Riforma, continuità e unità, sotto la guida della Tradizione

Di: Mons. Alberto José González Chaves

Riforma, continuità e unità, sotto la guida della Tradizione

Che la riforma liturgica non costituisce una rottura, ma una costante nella storia della Chiesa, è un’affermazione vera. La Chiesa non è un corpo immobile, né la liturgia una realtà pietrificata. Fin dai primi secoli, la preghiera cattolica e la rinnovazione sacramentale del Sacrificio del Calvario hanno conosciuto sviluppi, arricchimenti e adattamenti legittimi. Il problema sorge quando questa verità generale si converte in un principio indeterminato, capace di giustificare qualsiasi configurazione concreta del rito, persino quelle che introducono una relazione problematica con la tradizione immediatamente precedente. Perché allora la riforma cessa di essere un criterio teologico per diventare una scusa ermeneutica. E la riforma come categoria teologica esige limiti.

La Chiesa ha sempre riformato, sì, ma non in qualsiasi modo né in qualsiasi senso. La riforma autentica è stata tradizionalmente intesa come purificazione, depurazione e consolidazione di una tradizione ricevuta, non come sostituzione globale di una forma rituale con un’altra.

Questo è meridianamente chiaro nel caso del Messale di San Pio V. La bolla «Quo primum» non inaugura una liturgia nuova; fissa una già esistente. Non inaugura un processo creativo; pone fine a una dispersione recente. E lo fa, inoltre, con un criterio che conviene non dimenticare: l’antichità come garanzia di legittimità. Per questo risulta metodologicamente fallace (o ignorante?) invocare San Pio V per sostenere una concezione dell’unità liturgica che lui non applicò. Se l’obiettivo fosse stata l’uniformità assoluta, non si sarebbero preservati i riti venerabili con più di due secoli di antichità. L’unità cercata da Trento era dottrinale e sacramentale, non espressiva in senso rigido.

L’analogia implicita tra la frammentazione liturgica precedente a Trento e l’attuale coesistenza del Messale del 1962 con il Messale promulgato dopo il Concilio Vaticano II non resiste a un’analisi minimamente seria. Nel XVI secolo, la frammentazione liturgica era associata a una maggiore o minore rottura dottrinale veicolata in innovazioni estranee e, in molti casi, a una teologia eucaristica erosa. Oggi, al contrario, la celebrazione secondo il Messale del 1962 non introduce nessuna novità dottrinale ma mantiene la dottrina perenne; né esprime un’ecclesiologia alternativa, ma quella cattolica; né costituisce una minaccia oggettiva alla comunione sacramentale, perché la rafforza. Ciò che esiste oggi non è frammentazione, ma continuità interna all’interno dello stesso rito romano. E trattare quella continuità come se fosse un’anomalia rivela uno spostamento nella comprensione stessa della Tradizione.

Lo sviluppo organico è qualcosa di più di una successione cronologica. Il termine è corretto solo se si intende con rigore. Uno sviluppo è organico quando mantiene l’identità del soggetto che si sviluppa. In biologia, un organismo che cessa di essere riconoscibile non si è più sviluppato: si è trasformato in qualcos’altro. Applicato alla liturgia, questo significa che lo sviluppo non può implicare una disautorizzazione pratica della forma immediatamente anteriore, e tanto meno di una forma che è stata per secoli normativa per la preghiera della Chiesa e ha sostenuto la fede di tutti i nostri antenati. Qui risiede l’importanza dell’affermazione di Benedetto XVI secondo la quale la liturgia tradizionale non è mai stata abolita. Non è una questione giuridica secondaria, ma un principio ecclesiologico maggiore: la Chiesa non può dichiarare problematica la propria preghiera multisecolare senza erodere la sua credibilità storica.

Per questo l’unità liturgica è un concetto ecclesiologico. Quando oggi si presenta la coesistenza di forme liturgiche come una minaccia per l’unità, conviene chiedersi cosa si intenda esattamente per unità. Se unità significa uniformità espressiva assoluta, allora la storia della Chiesa appare, retrospettivamente, come un’anomalia permanente. Ma se unità significa comunione nella fede, nei sacramenti e nell’autorità legittima, allora la diversità rituale, quando è tradizionale e dottrinalmente sana, non solo non è un problema, ma è sempre stata una ricchezza.

La difficoltà attuale non è principalmente liturgica, sebbene la liturgia sia il suo esponente più indicativo e palmario. Il punctum dolens è la nozione di Tradizione, innegabilmente cattolica. E se la storia non è lineare e lo sviluppo non è univoco, la Tradizione non si lascia rinchiudere in un unico momento del tempo.

Solo da tale presupposto si accetta la coesistenza di entrambi i messali come criterio di maturità ecclesiale, così come lo argomentò magistralmente Benedetto XVI nel suo motu proprio Summorum Pontificum e nella lettera con cui lo presentò. Da questa prospettiva, la libertà di celebrare con il Messale del 1962 (con il quale hanno celebrato tutti i santi il rito latino per più di cinque secoli) non è una concessione pastorale scomoda, ma un criterio assolutamente logico, disprezzare il quale suppone fare a brandelli il primo fondamento della metafisica: il principio di non contraddizione. Che oggi qualsiasi sacerdote di qualsiasi età di qualsiasi diocesi celebri con naturalezza la messa dei nostri antenati quella del Concilio di Trento e del Vaticano II, dimostra che la Chiesa, semper reformanda sed semper idem, si riconosce a sé stessa nel corso del tempo senza amputare tappe del proprio sviluppo organico.

San Pio V difese l’unità custodendo l’antico. Benedetto XVI difese l’unità riconciliando la Chiesa con sé stessa. Entrambi agirono dalla stessa convinzione: che la Tradizione non è un ostacolo per la comunione, ma la sua condizione.

La vera domanda, quindi, non è perché la coesistenza risulta problematica oggi, ma quale concezione della Tradizione la rende tale. E quella domanda non si risponde con appelli generici alla riforma, ma con una teologia della liturgia che non rinneghi la memoria viva della Chiesa. A meno che l’interrogativo non sia… se vi sia davvero una nozione di Tradizione.

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