TRIBUNA: La follia della Croce (II)

Di: Luis López Valpuesta

TRIBUNA: La follia della Croce (II)

Nella prima puntata abbiamo posto lo scandalo della croce e la domanda inevitabile: se Dio voleva perdonare, perché non lo ha fatto “senza sangue”? Prima di entrare nel nucleo teologico, conviene fermarsi su qualcosa di elementare: il senso umano del sacrificio. Solo da lì si capisce perché la consegna di Cristo non è crudeltà, ma amore portato all’estremo.

II

Per cercare di razionalizzare questa follia è necessario che ci collochiamo, in primo luogo, al livello più generale di comprensione del problema: nel senso comune e nell’esperienza della vita riguardo al concetto di sacrificio. In effetti, si è sempre considerato degno dar la vita per gli altri, e quella dignità si amplifica se la persona che consegna la sua vita è molto più importante del salvato. Poniamo un esempio, che leggiamo spesso sui giornali: l’uomo che muore annegato per salvare uno sconosciuto che sta affondando in mare. È questo individuo crudele, sadomasochista o ripugnante? Qualsiasi persona che legga questa notizia risponderà che assolutamente no; che è un eroe e che salvare una vita è un atto nobile e prezioso. Tuttavia, i familiari del defunto, che osservano come il naufrago sia sopravvissuto al suo salvatore, potrebbero non pensarla allo stesso modo. Aveva moglie e figli, e per salvare uno sconosciuto li ha lasciati orfani. Per quei figli, che d’ora in poi cresceranno senza il padre, l’atto del loro genitore è stato (o può essere) un profondo errore: ripugnante e crudele, perché li lascia in solitudine; o qualcosa di sadomasochista, perché era molto probabile che il salvatore assumesse la propria sofferenza e morte dato lo stato rabbioso del mare. Ora, essendo comprensibile il giudizio egoista (diciamolo così) di quegli orfani, è possibile anche che quei bambini siano educati dalla madre nell’idea che ebbero un padre esemplare, che non esitò a immolarsi per salvare uno sconosciuto, e è possibile che quell’esempio del padre li porti a essere persone migliori, più generose, più dedite agli altri, veri icone civiche.

Pertanto, da un punto di vista generale, il concetto di sacrificio (nel senso di atto di abnegazione di una persona a beneficio di un’altra o altre) può solo meritare la nostra ammirazione. Ma, da un altro punto di vista, non neghiamo che è in certo modo una follia, e a maggior ragione se la grandezza come uomo del salvatore supera di gran lunga quella del salvato. L’istinto ci spinge a preservare la nostra esistenza, e per questo ci chiediamo: come è possibile che quest’uomo che aveva tutto nella vita (una moglie eccezionale, figli ammirevoli, amici, salute, ricchezza e un’ottima fama) abbia potuto offrire la sua vita per un vagabondo, un perdente, un furfante, un mascalzone, un individuo mediocre che non ha fatto nulla di meritevole? È irrazionale, perché ciò che ha mosso quest’uomo a dare la vita per un altro è stato semplicemente l’amore o la compassione, non la prudenza; il cuore e non la ragione. Morire per un altro è, certamente, una follia, ma non un atto sadomasochista, crudele e ripugnante. È un atto di immensa nobiltà.

I cristiani, come non può essere altrimenti, pensiamo in quel modo. E crediamo che ciò che un uomo può fare per gli altri (o per molti), lo ha realizzato Dio (piena santità) per tutti (tutti siamo peccatori), perché la salvezza di tutto il genere umano, persona per persona, è solo nelle mani di Dio. E sappiamo dai profeti che Dio non delega la salvezza: la fa Lui stesso. Non dice Isaia:

“Ecco, è il Signore (…) viene egli stesso a salvarvi (Is. 35, 4).

Non indica Ezechiele che Dio pascerà il gregge d’Israele:

Io stesso avrò cura del mio gregge e lo passerò in rassegna” (Ez. 34, 11).

In definitiva, i grandi profeti annunciano che la salvezza degli uomini (di tutti, indipendentemente dal sesso o dalla razza) non si realizzerà attraverso intermediari umani, ma dallo stesso Dio, il quale:

“Dio, dopo aver parlato molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, in questi giorni, che sono gli ultimi, ci ha parlato anche per mezzo del Figlio” (Eb. 1, 1), (…) «il quale, essendo il splendore della sua gloria e l’immagine stessa della sua sostanza, e colui che sostiene tutte le cose con la parola della sua potenza, avendo compiuto la purificazione dei peccati per mezzo di se stesso, si è seduto alla destra della Maestà nelle altezze» (Eb. 1,3)

Concordo, in fine, con Dawkins e San Paolo che il solo fatto che Dio si incarni per sacrificarsi fino alla morte per salvare gli altri è, certamente, una follia. Ma non fermiamoci all’esclamazione del primo né allo stupore del secondo, e cerchiamo di approfondirla.

Continua nella Parte III

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