En su mensaje por la 100ª Jornada Mundial de las Misiones (25 de enero de 2026), el Papa pide a toda la Iglesia retomar el impulso evangelizador tras el Jubileo con cuori riconciliati, comunità che superino polarizzazioni e diffidenze, e una collaborazione missionaria “corale” —sacerdoti, consacrati e laici— che annunci Cristo e non progetti propri. L’unità, insiste, non è uniformità: è convergenza di carismi in un medesimo obiettivo, sostenuta dalla Parola, dai sacramenti e da una spiritualità di comunione. E sottolinea che la missione, nella sua essenza, è una missione d’amore: portare al mondo il Vangelo dell’amore fedele di Dio incarnato in Gesù Cristo, con testimonianza, preghiera e aiuto concreto ai missionari.
Pubblichiamo qui di seguito il messaggio completo di Leone XIV:
Uno in Cristo, uniti nella missione
Cari fratelli e sorelle:
Per la Giornata Mondiale delle Missioni del 2026, che segna il centenario di questa celebrazione, istituita da Pio XI e tanto cara alla Chiesa, ho scelto il tema “Uno in Cristo, uniti nella missione”. Dopo l’Anno giubilare, desidero esortare tutta la Chiesa a continuare con gioia e zelo nello Spirito Santo il cammino missionario, che richiede cuori unificati in Cristo, comunità riconciliate e, in tutti, disponibilità a collaborare con generosità e fiducia.
Riflettendo sul nostro essere uno in Cristo e stare uniti nella missione, lasciamoci guidare e ispirare dalla grazia divina, per «rinnovare in noi il fuoco della vocazione missionaria» e avanzare insieme nell’impegno dell’evangelizzazione, in «un’epoca missionaria nuova» nella storia della Chiesa (Omelia nella Messa per il Giubileo del Mondo Missionario e dei Migranti, 5 ottobre 2025).
1. Uno in Cristo. Discepoli missionari uniti in Lui e con i fratelli e le sorelle
Al centro della missione c’è il mistero dell’unione con Cristo. Prima della sua Passione, Gesù pregò il Padre: «Che tutti siano uno: come tu, Padre, stai in me e io in te, che anche loro siano uno in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). In queste parole si rivela il desiderio più profondo del Signore Gesù e, al tempo stesso, l’identità della Chiesa, comunità dei suoi discepoli: essere una comunione che nasce dalla Trinità e che vive di e nella Trinità, al servizio della fraternità tra tutti gli esseri umani e dell’armonia con tutte le creature.
Essere cristiani non è prima di tutto un insieme di pratiche o idee; è una vita in unione con Cristo, in cui partecipiamo della relazione filiale che Egli vive col Padre nello Spirito Santo. Significa rimanere in Cristo come i tralci nella vite (cfr. Gv 15,4), immersi nella vita trinitaria. Da questa unione sgorga la comunione reciproca tra i credenti e nasce tutta la fecondità missionaria. Sì, «la comunione rappresenta insieme la sorgente e il frutto della missione», come insegnò san Giovanni Paolo II (cfr. Esort. ap. Christifideles laici, 32).
Per questo, la prima responsabilità missionaria della Chiesa è rinnovare e mantenere viva l’unità spirituale e fraterna tra i suoi membri. In molte situazioni assistiamo a conflitti, polarizzazioni, incomprensioni, diffidenza reciproca. Quando questo accade anche nelle nostre comunità, si indebolisce la loro testimonianza. La missione evangelizzatrice, che Cristo affidò ai suoi discepoli, richiede prima di tutto cuori riconciliati e desiderosi di comunione. In questa prospettiva, sarà importante intensificare l’impegno ecumenico con tutte le Chiese cristiane, sfruttando anche le opportunità offerte dalla celebrazione congiunta del 1700° anniversario del Concilio di Nicea.
Infine —ma non meno importante—, essere “uno in Cristo” ci chiama a mantenere sempre lo sguardo fisso nel Signore, affinché Egli sia veramente il centro della nostra vita personale e comunitaria, di ogni parola, azione e relazione interpersonale, in modo da poter dire con stupore: «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2,20). Questo sarà possibile nell’ascolto costante della sua Parola e nella grazia dei sacramenti, per essere pietre vive della Chiesa, chiamata oggi a raccogliere le istanze fondamentali del Concilio Vaticano II e del successivo Magistero pontificio, in particolare, del Papa Francesco. Di fatto, come afferma san Paolo, «non facciamo propaganda di noi stessi, ma di Cristo Gesù come Signore» (2Cor 4,5). Reitero, pertanto, le parole di san Paolo VI: «Non c’è evangelizzazione vera, se non si annuncia il nome, la dottrina, la vita, le promesse, il Regno, il mistero di Gesù di Nazaret Figlio di Dio» (Esort. ap. Evangelii nuntiandi, 22). Questo processo di autentica evangelizzazione inizia nel cuore di ogni cristiano per estendersi a tutta l’umanità.
