La fede della Chiesa non nasce da decreti, né si sostiene con piani o strategie pastorali, né si impone per consenso amministrativo. E quella fede – lex credendi – si esprime nella lex orandi. Perché la legge della preghiera non è un regolamento mutevole, ma l’espressione organica, storica e spirituale della fede vissuta della Chiesa lungo i secoli. Per questo, ogni affermazione sulla liturgia che si presenti come definitiva, totalizzante o esclusiva deve essere esaminata con particolare cura. Non basta invocare l’autorità, né persino l’intenzione pastorale; è necessario rispettare la natura stessa di ciò di cui si parla. La liturgia appartiene al cuore credente della Chiesa prima che al suo apparato normativo. Conviene ricordarlo in questi giorni, quando ci si dice che voci autorizzate – in principio – pretendono di identificare l’unità liturgica con l’universalizzazione esclusiva di una forma rituale concreta, sorta in un momento molto recente della storia ecclesiale, e presentata —con audacia sorprendente— come se fosse la misura ultima della Tradizione.
Si dirà che non si nega il passato, che semplicemente si “orienta” il presente; che non si condanna esplicitamente ciò che è anteriore, ma lo si tollera in modo transitorio. Ma la storia della Chiesa insegna che ciò che si relega sistematicamente finisce per essere desaccreditato nella pratica, anche se si salva nel linguaggio.
La Chiesa non ha mai conosciuto una lex orandi nata per generazione spontanea: mai la preghiera comune del Popolo di Dio è sgorgata come un prodotto di laboratorio pastorale, né è stata il risultato di una volontà di rottura, né ha dovuto giustificarsi di fronte a ciò che essa stessa è stata per secoli. La liturgia autentica non appare come soluzione a un problema, ma come continuità di una vita.
La liturgia romana tradizionale —la Messa celebrata da santi, martiri, dottori, missionari e popoli interi per secoli— non è un pezzo archeologico né un’opzione estetica né un sospiro nostalgico. È un fatto teologico, un rito che è cresciuto sereno, lentamente, per decantazione, per fedeltà, per venerazione, sotto la custodia della Chiesa e non sotto l’arbitrio di un’epoca concreta. Essa ha espresso in modo stabile la fede cattolica nel Sacrificio, nel sacerdozio ministeriale, nella Presenza reale, nell’adorazione, nella trascendenza del Mistero.
Ridurre questa realtà a una mera “sensibilità” o a un “gusto” particolare —come a volte si suggerisce con ignorante e, quindi, insolente leggerezza— equivale a ignorare ciò che la liturgia è: teologia in atto, dottrina pregata, fede inginocchiata.
Questo è ciò che significa, in senso proprio e forte, lex orandi: non una forma tra altre intercambiabili, ma una norma spirituale che ha modellato la lex credendi per secoli. Pretendere che quella normatività si esaurisca d’un tratto in una forma concreta recente, per legittima che sia, suppone una ridefinizione silenziosa del concetto stesso di Tradizione.
Non si tratta di negare che il Messale promulgato da san Paolo VI sia legittimo. Lo è, e la Chiesa lo celebra, validamente e lodevolmente. Ma una cosa è la legittimità giuridica, e un’altra molto diversa la pretesa di esclusività teologica e di certificato di filiazione ecclesiale. Identificare senz’altro la lex orandi della Chiesa con un messale elaborato appena qualche decennio fa —per venerabile che sia il suo promulgatore; in ogni caso, non più di San Pio V— è una riduzione storica e teologica difficile da sostenere. Quando si afferma che solo una forma garantisce l’unità, si sta dicendo implicitamente che tutte le altre la mettono in pericolo. E quell’affermazione, anche se non formulata così, ha dolorose e ingiuste conseguenze ecclesiali. La Chiesa non progredisce negando ciò che è stata, ma assumendolo, purificandolo quando è necessario, e conservandolo quando ha dimostrato di essere veicolo portatore di fede. Il criterio non è la novità, ma la fecondità spirituale provata dal tempo.
