A tre anni dalla morte di Benedetto XVI, deceduto il 31 dicembre 2022, si delinea con maggiore chiarezza una percezione di santità che non risponde al rumore mediatico né a campagne affrettate, ma a una stima serena e profonda tra i fedeli. Lo afferma monsignor Georg Gänswein, attuale nunzio apostolico in Lituania, Estonia e Lettonia, e segretario personale di Joseph Ratzinger prima, durante e dopo il suo pontificato.
In dichiarazioni a La Nuova Bussola Quotidiana, Gänswein ricorda l’omaggio popolare multitudinario che ha accompagnato le esequie del Papa emerito, smentendo l’immagine di un pontefice freddo o distante. Quella affluenza massiccia di fedeli —sottolinea— è stata anche espressione di un sensus fidelium che cominciava a percepire ciò che definisce come “una santità senza clamori, ma dolce e discreta, come la sua personalità”.
Il tempo della Chiesa di fronte alla “cultura della fretta”
Interrogato su una eventuale causa di beatificazione, Gänswein sottolinea che la santità non può essere misurata con i criteri dell’attuale “civiltà della fretta”. A suo giudizio, parlare di rapidità in relazione alla santità è una contraddizione in termini, poiché l’urgenza è nemica della vera vita spirituale. La fama di santità —spiega— deve maturare con il tempo, lontana dalla logica della popolarità mondana.
In questo senso, ricorda che la Chiesa dispone dei suoi propri ritmi, lunghi salvo eccezioni giustificate, e che ciò che è decisivo non è accelerare i processi, ma permettere che emerga con chiarezza l’autenticità di una vita santa.
Testimonianze di grazie attribuite alla sua intercessione
L’antico segretario del Papa emerito conferma che, dal suo decesso, sono arrivati vari testimonianze di grazie attribuite all’intercessione di Benedetto XVI. Tra esse, menziona lettere che relatano guarigioni, aiuti ricevuti in situazioni personali gravi e ringraziamenti per preghiere esaudite, sebbene senza entrare in valutazioni ufficiali.
Un rapporto che continua nella comunione dei santi
Gänswein spiega anche come sia cambiato il suo rapporto personale con Benedetto XVI dopo la sua morte. Sebbene non esista più la vicinanza quotidiana, afferma che il legame permane, ora in una forma diversa, all’interno della comunione dei santi. La preghiera, la lettura delle sue omelie e lo studio dei suoi scritti mantengono viva quella relazione spirituale.
La santità come risposta radicale alla chiamata di Dio
Secondo Gänswein, Joseph Ratzinger non si è mai considerato un santo, ma ha vissuto con serietà la vocazione universale alla santità. Per lui —ricorda— la santità consisteva nel prendere sul serio la chiamata del Signore, essendo consapevole che i cammini per raggiungerla sono multipli e vari.
Evocando una nota affermazione di Ratzinger sui santi e la bellezza come la vera apologia del cristianesimo, il nunzio difende anche una dimensione “estetica” della santità, purché non si confonda con ciò che è superficiale. La bellezza esteriore, spiega, è frutto di una vita interiore nutrita dalla verità e dall’amore.
Infine, Gänswein avverte contro una lettura riduttiva di Benedetto XVI come mero intellettuale. Sebbene riconosca la sua finezza teologica, insiste sul fatto che quella dimensione non esaurisce la sua figura. Prima che l’intellettuale —conclude— devono essere evidenziate la sua fede profonda, la sua bontà, la sua mansuetudine e la sua sincerità umana.