Leone XIV chiede ai cardinali un discernimento senza agende nel Consistorio

Leone XIV chiede ai cardinali un discernimento senza agende nel Consistorio
Foto: Vatican Media

Nella mattina di questo 8 gennaio, il Papa Leone XIV ha presieduto la Santa Messa nella Basilica Vaticana con i cardinali riuniti in Consistoro Straordinario, nell’ambito dei lavori convocati per la riflessione e il discernimento su questioni rilevanti per la vita della Chiesa. Durante la celebrazione eucaristica, il Pontefice ha pronunciato un’omelia in cui ha sottolineato il senso spirituale del consistoro come tempo di ascolto, preghiera e comunione.

Nella sua riflessione, Leone XIV ha insistito sulla necessità di un discernimento ecclesiale libero da agende personali o di gruppo, ricordando che il Collegio Cardinalizio non è chiamato a funzionare come un organo tecnico, ma come una comunità di fede al servizio del Popolo di Dio. Il Papa ha situato l’Eucaristia come il luogo proprio da cui orientare i lavori del consistoro, ponendo al centro la carità, la comunione e la responsabilità condivisa con il Successore di Pietro.

Pubblichiamo di seguito l’omelia completa di Leone XIV: 

«Cari miei, amiamoci gli uni gli altri, perché l’amore viene da Dio» (1 Gv 4,7). La liturgia ci propone questa esortazione mentre celebriamo il consistoro straordinario, un momento di grazia in cui esprimiamo la nostra unione al servizio della Chiesa.

Come sappiamo, la parola Consistorio, Consistorium, «assemblea», può essere letta alla luce della radice del verbo consistere, cioè «fermarsi». In effetti, tutti noi ci siamo «fermati» per essere qui; abbiamo sospeso per un tempo le nostre attività e rinunciato a impegni anche importanti, per riunirci e discernere insieme ciò che il Signore ci chiede per il bene del suo Popolo. Questo in sé è un gesto molto significativo, profetico, specialmente nel contesto della società frenetica in cui viviamo. Di fatto, ricorda l’importanza, in ogni tratto della vita, di fermarsi per pregare, ascoltare, riflettere e così rimettere a fuoco sempre meglio lo sguardo sulla meta, dirigendo verso di essa tutti gli sforzi e le risorse, per non correre il rischio di correre alla cieca o di dare colpi nell’aria, come avverte l’apostolo Paolo (cfr. 1 Cor 9,26). Di fatto, non siamo qui per promuovere «agende» —personali o di gruppo—, ma per affidare i nostri progetti e ispirazioni allo scrutinio di un discernimento che ci supera «come il cielo si erge al di sopra della terra» (Is 55,9) e che solo può venire dal Signore.

Per questo è importante che ora, nell’Eucaristia, poniamo tutti i nostri desideri e pensieri sull’altare, insieme al dono della nostra vita, offrendoli al Padre in unione con il sacrificio di Cristo, per ritrovarli purificati, illuminati, fusi e trasformati, per grazia, in un unico pane. Solo così, di fatto, sapremo davvero ascoltare la sua voce, accogliendola nel dono che siamo gli uni per gli altri, che è il motivo per cui ci siamo riuniti.

Il nostro Collegio, pur ricco di molte capacità e doni notevoli, non è chiamato a essere, in primo luogo, un team di esperti, ma una comunità di fede, in cui i doni che ciascuno porta, offerti al Signore e restituiti da Lui, producano il massimo frutto, secondo la sua Provvidenza.

Alla fine, l’amore di Dio, di cui siamo discepoli e apostoli, è amore «trinitario», «relazionale», fonte di quella spiritualità di comunione di cui la Sposa di Cristo vive e vuole essere casa e scuola (cfr. Lettera ap. Novo millennio ineunte, 43). San Giovanni Paolo II, desiderandone la crescita all’inizio del terzo millennio, la definì come «uno sguardo del cuore soprattutto verso il mistero della Trinità che abita in noi, e la cui luce va riconosciuta anche sul volto dei fratelli che sono al nostro fianco» (ib.).

