Il tempo non è ordinario

Di: Mons. Alberto José González Chaves

Il tempo non è ordinario
La liturgia della Chiesa non si limita a ordinare celebrazioni nel calendario: insegna a guardare il tempo con occhi redenti. Per questo il suo linguaggio non è accessorio, né meramente funzionale; nominare i giorni e le stagioni è già una forma di confessare la fede e di educare l’anima. Nella liturgia, la parola non descrive semplicemente ciò che accade: rivela il tempo toccato da Cristo.
Il Vetus Ordo offre un’articolazione teologica dell’anno liturgico che non è arbitraria, ma profondamente spirituale, distinguendo due grandi prolungamenti del mistero: le domeniche post Epiphaniam e le domeniche post Pentecosten. Entrambe sono tempi “dopo”, ma non allo stesso modo; prolungano il mistero sotto luci diverse.
Le Dominicae post Epiphaniam vivono ancora sotto lo splendore della manifestazione del Verbo fatto carne. L’Epifania non è un ricordo pio né un episodio chiuso, ma una luce che continua ad avanzare. Il Bambino adorato da quei Magi che personificano tutte le genti, Si lascerà riconoscere progressivamente nella predicazione, nei segni, nella Sua autorità serena. Ogni domenica è come un nuovo angolo da cui la Chiesa contempla lo stesso volto di Cristo. Il linguaggio liturgico lo dice con sobrietà e precisione: l’Epifania non è passata, continua ad agire.
Le domeniche post Pentecosten, invece, si situano sotto un’altra chiave, forse più interiore. La Pentecoste inaugura il tempo della Chiesa abitata dallo Spirito Santo, e le domeniche che seguono esprimono la paziente maturazione della vita cristiana. Non si tratta più tanto di una manifestazione esteriore, quanto di una trasformazione interiore: la crescita del Corpo di Cristo, l’edificazione della Chiesa, la docilità allo Spirito che conduce alla pienezza. È il tempo lungo della santità quotidiana, sostenuta dalla grazia e orientata verso la consumazione finale.
La liturgia, pedagoga spirituale, sapendo che non tutto il tempo santificato ha la stessa tonalità, li nomina in modo diverso. Il linguaggio non è ornamentale, ma mistagogico: insegna, conduce, eleva. Per questo, il cambio di nomenclatura non è mai indifferente: quando la parola liturgica perde densità, i liturgisti devono dare spiegazioni ai fedeli, affinché comprendano ciò che prima percepivano quasi istintivamente. Non è la fede che si indebolisce, ma la sua espressione simbolica, veicolo di una lettura soprannaturale del tempo, che in nessun caso è «ordinario», perché il tempo non è solo il quadro neutro in cui accade la storia della salvezza, ma una realtà assunta, penetrata e trasfigurata dal Mistero pasquale di Cristo.
E così, parlando del tempo, la liturgia romana non improvvisa il suo linguaggio, ma lo affina, in una nomenclatura nata da una lunga sedimentazione della fede celebrata, dove la preghiera precede sempre la teoria. La Chiesa, fin dall’antichità, comprese che i grandi misteri non potevano essere ridotti a un solo giorno: la celebrazione doveva prolungarsi, riposare, dispiegarsi. Così nacquero, in modo organico, i tempi post Epiphaniam e post Pentecosten come il modo naturale di prolungare liturgicamente ciò che è stato celebrato.
L’Epifania è sempre stata intesa come una manifestazione progressiva: alle nazioni, a Israele, ai discepoli. L’espressione post Epiphaniam sottolineava questa consapevolezza: non si trattava di ricordare un fatto passato, ma di rimanere sotto la sua luce. Allo stesso modo, la Pentecoste inaugurava il tempo proprio della Chiesa. Le domeniche post Pentecosten esprimevano la vita cristiana sostenuta dallo Spirito nella storia, in attesa della pienezza escatologica. Era come dire: ora è il tempo di crescere, di perseverare, di essere edificati. Tale nomenclatura non fu fissata per decreto, ma confermata dai secoli. La sua autorità procede dall’essere stata pregata, cantata, vissuta. L’antichità di questo linguaggio non è un argomento estetico, ma un criterio di sapienza ecclesiale: se la Chiesa ha perseverato per secoli in un medesimo modo di nominare, è perché c’era un’intuizione teologica profonda, difficilmente sostituibile senza perdita di sfumature.
In realtà, si tratta di vivere dentro il tempo senza tempo di Dio. La liturgia santifica l’uomo insegnandogli a santificare il tempo, e l’uomo impara che non tutti i tempi si vivono allo stesso modo, sebbene tutti vivano della stessa Grazia.
Le domeniche post Epiphaniam insegnano a guardare Cristo, che Si lascia scoprire passo dopo passo. La fede matura, non per impatti sentimentalistici, ma per contemplazione e virtù perseverante.
Le domeniche post Pentecosten insegnano a rimanere. Sono il tempo lungo, senza fulgore apparente, dove lo Spirito trasforma dall’interno, insegnando la fedeltà, la pazienza, la santità quotidiana.
Chi si lascia formare da questa pedagogia scopre che anche la sua vita spirituale ha ritmi simili: ci sono tempi di luce e tempi di crescita silenziosa nella notte. La liturgia aiuta l’anima a riconoscersi; le parole ereditate, provate dai secoli, insegnano a offrire il tempo come offerta: il credente non vive trascinato dai giorni, ma elevato in essi verso Dio. Il tempo non è nemico, ma compagno di cammino, perché, quando si vive in Dio, i giorni ci maturano straordinariamente per l’eternità. E allora non si può parlare di «tempo ordinario».

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