L’Arcidiocesi di Madrid ha avviato un processo denominato Convivium, presentato come un itinerario di riflessione ecclesiale e partecipazione pastorale. Tuttavia, la sorpresa non sta nel promuovere il dialogo, l’ascolto o il discernimento comunitario —qualcosa di legittimo in sé— ma nel tipo di contenuti che sono stati introdotti nel circuito ufficiale come materiale di lavoro.
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La stessa documentazione preparatoria mostra la dimensione del processo: si tratta di un quaderno di lavoro che incorpora, tra gli altri materiali, una sintesi di risposte di vari ambiti diocesani —con 137 risposte dei Consigli Pastorali Parrocchiali—, insieme a contributi di arcipretati, vita consacrata e altre istanze. Inoltre, include dati interni sul clero di Madrid (novembre 2025), il che rafforza il suo carattere di strumento “ufficiale” e non di semplice raccolta informale.
Il più inquietante è che questa dinamica si è già vista in altri processi recenti, specialmente nel cosiddetto “cammino sinodale” tedesco: sotto la retorica dell’ascolto si finisce per dare carta di natura a proposte dottrinalmente inammissibili. E ora, sotto il governo del cardinale José Cobo, Madrid sembra scivolare verso lo stesso schema: normalizzare l’inaccettabile come se fosse parte di un dibattito ecclesiale legittimo.
Nel documento distribuito ai partecipanti dell’assemblea, all’interno della sezione “sintesi di altre realtà ecclesiali”, si selezionano per evidenziare alcune proposte sotto il titolo di “Proposte ‘peculiari’”. Ma ciò che il documento chiama “peculiare” non sono proposte stravaganti o marginali, bensì affermazioni di carattere apertamente eretico, presentate in un quadro di normalità istituzionale.
Il problema non è solo che esistano correnti di pensiero eterodosse in ambienti ecclesiali —ciò è sempre accaduto— ma che un processo ufficiale diocesano le raccolga, le ordini, le includa e le proietti come elementi discutibili all’interno di una dinamica pastorale.
Eresie presentate come “peculiarità”

La gravità della questione aumenta quando si analizza il contenuto concreto di quelle proposte. Il documento non le presenta come errori dottrinali da correggere né come impostazioni estranee alla fede cattolica, ma come una sorta di contributi accattivanti che rimangono integrati nel quadro generale di lavoro. E lo fa con un linguaggio che funge da anestesia: chiamarle “peculiari” equivale a sminuire la loro gravità, a suggerire che siano semplici opinioni in un ventaglio plurale, e non affermazioni radicalmente incompatibili con il deposito della fede.
Proposte “peculiari”.
– Crediamo che l’imposizione del celibato ai sacerdoti (e alle future donne sacerdoti) sia una legge ingiusta e antievangelica che produce vittime e contribuisce a un clericalismo dominante che produce disuguaglianza nella comunità. (MOCEOP (Movimento Pro Celibato Opzionale)
– la possibilità del celibato opzionale, non inteso come sottrazione di attenzione o energia al servizio sacerdotale ma, per chi si sente chiamato, come una forma di stimolo e propulsione (Comunità di laici Kédate)
– Crediamo che il celibato libero possa aiutare il sacerdote a stare più vicino alle realtà sociali. Piantare la possibilità di un sacerdozio temporaneo, non per tutta la vita. Sia i laici che i religiosi passano per diverse tappe vitali. (I gruppi cattolici Loyola)
“Future donne sacerdoti”: rottura dottrinale normalizzata
La mera inclusione dell’espressione “future donne sacerdoti” non è un aneddoto né una provocazione retorica. Implica introdurre come orizzonte “possibile” una pretesa incompatibile con la dottrina cattolica sul sacramento dell’Ordine. Ancora di più: non si formula come domanda o come discussione teologica, ma come un futuro atteso, come evoluzione naturale. Questo non è una “peculiarità”: è un’eresia presentata sotto un quadro di apparente normalità.
Quando una diocesi permette che una formulazione del genere circoli in un documento ufficiale di lavoro, il danno è doppio: per il contenuto e per il messaggio implicito. Si sposta il terreno: ciò che era inaccettabile passa a essere “discutibile”; ciò che era errore dottrinale passa a essere “contributo”; e ciò che doveva essere corretto appare come una sensibilità in più.
