Cobo firmò di intervenire sulla navata e sulla cupola del Valle de los Caídos senza avere giurisdizione per farlo

Cobo firmò di intervenire sulla navata e sulla cupola del Valle de los Caídos senza avere giurisdizione per farlo

Lo veramente grave del documento del 4 de marzo de 2025 publicado por El Debate no es solo la literalidad de unos términos que ya conocíamos por filtraciones y declaraciones públicas, sino lo que implica jurídicamente para la estructura de una Iglesia en la que, demasiadas veces, el Derecho se invoca cuando conviene y se ignora cuando estorba. Hasta ahora, el asunto se había presentado como el típico intercambio de impresiones entre Iglesia y Estado: conversaciones, reuniones, “se está trabajando”, “se está dialogando”… Un terreno pantanoso pero habitual. Sin embargo, el momento en que aparece un papel firmado y sellado por José Cobo, el relato cambia: esto deja de ser una conversación y pasa a parecer un acto de autoridad. La cosa cambia.

Porque el documento no se limita a expresar buena voluntad o a dejar constancia de un diálogo. En la práctica delimita zonas concretas en el interior de la basílica y establece un marco de intervención “museística” que incluye espacios tan esenciales como la nave o la cúpula. Y aquí está la clave: eso no es “acompañamiento” ni “facilitación”. Eso equivale a tomar decisiones de jurisdicción material sobre qué partes se consideran destinadas al culto y cuáles quedarían disponibles para un uso ajeno a la finalidad sagrada del lugar. En un templo católico, este tipo de distinciones no son un asunto de urbanismo ni de gestión patrimonial: son, ante todo, una cuestión de Diritto canonico, di tutela dei luoghi sacri e di competenze reali.

E allora arriva lo scontro frontale: dopo aver firmato, Cobo fa dichiarazioni pubbliche (il 9 aprile, il 6 maggio e in altre occasioni nel corso del 2025) in cui lui stesso riconosce di non avere giurisdizione sul Valle de los Caídos. Cioè, da un lato appare a apporre il suo sigillo come se potesse accettare un quadro di intervento all’interno di una basilica pontificia. Dall’altro, si presenta all’opinione pubblica come qualcuno che non c’entra nulla lì —o che, se c’entra qualcosa, è come collaboratore esterno— e che non ha capacità di decidere.

Quel è il punto in cui la goffaggine smette di essere confusa e diventa scandalosa.

¿Cómo es posible “mandar” en un papel y “no mandar” ante las cámaras?

Qui ci sono tre opzioni, e tutte e tre sono cattive.

Prima opzione: Cobo aveva davvero qualche tipo di mandato reale, ma non l’ha mai spiegato.
In quel caso, le sue dichiarazioni pubbliche sarebbero almeno equivoche: starebbe dicendo “non ho giurisdizione” quando in realtà agirebbe con una competenza delegata. Ma se questo fosse vero, in un affare così sensibile sarebbe ragionevole che esistesse qualche supporto verificabile: un decreto, una delega, un’autorizzazione espressa della Santa Sede, o almeno una abilitazione formale che giustificasse perché il cardinale di Madrid appare ad accettare termini che riguardano l’interno del tempio. Tuttavia, non risulta in alcun modo quell’autorizzazione per accettare quei termini. InfoVaticana ha contattato l’Arcidiocesi di Madrid e non è stato possibile confermare l’esistenza di un mandato, alegando che non ritengono necessario o adeguato dare spiegazioni su procedure interne.

Seconda opzione: Cobo non aveva giurisdizione (come lui stesso ha ammesso pubblicamente), ma ha firmato comunque.
E allora la questione smette di essere una mera polemica mediatica per diventare un problema canonico. Perché se un vescovo firma un documento su un affare su cui non ha competenza, ciò che fa non è “aiutare”: ciò che fa è invadere la competenza dell’autorità legittima. E questo non è un tecnicismo: nella Chiesa, esercitare autorità dove non si ha è sempre gravissimo. In termini semplici, può essere qualificato come una usurpazione di funzioni o, come minimo, una extralimitazione di enorme portata.

Terza opzione: non è che Cobo abbia o non abbia giurisdizione: è che il Governo aveva bisogno di una firma “della Chiesa” e l’ha trovata.
Questa ipotesi è la più inquietante, perché trasformerebbe il documento in un’operazione di legittimazione: si prende un rappresentante ecclesiale di alto rango, si ottiene la sua firma e si presenta il risultato come “la Chiesa ha accettato”, anche se dentro c’è conflitto, anche se la comunità benedettina si oppone e anche se Roma non ha dato la sua autorizzazione esplicita.

In sintesi: oppure mente, oppure eccede, oppure lo usano. E nessuna delle tre lascia il cardinale in buona luce.

¿Miente? El problema de credibilidad

Quando Cobo dice pubblicamente ad aprile e maggio del 2025 che lui non ha giurisdizione su Cuelgamuros, il suo messaggio è chiaro: “non dipende da me”. Ma il documento del 4 marzo opera in senso contrario: agisce come se, almeno nella pratica, sì dipendesse da lui dare per buono un quadro che riguarda l’interno della basilica.

Non stiamo parlando di una frase ambigua né di un’opinione. Stiamo parlando di un documento firmato che può essere usato per giustificare un intervento all’interno del tempio. Un documento così ha effetti: serve a spingere azioni, ad aprire porte, a sostenere decisioni, a vendere un racconto.

Per questo la contraddizione è letale: se il cardinale non comanda lì, perché firma come se potesse decidere? E se poteva decidere, perché insiste dopo che non comanda?

¿Usurpa funciones? El problema jurídico

Nel Diritto Canonico c’è qualcosa che non si può truccare: l’autorità si esercita con competenza reale. E quando un chierico agisce come se avesse un potere che non ha, si apre la porta a un problema disciplinare e penale canonico per abuso di potestà o esercizio indebito dell’ufficio.

In parole più semplici: se Cobo non era competente e tuttavia “autorizzò” o accettò condizioni sull’interno della basilica, avrebbe agito come autorità su un luogo sacro senza esserlo. Questo non è collaborazione. È invadere una competenza che non gli appartiene.

Con benedictinos en contra y Roma ausente, el escándalo es mayor

Alla contraddizione di Cobo si aggiunge un elemento che aggrava tutto: la comunità benedettina è esplicitamente contraria e ha intrapreso vie di resistenza giudiziaria. Se l’attore che vive, prega e sostiene la vita liturgica del luogo rifiuta il quadro, è impossibile sostenere che esiste un “sì ecclesiale” armonico.

E intanto, non risulta autorizzazione della Santa Sede, proprio in un momento in cui Papa Francesco stava attraversando una situazione di salute che rende poco credibile che stesse dirigendo personalmente un fascicolo così delicato, dettagliato e politicamente esplosivo. Questo non significa che Roma non possa agire: significa che, se esisteva davvero un mandato, dovrebbe notarsi. E per ora ciò che si vede è un’altra cosa: un silenzio che lascia la firma di Cobo in sospeso.

Una chapuza de órdago: el efecto práctico es devastador

Il risultato finale è il peggiore possibile: lo Stato ottiene un documento che può vendere come “la Chiesa accetta”, mentre il firmatario stesso si rifugia dopo nel dire che “non ha giurisdizione”. È una formula perfetta perché nessuno assuma responsabilità e, allo stesso tempo, la risignificazione avanzi.

E quello è lo scandalo: che la posizione della Chiesa nel Valle de los Caídos non si difende con un atto chiaro, pulito e giuridicamente impeccabile, ma con una miscela di manovra politica, firma utile e contraddizioni pubbliche.

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