Un commento captato da un microfono aperto, a malapena udibile, senza contesto verificabile e senza possibilità oggettiva di identificare i suoi destinatari, è bastato per scatenare una reazione fulminante contro Monseñor Marco Agostini, uno dei cerimoniere pontifici e, ad oggi, una delle figure più chiaramente identificate con la difesa della liturgia tradizionale all’interno del Vaticano. La frase —«culattomi tutti insieme» (i froci tutti insieme)— appare fugacemente in un off the record di un video istituzionale di Vatican News dell’incontro natalizio del Papa con cardinali e vescovi residenti a Roma. Nulla nell’audio permette di determinare con certezza a chi si riferisse, né siquiera se si trattasse di un’espressione diretta a un gruppo concreto e isolato o di un commento privato mal captato durante un momento di transizione organizzativa.
L’attribuzione del commento ad Agostini è stata anticipata da Silere non possum e, da quel momento, la macchina si è attivata con una rapidità tanto rivelatrice quanto inquietante. Non c’è stata una spiegazione ufficiale chiara, né una contestualizzazione serena dei fatti, né un’indagine trasparente che permetta di valutare la gravità reale dell’incidente. La sola esistenza di un audio sfocato è stata sufficiente per giustificare una reazione sproporzionata e automatica.
Un profilo scomodo nel momento sbagliato
Agostini non è un nome neutro all’interno del Vaticano. È noto per la sua vicinanza alla Messa tradizionale, per celebrare abitualmente secondo il rito romano antico nella cripta di San Pietro e per la sua presenza in ambiti inequivocabilmente associati al cattolicesimo liturgico classico, inclusa la peregrinazione tradizionale a Covadonga. Nel clima attuale, quella traiettoria non è un semplice tratto personale: è una posizione ecclesiale scomoda per alcuni. E quando il profilo risulta molesto, qualsiasi pretesto serve.
Il problema non è una frase. Il problema è chi la pronuncia.
Scandali reali, tolleranza prolungata
Il contrasto diventa scandaloso quando si osserva la gestione che il Vaticano ha dato, negli ultimi anni, a casi infinitamente più gravi. La storia recente della Curia romana è segnata da episodi documentati di chierici di alto livello coinvolti in condotte sessuali attive, doppie vite, consumo di droga, feste sessuali in dipendenze vaticane e persino sistemi di ricatto interno basati proprio su quelle condotte.
In molti di quei casi, la reazione istituzionale è stata lenta, opaca o direttamente inesistente. Trasferimenti discreti, silenzi amministrativi, appelli alla misericordia e all’accompagnamento pastorale. Nessuna fretta. Nessuna esemplarità immediata. Nessun microfono aperto convertito in causa di esecuzione sommaria.
Il caso Carlo Capella: misericordia senza sfumature
Il contrasto raggiunge il suo punto più doloroso con il caso di Carlo Capella, ex funzionario della Segreteria di Stato del Vaticano. Capella è stato perseguito dalla giustizia degli Stati Uniti per aver scaricato e condiviso pornografia infantile, fatti provati judicialmente e riconosciuti dalle autorità vaticane.
Ebbene, dopo aver scontato la sua condanna, Capella è stato riaccolto in strutture vaticane, risiedendo in una importante residenza ecclesiastica, in convivenza con altri chierici, e restituito in funzioni ufficiali interne. Tutto ciò in nome della misericordia, della riabilitazione e dell’accompagnamento.
Non si tratta qui di negare la possibilità del perdono cristiano. Si tratta di constatare un fatto scomodo: la misericordia istituzionale è stata applicata con una generosità estrema in un caso di delitti oggettivamente mostruosi, mentre si mostra inesistente di fronte a un commento verbale ambiguo, senza destinatario identificabile e senza conseguenze reali.
Il doppio standard come sistema
Il messaggio che si trasmette è devastante. Non tutte le mancanze pesano allo stesso modo. Non tutti i profili ricevono lo stesso trattamento. L’indulgenza sembra abbondare quando lo scandalo colpisce equilibri interni delicati o reti di potere consolidate. Ma scompare in modo fulminante quando il segnalato rappresenta una visione della Chiesa che alcuni desiderano eradicare.
In questo contesto, il “caso Agostini” smette di essere un episodio aneddotico per diventare un sintomo strutturale. La tradizione non si corregge: si punisce. E quando la decisione è presa, un audio mal captato, un microfono aperto e un’interpretazione interessata bastano per giustificare una caduta orchestrata attraverso mezzi concreti e da persone concrete.