Pertanto, quanto più saremo uniti in Cristo, tanto più potremo compiere insieme la missione che Egli ci affida.
2. Uniti nella missione. Perché il mondo creda in Cristo Signore
L’unità dei discepoli non è un fine in sé: è ordinata alla missione. Gesù lo afferma con chiarezza: «Perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv 17,21). È nella testimonianza di una comunità riconciliata, fraterna e solidale che l’annuncio del Vangelo trova tutta la sua forza comunicativa.
In questa prospettiva, vale la pena ricordare il motto del beato Paolo Manna: “Tutta la Chiesa per la conversione di tutto il mondo”. Questo esprime sinteticamente l’ideale che animò la fondazione, nel 1916, della Pontificia Unione Missionaria. Ad essa, nel suo 110º anniversario, esprimo il mio riconoscimento e la mia benedizione per il suo impegno di animare e formare lo spirito missionario dei sacerdoti, delle persone consacrate e dei fedeli laici, favorendo l’unione di tutte le forze evangelizzatrici. Di fatto, nessun battezzato è estraneo o indifferente alla missione; tutti, ciascuno secondo la sua vocazione e condizione di vita, partecipano alla grande opera che Cristo affida alla sua Chiesa. Come ha ricordato in più occasioni il Papa Francesco, l’annuncio del Vangelo è sempre un’azione corale, comunitaria, sinodale.
Per questo, stare uniti nella missione significa custodire e alimentare la spiritualità di comunione e collaborazione missionaria. Crescendo ogni giorno in questa attitudine, impariamo con la grazia divina a guardare sempre di più ai nostri fratelli e sorelle con occhi di fede, a riconoscere con gioia il bene che lo Spirito suscita in ciascuno, ad accogliere la diversità come ricchezza, a portare i pesi gli uni degli altri e a cercare sempre l’unità che viene dall’Altro. Di fatto, tutti insieme abbiamo una sola missione ricevuta da «un solo Signore, una sola fede, un solo battesimo […] un solo Dio e Padre di tutti, che è sopra tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti» (Ef 4,5-6). Questa spiritualità costituisce la forma quotidiana del discepolato missionario. Ci aiuta a recuperare una visione universale della missione evangelizzatrice della Chiesa, superando la frammentazione degli sforzi e le divisioni faziose —“di Paolo”, “di Apollo”— tra i seguaci dell’unico Signore (cfr. 1Cor 1,10-12).
L’unità missionaria, ovviamente, non deve intendersi come uniformità, ma come convergenza dei diversi carismi con il medesimo obiettivo: rendere visibile l’amore di Cristo e invitare tutti all’incontro con Lui. L’evangelizzazione si realizza quando le comunità locali collaborano tra loro e quando le differenze culturali, spirituali e liturgiche si esprimono pienamente e armoniosamente nella medesima fede. Pertanto, esorto le istituzioni e le realtà ecclesiali a rafforzare il senso di comunione missionaria ecclesiale e a sviluppare con creatività forme concrete di collaborazione tra esse, per e nella missione.
A tale proposito, ringrazio le Opere Missionarie Pontificie per il loro servizio alla cooperazione missionaria, che ho sperimentato con gratitudine durante il mio ministero in Perù. Queste Opere —Propagazione della Fede, Santa Infanzia Missionaria, San Pietro Apostolo e Unione Missionaria— continuano ad alimentare e formare la coscienza missionaria dei fedeli, dai più piccoli ai più grandi, e promuovendo una rete di preghiera e carità che collega le comunità di tutto il mondo. È significativo che la fondatrice dell’Opera della Propagazione della Fede, la beata Pauline Marie Jaricot, ideasse duecento anni fa il Rosario vivente, che ancora oggi riunisce numerosi fedeli in gruppi a distanza per pregare per tutte le necessità spirituali e missionarie. Va ricordato che, proprio su proposta dell’Opera della Propagazione della Fede, Pio XI istituì nel 1926 la celebrazione della Giornata Mondiale delle Missioni, i cui donativi raccolti ogni anno sono distribuiti da essa, a nome del Papa, per le diverse necessità della missione della Chiesa. Le quattro Opere, nel loro insieme e ciascuna nella sua specificità, continuano a svolgere un ruolo prezioso per tutta la Chiesa. Sono un segno vivo dell’unità e della comunione missionaria ecclesiale. Invito tutti a collaborare con esse con spirito di gratitudine.
3. Missione d’amore. Annunciare, vivere e condividere l’amore fedele di Dio
Se l’unità è la condizione della missione, l’amore è la sua essenza. La Buona Nova che siamo inviati ad annunciare al mondo non è un ideale astratto; è il Vangelo dell’amore fedele di Dio, incarnato nel volto e nella vita di Gesù Cristo.
