L’nomimento della «prefetta» del Dicastero per i religiosi, suor Simona Brambilla, prima segretaria dello stesso Dicastero, ha messo in evidenza un problema teologico e canonico che non è di poca entità. La promozione inaspettata, realizzata in modo sorprendente dal defunto predecessore di papa Leone, crea per quest’ultimo una situazione imbarazzante che, tuttavia, dovrà risolvere presto.
La causa dell’nomimento lampo dell’attuale prefetta potrebbe risiedere in una certa forma di femminismo pseudoteologico e politicamente corretto, che si vanta di promuovere la donna al pari che pretende di frenare il progresso del dogma mariano affinché la gloria di Gesù non sia oscurata da… ¡una donna!
La questione, ora, è che papa Prevost si trova con una vera «patata calda» difficile da pelare. Ci sia permesso offrire alcuni punti di riflessione al fine di comprendere l’impiccio ereditato, poiché, in realtà, la figura della «prefetta» (così firma lei con relativa frequenza) non aggrada né a greci né a troiani.
È stato sorprendente trovare sul blog di Bose un articolo del teologo ultraprogredista Andrea Grillo che protesta contro l’nomimento della sorella Brambilla. ¿Il motivo? Sostenitore entusiasta dell’«episcopalismo» cattolico postconciliare, Andrea Grillo dice che concedere poteri di giurisdizione vicari a una donna significa tornare al feudalesimo tridentino, un attentato contro l’ecclesiologia del Vaticano II basata sulla sacramentalità dell’ordine. Se l’episcopato è, come dice il Concilio, la pienezza del sacerdozio e unico fondamento della gerarchia di servizio (egualitaria nell’immaginazione di Grillo), ¿che senso ha ancora pretendere di delegare poteri giurisdizionali a chi non è nemmeno capace di ricevere il diaconato? In conclusione, fare di Brambilla prefetta è una misura impropria e retrò per i progressisti convinti.
In senso opposto, troviamo i difensori dell’unicità della potestas sacra, che dicono, non senza una certa coerenza, che, così come il sacramento dell’ordine è uno, la potestas sacra è una, sebbene si distingua tra potestà di governo e di ordine, propria o vicaria. Per suffragare la loro tesi, questi studiosi citano il Codice di Diritto Canonico attuale nel suo c. 274 § 1, che restringe ai soli chierici l’ottenimento di uffici per il cui esercizio si richieda la potestà di ordine o la potestà di regime ecclesiastico. Argomentano, inoltre, che questo canone segue la linea teologica del Concilio Vaticano II in Lumen gentium n. 21 e nella sua nota esplicativa previa n. 2. Essi sostengono che il citato canone è stato abrogato o minato dalla Prædicate evangelium, nuova cornice legale per la curia romana, approvata da Francesco nel 2022.
Infine, troviamo i moderati, che dicono di essere maggioranza, responsabili del fatto che la menzionata Prædicate evangelium mantenesse un difficile equilibrio nella vexata quæstio. Per questi, il papa può delegare i suoi poteri giurisdizionali persino ai laici, ma per ambiti di governo strettamente laicali; per esempio, l’area di amministrazione gestita dalla Governatoria dello Stato della Città del Vaticano. Già per intervenire in questioni relative al sacramento dell’ordine, è necessario che colui al quale si delega sia a sua volta ordinato.
È in coerenza con questa visualizzazione, assunta dalla Prædicate evangelium, che, al vertice del Dicastero per i religiosi, si è nominato una «prefetta» religiosa e un «pro-prefetto» cardinale (per assicurare la legittimità della delegazione papale per le questioni relative al sacramento dell’ordine), ai quali aiuta la «segretaria», anch’essa consacrata. Ecco il «Dicastero hamburger», come lo chiamano gli amici del cardinale Artime —pro-prefetto in mezzo a due donne— quando scherzano fraternamente con lui.
Ma ¿cosa pensano i moderati di Brambilla? Neppure a loro aggrada la figura ingombrante di «prefetta». Assicurano di stare aspettando una firma del papa per mettere a posto questo dicastero e sciogliere il complesso nodo lasciato da Francesco. La ragione è semplice: ¿che senso ha mettere al vertice di un dicastero qualcuno competente solo per metà per esercitare il cargo? Tanto più quando il pro-prefetto potrebbe farlo integralmente, grazie al sacramento dell’ordine ricevuto. È come se si mettesse a pilotare un aereo un appassionato senza titolo di pilota, ma con certe nozioni di aviazione, capace appena di decollare ma non di atterrare, sebbene, questo sì, al suo fianco si mettesse un pro-pilota per evitare che l’aeromobile si schiantasse al primo tentativo. ¿Chi si imbarcherebbe su quell’aereo?
Il caso Simona Brambilla si trova in una disgiuntiva cruciale. La sua unica difesa, a destra e a sinistra, è il politicamente corretto, poiché, trattandosi di una donna promossa, sarebbe impopolare farla scendere dal podio. Ma questo, ¿fino a quando le varrà? Tanto più quanto che il papa ha sulla sua scrivania prove del femminismo, sempre inopportuno, della sorella-prefetta, nonché dati chiari della sua orientazione ideologica, implacabile in relazione a tutto ciò che non sia l’avanguardia della rivoluzione.
Un ultimo dettaglio sulla «buona» Simona: ¿chi si dimenticherà di lei e della sua segretaria negli spettacoli organizzati dal Dicastero per il giubileo dei religiosi l’anno scorso? Nelle zone più povere di Roma, in due palchi distinti, con sciarpe palestinesi e bandiere del pride LGTBI+, al suono di bande rock e una nutrita presenza sindacale, eccoci lì con la «prefetta» e la «segretaria», con tutto il loro glamour reazionario, ad animare incontri egualitari e rivendicativi a favore degli ultimi… ¿Sarà stato qualcosa di profetico? ¿Tornerà Brambilla alle periferie esistenziali?
