Il passo indietro di Diddi e la prova decisiva per la giustizia vaticana

Il passo indietro di Diddi e la prova decisiva per la giustizia vaticana

La decisione della Corte di Cassazione dello Stato della Città del Vaticano, resa pubblica il 12 gennaio, segna un punto di svolta nel processo del cosiddetto caso Becciu. Non tanto per il suo contenuto tecnico —due ordinanze che confermano l’inammissibilità del ricorso del Promotore di Giustizia e prendono atto della sua astensione— quanto per ciò che implica in termini istituzionali: l’uscita di scena di Alessandro Diddi e la possibilità reale che l’appello proceda senza le ombre che hanno appesantito il processo fin dall’origine.

La Sala Stampa della Santa Sede si è limitata, come di consueto, a comunicare i fatti: l’astensione del Promotore di Giustizia in uno dei procedimenti e la conferma, nell’altro, che il suo appello era giuridicamente inammissibile. È stata anche annunciata la data della prossima udienza della Corte d’Appello, fissata per il 3 febbraio. Ma dietro questa sobrietà comunicativa si nasconde una decisione di enorme portata.

Il ritiro di Diddi: un gesto obbligato

Come ha riferito Il Messaggero, Alessandro Diddi ha fatto un passo indietro. Non per una questione minore, ma per evitare che il processo collassi sotto il peso delle ricusazioni, sospetti e tensioni accumulate. La sua astensione nel procedimento relativo al Palazzo di Londra comporta, di fatto, la sua uscita definitiva dal caso più controverso della giustizia vaticana recente.

Le difese del cardinale Angelo Becciu e di altri imputati avevano formalmente proposto la ricusazione del Promotore di Giustizia, alegando un interesse personale nel procedimento. Il nucleo dell’accusa era grave: contatti impropri e una rete di relazioni che avrebbero influenzato la costruzione dell’accusa, specialmente attraverso il memoriale di monsignor Alberto Perlasca, principale accusatore del cardinale Becciu.

La Corte d’Appello ha ritenuto ammissibile quella ricusazione. La Cassazione, prendendo atto dell’astensione di Diddi, ha evitato una collisione istituzionale dalle conseguenze imprevedibili. Il messaggio implicito è chiaro: il processo non poteva proseguire con il Promotore sotto sospetto.

Un processo carico di anomalie

Il caso del Palazzo di Londra è nato da un’operazione finanziaria opaca della Segreteria di Stato per acquisire un immobile di lusso in Sloane Avenue. Da lì, il procedimento si è trasformato in un labirinto di accuse per frode, riciclaggio, abuso di potere, peculato ed estorsione, con nove condannati in primo grado, tra cui un cardinale della Chiesa che ha sempre proclamato la sua innocenza.

Durante il processo sono emersi elementi inquietanti: testimonianze contraddittorie, ipotesi di registrazioni illegali sul suolo italiano, l’intervento di personaggi che agivano dietro le quinte e il sospetto persistente che l’istruzione fosse stata guidata più da obiettivi politici che da una rigorosa ricerca della verità.

Tutto ciò è stato aggravato dagli interventi diretti del pontificato precedente, che ha modificato le regole del processo mediante rescritti, a detrimento delle garanzie della difesa. Quella eredità pesa oggi sulla giustizia vaticana.

La Cassazione come test del nuovo pontificato

Per questo la decisione della Corte di Cassazione —composta da cardinali— è stata percepita dentro e fuori la Chiesa come una prova decisiva del nuovo corso sotto Leone XIV. Non si tratta solo di un adempimento giuridico: in gioco c’è la credibilità del sistema giudiziario del Vaticano.

Il Papa ha chiarito in più di un’occasione che non interverrà nel processo. Quella non ingerenza contrasta con il passato recente e pone la responsabilità direttamente nei tribunali. Il ritiro di Diddi permette che l’appello si celebri senza l’elemento più controverso del procedimento e apre la possibilità di una revisione reale, non condizionata.

Non è un’assoluzione, è un’opportunità

Conviene sottolinearlo con chiarezza: nulla di quanto accaduto implica assoluzioni né revisioni automatiche delle condanne. Ciò che si è ottenuto è qualcosa di precedente e fondamentale: ripristinare un minimo di ordine processuale affinché l’appello possa celebrarsi con garanzie.

Alcuni avvocati difensori hanno qualificato l’astensione di Diddi come una decisione “saggia”, nella misura in cui conferma la legittimità delle obiezioni sollevate e permette di chiudere una fase segnata dall’opacità. Se quella pagina si chiuderà definitivamente dipenderà da ciò che accadrà d’ora in poi.

Giudicare dai frutti

Il caso Becciu si è trasformato, voglia o no la Santa Sede, nel simbolo di una questione più ampia: se il Vaticano sia capace di amministrare giustizia con trasparenza, coerenza e rispetto dei diritti fondamentali, anche quando gli accusati fanno parte della gerarchia.

La decisione della Cassazione e l’uscita di Diddi non risolvono il problema, ma eliminano un ostacolo maggiore. Ora la responsabilità ricade pienamente sulla Corte d’Appello. I frutti di questo nuovo tratto del processo diranno se siamo di fronte a un vero cambio di rotta o a una correzione minima per evitare un discredito maggiore.

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