Il nostro «fermarsi», dunque, è anzitutto un grande atto d’amore —a Dio, alla Chiesa e agli uomini e alle donne di tutto il mondo— con cui lasciarci modellare dallo Spirito, prima nella preghiera e nel silenzio, ma anche guardandoci negli occhi, ascoltandoci a vicenda e facendoci voce, attraverso la condivisione, di tutti coloro che il Signore ha affidato alla nostra cura come pastori, nelle più diverse parti del mondo. Un atto da vivere con cuore umile e generoso, consapevoli che è per grazia che siamo qui e non c’è nulla di ciò che abbiamo che non abbiamo ricevuto come dono e talento che non va sprecato, ma impiegato con prudenza e coraggio (cfr. Mt 25,14-30).

San Leone Magno insegnava che «è cosa grande e preziosissima agli occhi del Signore quando tutto il popolo di Cristo si dedica congiuntamente agli stessi doveri, e tutti i gradi e tutti gli ordini […] collaborano con un unico spirito […]. Allora — diceva— si nutrono gli affamati, si vestono i nudi, si visitano i malati, e nessuno cerca i propri interessi, ma quelli degli altri» (Omelia 88,4). Questo è lo spirito con cui vogliamo lavorare insieme: quello di coloro che desiderano che, nel Corpo mistico di Cristo, ogni membro cooperi ordinatamente al bene di tutti (cfr. Ef 4,11-13), svolgendo con dignità e pienezza il suo ministero sotto la guida dello Spirito, felice di offrire e vedere maturare i frutti del suo lavoro, così come di ricevere e vedere crescere quelli dell’attività degli altri (cfr. S. Leone Magno, Omelia, 88,5).

Da duemila anni, la Chiesa incarna questo mistero nella sua bellezza multiforme (cfr. Francesco, Lettera enc. Fratelli tutti, 280). Questa stessa assemblea ne è testimonianza, nella varietà di provenienze ed età e nell’unità di grazia e fede che ci riunisce e ci fa fratelli.

Certo, anche noi, di fronte alla «folla immensa» di un’umanità affamata di bene e di pace, in un mondo in cui sazietà e fame, abbondanza e miseria, lotta per la sopravvivenza e vuoto esistenziale disperato continuano a dividere e ferire le persone, le nazioni e le comunità, di fronte alle parole del Maestro: «Date voi stessi da mangiare loro» (Mc 6,37), possiamo sentirci come i discepoli: inadeguati e senza mezzi. Tuttavia, Gesù ci ripete: «Quanti pani avete? Andate a vedere» (Mc 6,38), e questo lo possiamo fare insieme. Di fatto, non sempre riusciremo a trovare soluzioni immediate ai problemi che dobbiamo affrontare. Tuttavia, sempre, in qualsiasi luogo e circostanza, potremo aiutarci a vicenda —e in particolare aiutare il Papa— a trovare i «cinque pani e i due pesci» che la Provvidenza non fa mai mancare quando i suoi figli chiedono aiuto; e accoglierli, consegnarli, riceverli e distribuirli, arricchiti con la benedizione di Dio, la fede e l’amore di tutti, affinché a nessuno manchi il necessario (cfr. Mc 6,42).

Cari fratelli, ciò che offrite alla Chiesa con il vostro servizio, a tutti i livelli, è qualcosa di grande e estremamente personale e profondo, unico per ciascuno e prezioso per tutti; e la responsabilità che condividete con il Successore di Pietro è grave e onerosa.

Per questo vi ringrazio di tutto cuore. Vorrei concludere affidando il nostro lavoro e la nostra missione al Signore con le parole di sant’Agostino: «Molte cose ci concedi quando preghiamo; ma quanto di bene abbiamo ricevuto prima di pregare, da te lo abbiamo ricevuto, e il fatto che dopo lo abbiamo conosciuto, da te lo abbiamo ricevuto anche […]. Ma ricordati, Signore, che siamo polvere e che dall’argilla hai fatto l’uomo» (Confessioni, 10, 31, 45). Per questo ti diciamo: «da ciò che comandi e comanda ciò che vuoi» (ib.).

Aiuta Infovaticana a continuare a informare