C’è un confine che né la propaganda, né la repressione, né i calcoli diplomatici possono cancellare del tutto. Il cardinale Pierbattista Pizzaballa, patriarca latino di Gerusalemme, lo descrive con una frase semplice: il desiderio dei popoli di vivere una vita dignitosa. E avverte che quando quella esigenza viene ignorata, la tensione scoppia di nuovo, in Iran e anche in Terra Santa. Il porporato parla da Giordania, sul Mar Morto, dove partecipa a un incontro di aggiornamento con una sessantina di sacerdoti del Patriarcato latino, insieme a diversi vescovi e vicari. La sua lettura del momento è chiara: le autorità possono cercare di contenere la situazione, ma non possono soffocare indefinitamente la fame di pace, giustizia e dignità, “parte integrante della coscienza di ogni persona”.
Una diocesi attraversata dalla guerra in quattro paesi
Pizzaballa non parla in astratto. Il Patriarcato latino —ricorda— copre quattro nazioni e tutte, in un modo o nell’altro, sono condizionate dal conflitto. Non allo stesso modo, ma sì con ferite reali.
In Giordania, spiega, il colpo è stato soprattutto economico e sociale: paralisi commerciale, incertezza e difficoltà negli spostamenti. In Cisgiordania, invece, la situazione “si deteriora continuamente”, aggravata da confini chiusi e mancanza di permessi che soffocano la vita ordinaria della comunità palestinese. In Israele, specialmente in Galilea, segnala un fenomeno meno visibile ma corrosivo: una crescente separazione tra la maggioranza ebraica e la minoranza araba, con una crisi di convivenza che non è più solo economica, ma relazionale.
Gaza: “non c’è guerra aperta”, ma continuano le morti
Dove la sua diagnosi diventa più dura è a Gaza. Pizzaballa sottolinea che, anche con il cessate il fuoco e la diminuzione della “guerra guerreggiata”, la realtà non si è normalizzata. Parla di bombardamenti selettivi, di una devastazione che non arretra e, soprattutto, di un’emergenza silenziosa che uccide senza titoli: la mancanza di medicine di base.
Secondo la sua descrizione, oggi può esserci un po’ più di cibo di prima, ma non ci sono antibiotici né trattamenti elementari; si muore di freddo e si muore per assenza di assistenza medica, in un orizzonte che rimane “molto incerto” per la popolazione. L’espressione che usa non lascia margini: la situazione rimane di “devastazione totale”.
“Tornate”: l’appello ai pellegrini
Con lo stesso realismo con cui descrive la crisi, Pizzaballa lancia un messaggio: chiede che i pellegrini tornino in Terra Santa, inclusa la Giordania, che presenta come una parte “più serena” e vitale della diocesi, con una comunità cattolica giovane e coesa.
Il suo appello va oltre il turismo religioso: vede il pellegrinaggio come un gesto di fede e anche come sostegno concreto alle comunità cristiane che vivono in tensione permanente. Per questo insiste nell’organizzare pellegrinaggi e afferma che è “assolutamente sicuro”. Inoltre, ricorre a un’immagine spirituale classica: la Terra Santa come un “quinto Vangelo”, un’esperienza che rende la fede più concreta toccando i luoghi del Signore.