Per secoli, la Chiesa ha convissuto con una pluralità armonica di riti e usi: romano, ambrosiano, mozarabico, certosino, domenicano…, senza contare la variegata manifestazione orientale. Nessuno intendeva quella diversità come una minaccia all’unità; al contrario: era la prova di un’unità più profonda, non amministrativa o decretale, ma dottrinale e sacramentale.
Risulta difficile comprendere perché ciò che per più di un millennio non ha danneggiato la comunione ma l’ha fomentata, e in che modo, dovrebbe farlo ora, salvo che si sia adottata una concezione nuova —e non sempre esplicitata— di ciò che significa “unità”. Perché l’attuale linguaggio sinodalista – e non sinodale – intricato in mille giri dialettici, non sembra, almeno fino al momento, capace di esprimere un’unità che nemmeno dà l’impressione di produrre.
Risulta llamativo che oggi si invochi l’“unità liturgica” proprio per fare ciò che la Chiesa non ha mai fatto: sopprimere di fatto un rito venerato solo per il fatto di essere antico, mentre si assolutizza un altro solo per il fatto di essere recente. L’ironia storica si smaschera da sola, tanto più quando si fa appello costante alla Tradizione per giustificare decisioni che, nella pratica, operano come una rottura funzionale con essa. Non è una contraddizione minore, ma oltremodo notoria, tutte le volte che si ricorre —con pasmosa elasticità ermeneutica— a parole sagge pronunciate saggiamente per proteggere la continuità, non per amputarla.
Invocare la continuità mentre si restringe ciò che la garantisce è un uso dell’argomento che alcuni qualificherebbero di tortuoso e noi ci accontentiamo di chiamare selettivo.
Amare e rivendicare la Messa tradizionale non è mettere in discussione il Concilio Vaticano II né negare l’autorità della Chiesa né essere cattolici ribelli. È, semplicemente, usare della sindéresi per recusare che la Tradizione cominci nel 1965. È ricordare che la Chiesa non può desaccreditare la propria preghiera multisecolare senza impoverirsi gravemente a sé stessa.
La Chiesa può regolare, ordinare, persino riformare; ciò che non può fare senza danneggiarsi è trattare la propria eredità liturgica come una problematica e vitanda escrescenza.
La vera pace liturgica —così prudente, serena, umile e dottamente reclamata e lavorata da Benedetto XVI— non consiste nell’imporre silenzi né nel creare vincitori e vinti, ma nel riconoscere che ciò che è stato sacro per le generazioni precedenti continua a esserlo oggi. E questo non è un’affermazione sentimentale, ma una tesi profondamente ecclesiologicale, figlia del sensus communis, anche se alcuni si ostinano a coprire il sole con un dito… capovolto, come nel circo romano.
Quando si presenta la pace liturgica come un’anomalia da eradicare, si sta dicendo implicitamente che la coesistenza delle forme ordinaria ed straordinaria del rito romano è un errore. E quella lettura contraddice i frutti visibili che tale convivenza produce nella vita reale della Chiesa.
L’unità autentica non nasce dall’uniformità forzata, ma dalla comunione nella fede ricevuta, una comunione che non ha bisogno di amputare la propria memoria per sentirsi sicura. Chi teme che la Messa tradizionale frantumi la Chiesa sembra non accorgersi che ciò che realmente ferisce la comunione è la sensazione —sempre più diffusa— che la Chiesa diffidi del proprio passato, o lo tolleri solo come una concessione scomoda. La fede non si trasmette così. Né la liturgia. Perché quando l’antico si permette solo sotto sospetto, smette di essere tradizione per diventare eccezione vigilata.
Difendere la Messa di tutti i santi e di tutti i secoli non è guardare indietro con nostalgia, ma preservare le radici che sostengono l’albero. La lex orandi della Chiesa non si decreta: si riceve, si custodisce e si trasmette. E quando questo si fa con umiltà, l’unità smette di essere un mantra, come si dice ora, per tornare a essere ciò che è sempre stata: frutto della verità condivisa, celebrata e adorata.
