La polizia di Londra adotta misure di trasparenza contro i massoni

La polizia di Londra adotta misure di trasparenza contro i massoni

La decisione della Polizia Metropolitana di Londra di obbligare i suoi agenti a dichiarare la loro appartenenza a organizzazioni gerarchiche chiuse ha scatenato una reazione indignata della massoneria britannica, che si è rivolta ai tribunali per cercare di bloccare la misura. Tuttavia, lungi dall’essere una persecuzione ideologica, l’iniziativa della polizia risponde a vecchie lamentele interne, sospetti persistenti e alla necessità di ripristinare la fiducia pubblica.

La norma è stata promossa dal commissario capo Sir Mark Rowley come parte di un pacchetto di riforme destinate a rafforzare l’imparzialità del corpo dopo anni di crisi reputazionali, denunce interne e scandali che hanno deteriorato la credibilità dell’istituzione.

Una misura ragionevole di fronte a strutture di lealtà chiusa

La polizia londinese sostiene che il problema non sono le convinzioni personali degli agenti, ma l’appartenenza a organizzazioni che richiedono impegni interni di supporto reciproco, il che può generare conflitti di lealtà difficili da conciliare con il servizio pubblico, specialmente in un corpo che deve agire con neutralità e senza ombra di favoritismi.

Di fatto, la stessa istituzione afferma che due terzi degli agenti consultati sostengono la misura considerando che questo tipo di affiliazioni influenzano la percezione pubblica dell’imparzialità. In quel contesto, l’esigenza di dichiarare l’appartenenza si presenta come un’azione preventiva e di trasparenza, non come una sanzione.

Sospetti storici che giustificano il controllo

Le reticenze della polizia non sorgono dal nulla. Per decenni, la presenza della massoneria in determinati ambiti dello Stato britannico è stata circondata da accuse di favoritismo, insabbiamenti e protezione interna, specialmente in corpi come la polizia e, secondo varie denunce, anche in alcuni ambienti giudiziari.

La polizia riconosce di aver gestito per anni informazioni di intelligence su possibili cattive pratiche legate a relazioni forgiate in logge, sebbene ammetta che in molti casi non si è raggiunto il livello di prova richiesto dai tribunali. Tuttavia, il pattern di sospetto è stato ricorrente e ha alimentato l’esigenza sociale di controlli più rigorosi.

Un esempio particolarmente sensibile è stata l’indagine sull’omicidio dell’investigatore privato Daniel Morgan, in cui una commissione ufficiale ha rilevato una presenza significativa di massoni tra gli agenti rilevanti del caso e ha raccomandato di rafforzare i controlli, sebbene senza arrivare a dimostrare che fossero stati usati canali massonici per sabotare l’indagine.

La massoneria si presenta come “religione” per blindarsi

Di fronte alla nuova politica, l’organizzazione massonica ha optato per una strategia singolare: alegare che l’obbligo di dichiarare l’appartenenza costituisce “discriminazione religiosa”, affermando che per essere massone è necessario professare una fede e che, quindi, sarebbe protetta dalla tutela giuridica associata alla religione.

Da una prospettiva cattolica, questo argomento risulta particolarmente problematico. La Chiesa ha indicato in modo costante l’incompatibilità tra la fede cattolica e l’appartenenza a organizzazioni massoniche, tra altre ragioni per il suo sistema di giuramenti, la sua struttura iniziatica e l’ambiguità dottrinale che di solito caratterizza la massoneria. In questo caso, inoltre, l’appello a ciò che è “religioso” appare come un risorse difensiva di fronte a un’esigenza di trasparenza in un ambito così sensibile come quello poliziesco.

Trasparenza legittima di fronte a opacità organizzata

In piena crisi di fiducia istituzionale, esigere trasparenza da chi esercita l’autorità coercitiva dello Stato non è solo legittimo, ma necessario. La misura mira a evitare che esistano lealtà parallele o reti di influenza discrete all’interno di un corpo che deve garantire l’uguaglianza davanti alla legge e la neutralità nell’applicazione della giustizia.

Il tribunale deciderà ora se concedere una sospensione cautelare della politica. Ma il dibattito è già servito: quando un’organizzazione con struttura discreta resiste alla luce, la domanda non è perché viene sorvegliata, ma perché teme di essere dichiarata.

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