Il sacrificio per un altro può sembrare “follia”, ma è una follia nobile. Se chi si dona è Dio, perché incarnarsi e morire in quel modo? La chiave —sostiene il testo— sta nella libertà umana e nella forma concreta in cui Dio salva senza violentarla.
III
Stabilita quella verità sulla bontà in generale del sacrificio per gli altri, sorgono le obiezioni più gravi nel caso di Cristo. Se un uomo muore per un altro è meritorio, d’accordo. Ma se è Dio a farlo si dirà che è assurdo; e se inoltre lo effettua attraverso la sofferenza, che è inoltre crudele, repellente e sadomasochista. Perché dovette realizzare quella salvezza attraverso un procedimento cruento e scandaloso? Non era Dio; non poteva evitarci un riferimento così desolante come la figura di un crocifisso? Se ci creò con una Parola, perché non ci redense con un’altra sola Parola, pronunciata dalla gloria incorruttibile del Cielo? Perché quella Parola dovette incarnarsi, vivere come un uomo e morire in un modo così ignominioso? In definitiva, se un eroe umano potesse ottenere con altri mezzi (cioè, senza la sua sanguinosa immolazione) gli stessi risultati, non sarebbe il suo sacrificio fino alla morte non solo uno spreco inutile ma un atto in senso stretto crudele, repellente e sadomasochista? Non è Dio onnipotente? Perché non salvarci direttamente mediante un mero fiat?
Le obiezioni esposte sono potenti, ma cerchiamo di arrivare al cuore del problema. In primo luogo, l’espiazione dei nostri peccati operata da Gesù Cristo sarebbe incomprensibile se prescindiamo dall’aspetto più essenziale della natura umana: la sua libertà. La libertà umana è la condizione necessaria non solo per comprendere la natura dell’uomo (e il peccato che ci allontana da Dio) ma anche tutte le azioni di Dio, che è bontà, giustizia e onnipotenza assolute. Dio ci crea liberi perché se l’uomo non lo fosse, non potremmo dire che Dio è buono, poiché la libertà è sorella della dignità e “uno dei più preziosi doni che agli uomini diedero i cieli” (Quijote II, 58). Creare un uomo senza libertà è ridurlo a un mero animale irrazionale o a un robot; togliergli la sua libertà è abbassarlo alla condizione di schiavo. Dio non fa la prima cosa perché desidera regalarci la massima dignità come creatura (e ciò è possibile solo essendo razionali e liberi). E non fa la seconda perché è infinitamente buono.
Ma quella volontà divina di crearci liberi ha il suo rischio, che Dio ha assunto e risolto dalla sua eternità. Essendo liberi, possiamo allontanarci da Dio e ciò sarebbe (è) una tragedia. Anzi, quella libertà può portarci al peccato inimmaginabile di arrivare a crocifiggere il Figlio di Dio se questi si fa uno di noi. Tuttavia, l’onnipotenza di Dio deve tollerare la decisione autonoma dell’uomo per non compromettere la sua bontà e la sua giustizia.
Sappiamo dalla Scrittura che Dio desidera salvarci tutti (1 Tim. 2, 4) (Tit. 2, 11), ma Dio non vuole, per preservare la sua bontà, violare la nostra libertà. Non può redimerci mediante qualche tipo di amnistia poiché si spezzerebbe la sua giustizia se concedesse il dono della salvezza a chi ostinatamente lo rifiutasse. A Dio, d’altra parte, “nessuno lo ha visto mai” (Jn. 1, 18), poiché se si manifestasse empiricamente distruggerebbe per la sua irresistibilità non solo la libertà umana ma persino la vita (nessuno può vedermi e rimanere in vita, ci avverte la Bibbia -Ex. 33,20-). Di fronte a tante difficoltà, come può lo stesso Dio salvarci, rompendo l’abisso infinito con l’uomo peccatore?
La divina Sapienza, tuttavia, trovò l’uscita più bella a questo labirinto soteriologico, sciogliendo così quel nodo che legava la nostra salvezza. I Santi Padri lo riassunsero con una frase luminosa: ciò che non è assunto non può essere redento. Per questo Dio si fa uomo “in tutto simile a noi, salvo nel peccato“ (Hb. 4, 15), per realizzare attraverso il più grande esempio umano di amore (morire per qualcuno), un’azione che solo la divinità può eseguire: la redenzione di tutta l’umanità, senza escludere nessuno.