Per non confondere la fede con la cronologia, conviene aggiungere una precisazione che raramente si formula esplicitamente, ma che sottende non pochi discorsi odierni: non tutto ciò che è universale nel suo uso lo è nel suo alcance teologico. L’universalità amministrativa non equivale, senz’altro, all’universalità tradizionale. La Chiesa ha conosciuto decisioni universalmente obbligatorie che sono state, tuttavia, provvisorie nella lunga storia della fede. Confondere entrambi i piani è un errore metodologico grave, anche se sembra – solo sembra – pastoralmente efficace.
Quando si afferma che una determinata forma liturgica è l’unica espressione del rito romano, non si sta descrivendo un fatto storico, ma postulando una tesi nuova. E come ogni tesi nuova, dovrebbe almeno riconoscere che lo è. Presentarla come continuità ovvia è una forma di eludere il dibattito. Parlare di “unica espressione” ha, inoltre, un effetto collaterale tutt’altro che innocente: trasforma retrospettivamente tutta la storia anteriore in preistoria. Se solo una forma è pienamente espressiva, le altre passano a essere, nel migliore dei casi, tappe superate; nel peggiore, ostacoli tollerati. E la Chiesa non ha mai parlato così della propria preghiera. Qui c’è una contraddizione interna: si invoca la Tradizione per giustificare un’interpretazione che riduce la Tradizione a un punto concreto del tempo. È una Tradizione curiosamente breve, molto intensa in autorità, ma sorprendentemente corta in memoria.
Anche conviene precisare cosa si intende per “divisione”. Perché se si considera tale il fatto che fedeli cattolici, in piena comunione dottrinale e gerarchica, celebrino secondo una forma liturgica venerabile e giuridicamente riconosciuta, allora bisognerebbe ammettere che la Chiesa è stata “divisa” per secoli. Il che è una conclusione difficile da assumere senza riscrivere tutta l’ecclesiologia precedente. La divisione reale non nasce dalla coesistenza, ma dalla delegittimazione simbolica. Quando una forma liturgica si permette solo sotto sospetto, sotto vigilanza, sotto narrazione di eccezionalità, il problema non è più liturgico: è ecclesiale.
C’è, in fine, una paradosso pastorale che raramente si menziona:
si accusa la liturgia tradizionale di essere “identitaria”, mentre la si combatte precisamente per ragioni identitarie. Non perché sia eterodossa, né infruttuosa, ma perché non si adatta a un determinato racconto di Chiesa. E quando la liturgia si valuta per la sua adeguazione a un racconto, smette di essere liturgia – opus Dei – per diventare opus humanum, strumento, per non dire arma arrojadiza.
Averare apoditticamente che una forma liturgica recente è necessaria per l’unità equivale ad affermare tacitamente che la Chiesa non ha avuto per secoli una forma adeguata di esprimere quell’unità. Questa tesi non si suole formulare così, ma è la sua conseguenza logica.
Dall’altro lato, risulta simpatica la moralizzante apelación a un’“obbedienza” più perinde ac cadaver che quella delle costituzioni della minima Compagnia, perché qui non è in questione l’obbedienza all’autorità legittima, ma la natura dell’oggetto a cui prestare l’assenso dell’intelligenza e della volontà. Ma il caso è che l’obbedienza non converte il contingente in costitutivo, né il recente in normativo per essenza. Obbedire non è ridefinire la Tradizione; è riceverla con umiltà, in obœdientia fidei.
Non si protegge l’unità impoverendo la lex orandi. Non si onora il Concilio convertendolo nel buque insignia di una liturgia che non ha mai celebrato e opponendolo così implicitamente ai santi che hanno pregato prima di esso, nella Messa di tutti i secoli. Che non è un conflitto da eliminare, ma un problema falso e, quindi, generato artificialmente, persino a base di sondaggi e statistiche che non resistono un tête à tête con l’aritmetica. Salvo che tutto questo non sia altro che prodotto dell’incomparabilmente sarcastico british humour…