“Sacerdozio temporaneo”: l’Ordine convertito in tappa vitale
Non meno grave è la proposta di un “sacerdozio temporaneo, non per tutta la vita”. Questa frase attacca il nucleo del sacerdozio cattolico, che non è un incarico provvisorio né una funzione soggetta a cicli biografici, ma un sacramento con carattere definitivo. Proporlo come temporaneo implica svuotarlo della sua natura, ridurlo a un ruolo reversibile e adattare il ministero ordinato alla mentalità contemporanea del “tutto è rivisibile”.
Nella pratica, questa idea spinge a una concezione funzionalista del ministero: il sacerdote non sarebbe più “sacerdote” per un dono sacramentale stabile, ma “ministro” per una tappa. La conseguenza è una deformazione del sacerdozio e, con esso, della vita sacramentale ed ecclesiale che da quel sacerdozio dipende.
L’effetto pastorale: la dottrina degradata a opinione
Il risultato di includere queste affermazioni in un quadro istituzionale è devastante. Perché non solo si imbiancano idee eretiche, ma si altera il quadro mentale di chi partecipa: ciò che appare nel documento ufficiale si intende come legittimo, come parte del cammino, come materiale su cui “discernere”. E così, la fede smette di essere il criterio per diventare un elemento in più della conversazione.
Una diocesi può e deve ascoltare il suo popolo, accogliere inquietudini, accompagnare debolezze, migliorare le sue strutture e purificare le sue dinamiche. Ma non può —senza deformarsi— convertire in materia di dibattito pastorale ciò che nega elementi essenziali del sacerdozio cattolico. In un processo presentato come discernimento comunitario, la fede non può essere ridotta a “proposta”. La dottrina non può diventare materiale opinabile. E l’eresia non può entrare dalla porta di dietro come “peculiarità”.
La posizione dell’Arcidiocesi
Dopo la consultazione realizzata da infovaticana, l’Arcidiocesi di Madrid ha risposto affermando che, “in nome della trasparenza”, si è ritenuto opportuno raccogliere tutti i contributi ricevuti, sebbene ciò “non implichi che saranno oggetto di dibattito”, e sottolineando che “precisamente le questioni” relative al sacerdozio temporaneo o all’ordinazione delle donne “non sono previste per il loro trattamento”. La diocesi aggiunge inoltre che non si tratta di proposte formulate dalla stessa Arcidiocesi, ma di una sintesi elaborata a partire da “più di 800 fogli” di contributi provenienti da parrocchie, arcipretati, vita consacrata e altre “realtà ecclesiali non formalizzate”, insistendo sul fatto che detti contributi sono stati “ascoltati e raccolti con rispetto”, ma che alcuni, per coerenza con i criteri stabiliti fin dall’inizio, non saranno affrontati perché Convivium “non è” un processo per discutere questioni dottrinali.
Madrid non deve importare la sceneggiatura tedesca
Il grande pericolo di questi processi non è solo ciò che si dice, ma il metodo con cui si inocula: prima si introduce un quadro amabile (“ascolto”, “conversazione”, “accoglienza”); poi si fanno scivolare proposte incompatibili con la fede; e infine si tenta di presentare la rottura come “evoluzione pastorale” perché “è emersa dal processo”. È la sceneggiatura che abbiamo visto dispiegarsi in Germania, ed è la sceneggiatura che ora affiora a Madrid.
La Chiesa non “discerna” su ciò che ha già ricevuto come deposito della fede. Discernere non è sottomettere la dottrina a un dibattito sociologico, né convertire la sacramentalità in materia di laboratorio. Se l’Arcidiocesi di Madrid desidera un’autentica rinnovazione pastorale, il primo atto di carità —e di responsabilità— è non confondere i fedeli e non abituare la diocesi a trattare l’eresia come se fosse una mera stravaganza. Chiamare “peculiare” l’eretico non è neutralità: è normalizzazione. E la normalizzazione dell’eresia finisce sempre per presentare il conto.