Cristo -perfetto Dio e perfetto uomo, in tutto simile a noi salvo nel peccato-, si dona a sé stesso nella sua totalità come uomo, e estende l’effetto della sua donazione a tutti come Dio.
Il misterioso e onnipotente Deus absconditus (Is. 45,15), per rispetto rigoroso alla libertà e dignità umane, non interviene direttamente in un immediato e supremo atto salvifico con un mero sia fatto. Piuttosto, si introduce pausata e progressivamente nella storia umana, rivelandosi nella Parola della Legge e dei Profeti, fino al momento in cui “la Parola si fece carne e abitò in mezzo a noi e noi vedemmo la sua gloria, gloria dell’unigenito venuto dal Padre, pieno di grazia e di verità” (Jn. 1, 14). E allo stesso modo in cui un uomo può dare la vita per un naufrago indifeso, il sacrificio di Gesù sulla croce “salvò di nuovo la terra allagata, guidando il giusto su un legno spregevole” (Sab. 10, 4).
Lo fece nel modo in cui l’amore di un uomo raggiunge il suo massimo potenziale: morire per il prossimo, dare tutto per gli altri, coerenza assoluta di ciò che è rivelato da un Dio che è amore. (1 Jn. 4,8) e che si incarnò con l’unico fine di morire per noi (dare la vita in riscatto di molti -Mc. 10,45-). Ciò che la Sapienza Divina non può fare come Dio –mostrarsi agli uomini, essere visto nella sua essenza come “salvezza che hai preparato davanti al volto di tutti i popoli” (Lc. 2, 31)-, lo realizza come uomo, perché Dio non può morire (neppure per amore), ma l’uomo sì può sacrificarsi, poiché “nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i suoi amici” (Jn. 15, 13). Ma, allo stesso tempo, come Dio, l’efficacia dell’atto di quell’uomo/Dio è universale e assoluta. Fu perfetto uomo, donandosi interamente per amore ai suoi simili; È perfetto Dio estendendo la Grazia della sua salvezza a tutti gli esseri umani che siano esistiti sulla terra, ieri, oggi e domani.
In questo modo, Dio per mezzo di Gesù Cristo, volle condividere la nostra umanità per rivelarci tre sublimi verità che, fino a quando Egli venne a noi, il mondo non poteva nemmeno sognare: la profondità e l’immensità del suo amore: poiché Cristo “passò facendo del bene” (Hch. 10, 38); l’intensità del suo impegno e della sua donazione fino alla morte “per il perdono dei peccati (Mt. 26, 28) ), e infine il guadagno infinito che ci attende mediante la primizia (1 Cor. 15, 23) della sua resurrezione.
Il Figlio di Dio, in definitiva, realizza il più grande atto di amore mai accaduto sulla terra; il più perfetto sacrificio, data la pienezza di tutti gli elementi che interverono: la sublimità della vittima (Dio e uomo vero); le drammatiche carenze dell’uomo ferito dal peccato, e l’essenza sublime dell’atto: amare fino a morire, soffrire per amore fino alla fine. È la manifestazione di un amore che –in parole di Joseph Ratzinger- “nulla lascia per sé, ma tutto dona” (Introduzione al Cristianesimo). Gesù lo lasciò assolutamente tutto sulla croce. Probabilmente morì nudo, senza nemmeno il sudario con cui pietosamente lo si copre nelle rappresentazioni artistiche. Si svuotò di sé stesso per regalarci tutto il suo Essere, come Grazia, a ciascuno di noi, donandoci la nuova vita divinizzata che ci fa figli di Dio e ci salva. Assunse la nostra vita, per redimere le nostre vite e divinizzarci.
Impegnato, in fine, fino all’ultimo respiro per la causa dell’uomo, fino a annientare sé stesso (Fil. 2, 7), condivise con noi tutti i danni del cattivo uso della nostra libertà: il dolore, l’umiliazione, il tradimento e la morte. E una volta operata la salvezza, ci resta solo accoglierla mediante la fede viva nella carità (Gal. 5,6), poiché “nelle sue piaghe siamo stati salvati” (Is. 53, 11). L’appetitosa Albero del Bene e del Male (Gen. 2, 9) –metafora della nostra libertà e della nostra sventura- resta definitivamente controbilanciato dall’albero secco della croce di Gesù, realtà della nostra salvezza e della nostra beatitudine.
Continua nella Parte IV