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù siamo stati battezzati nella sua morte?» (Romani 6,3). Ai piedi della Croce, nella prima trave, possiamo «rialzarci di nuovo», come implica la parola greca per resurrezione (ana-stasis).
Rinati in Cristo, ora dobbiamo assumere la «mente di Cristo». Questo, naturalmente, si realizza mediante i doni dello Spirito. (1 Corinzi 2,12-16) Per il sacramento della Confermazione, insegna la Chiesa, siamo rafforzati, resi maturi e abilitati a vivere una vita autentica. Questo è il secondo gradino dell’ascesa al Cielo, per cui «viene lo Spirito di verità» e ci guida «fino alla verità completa». (Giovanni 16,13) Per mezzo di lui viviamo una vita di evangelizzazione, diffondendo la Buona Novella e essendo testimoni. Viviamo la nostra vita in Cristo e diventiamo testimoni della vita di Cristo. Lì dove le mani di Cristo sono inchiodate alla Croce, ascendiamo al compito di realizzare l’opera delle sue mani.
Il gradino superiore nell’ascesa (il primo nella discesa dell’Unigenito Figlio) è il farsi carne del Verbo, il mistero dell’Incarnazione, dove Cristo, Re eterno, nasce e si fa uomo. Nell’ordine della nostra vita in Cristo, questo è la nostra partecipazione al Corpo e al Sangue di Cristo. È la nostra ricezione e adorazione dell’Eucaristia. Qui, nella trave superiore della Croce, siamo uniti alla testa: come dice san Paolo, fu volontà di Dio «riassumere (dare una nuova testa a) tutte le cose in Cristo». (Efesini 1,10)
Il racconto della Natività di Gesù ci indica questa culminazione eucaristica. Nell’iconografia tradizionale, il Bambino Gesù è rappresentato in una mangiatoia tra un bue e un asino: simboli degli ebrei e dei gentili, rispettivamente. Gesù si è fatto cibo e sostentamento di tutti, e la nostra partecipazione all’Eucaristia è la partecipazione in Lui, in cui «abita corporalmente tutta la pienezza della divinità». (Colossesi 2,9)
La vita di Cristo è un dono concesso attraverso i suoi sacramenti, che permettono a ogni cattolico di vivere una vita in Cristo, di essere altri cristi. In Gesù Cristo, «viviamo, ci muoviamo ed esistiamo» (Atti 17,28); siamo vivificati dalla sua Croce nel Battesimo, mossi dalla sua volontà mediante la Confermazione e riceviamo il nostro essere in splendore divino partecipando all’Eucaristia. Facendo ciò che fa il Figlio, vivendo una vita in Cristo, mostriamo che Cristo è pienamente vivo in noi: dal frutto si conosce la vite.
Ci viene ricordato ora che la discesa del Figlio inaugura l’ascesa dei figli di Dio. Per mezzo dei sacramenti, la sua vita diventa il principio stesso della nostra. La vita cristiana non è una formula, ma una partecipazione a una vita: la Vita di Gesù Cristo. La vita di Gesù Cristo crocifisso e risorto (1 Corinzi 1,23) è il modello in cui ogni cristiano è introdotto. E solo mediante quella partecipazione possiamo, come «altri cristi», dare testimonianza della Verità. (Giovanni 18,37)
Il Verbo si fece carne, affinché noi portiamo il Verbo nella nostra carne.
Sull’autore
Dominic V. Cassella è marito, padre e dottorando presso la Catholic University of America. Il signor Cassella è anche assistente editoriale e online presso The Catholic Thing.