La missione dei discepoli e di tutta la Chiesa è la prosecuzione, nello Spirito Santo, della missione di Cristo; una missione che nasce dall’amore, si vive nell’amore e conduce all’amore. Tanto è vero che lo stesso Signore, nella sua grande preghiera al Padre prima della passione, dopo aver invocato l’unità dei discepoli, conclude in questo modo: «Perché l’amore con cui tu mi hai amato sia in loro, e io sia in loro» (Gv 17,26). Gli apostoli evangelizzarono mossi dall’amore di Cristo e per Cristo (cfr. 2Cor 5,14). Allo stesso modo, lungo i secoli, moltitudini di cristiani, martiri, confessori, missionari hanno dato la vita per far conoscere questo amore divino al mondo. Così, la missione evangelizzatrice della Chiesa continua sotto la guida dello Spirito Santo, Spirito d’amore, fino alla fine dei tempi.
Per questo, desidero ringraziare in modo speciale i missionari e le missionarie ad gentes di oggi; persone che, come san Francesco Saverio, hanno lasciato la loro terra, la loro famiglia e ogni sicurezza per annunciare il Vangelo, portando Cristo e il suo amore in luoghi spesso difficili, poveri, segnati da conflitti o culturalmente lontani. Continuano a donarsi con gioia nonostante le avversità e i limiti umani, perché sanno che Cristo stesso, col suo Vangelo, è la maggiore ricchezza che si può condividere. Con la loro perseveranza mostrano che l’amore di Dio è più forte di qualsiasi barriera. Il mondo continua a necessitare questi coraggiosi testimoni di Cristo, e le comunità ecclesiali continuano a necessitare nuove vocazioni missionarie, che dobbiamo avere sempre nel cuore e per le quali dobbiamo pregare continuamente il Padre. Egli ci conceda il dono di giovani e adulti disposti a lasciare tutto per seguire Cristo nel cammino dell’evangelizzazione fino ai confini della terra.
Ammirando i missionari e le missionarie, rivolgo un appello speciale a tutta la Chiesa: uniamoci tutti a loro nella missione evangelizzatrice mediante la testimonianza della vita in Cristo, la preghiera e il contributo alle missioni. Spesso, come sappiamo, «l’Amore non è amato», come disse san Francesco d’Assisi, a cui guardiamo in modo speciale a ottocento anni dal suo passaggio al cielo. Lasciamoci contagiare dal suo desiderio di vivere nell’amore del Signore e di trasmetterlo ai vicini e ai lontani, perché, come affermava: «molto ha da essere amato l’amore di Colui che tanto ci amò» (S. Bonaventura da Bagnoregio, Legenda maior, cap. IX, 1; Fonti francescane, 1161). Sentiamoci anche stimolati dallo zelo di santa Teresa del Bambin Gesù, che si propose di continuare la sua missione anche dopo la morte, dichiarando: «In cielo desidererò la stessa cosa che desidero ora sulla terra: amare Gesù e farlo amare» (Lettera all’abate M. Bellière, 24 febbraio 1897).
Animati da queste testimonianze, impegniamoci tutti a contribuire, ciascuno secondo la sua vocazione e i doni ricevuti, alla grande missione evangelizzatrice, che è sempre opera d’amore. Le loro preghiere e il loro sostegno concreto, specialmente in occasione della Giornata Mondiale delle Missioni, saranno di grande aiuto per portare il Vangelo dell’amore di Dio a tutti, specialmente ai più poveri e bisognosi. Ogni dono, per piccolo che sia, si converte in un atto significativo di comunione missionaria. Per questo rinnovo il mio sincero ringraziamento «per tutto ciò che faranno per aiutarmi a sostenere i missionari ovunque» (Videomessaggio per la Giornata Mondiale delle Missioni 2025). E per favorire la comunione spirituale, vi lascio, insieme con la mia benedizione, questa semplice preghiera:
Padre santo, concedici di essere uno in Cristo, radicati nel suo amore che unisce e rinnova. Fa’ che tutti i membri della Chiesa siano uniti nella missione, docili allo Spirito Santo, coraggiosi nel dare testimonianza del Vangelo, annunciando e incarnando ogni giorno il tuo amore fedele per ogni creatura.
Benedici i missionari e le missionarie, sostienili nel loro sforzo, preservali nella speranza.
Maria, Regina delle missioni, accompagna il nostro lavoro evangelizzatore in tutti gli angoli della terra; rendici strumenti di pace e fa’ che il mondo intero riconosca in Cristo la luce che salva. Amen.
Città del Vaticano, 25 gennaio 2026, III domenica del Tempo Ordinario, festa della Conversione dell’apostolo san Paolo.
LEONE PP. XIV