Lettera Apostolica In Unitate Fidei, il Credo come fondamento dell'unità

Lettera Apostolica In Unitate Fidei, il Credo come fondamento dell'unità

Il Papa Leone XIV ha pubblicato la Lettera Apostolica In Unitate Fidei in occasione del 1700º anniversario del Concilio di Nicea, invitando tutta la Chiesa a tornare al cuore del Credo: la confessione di Gesù Cristo, Figlio di Dio, vero Dio e vero uomo. Il testo si inquadra, inoltre, nell’Anno Santo dedicato a Cristo, “nostra speranza”, e nel suo Viaggio Apostolico in Turchia.

Lungo il documento, il Papa ripercorre il contesto storico del Concilio di Nicea, la lotta contro l’arianesimo, la formulazione del termine consubstanziale al Padre e l’importanza della divinizzazione dell’uomo, secondo la grande tradizione patristica. Allo stesso tempo, collega la fede nicena alle sfide attuali: la de-cristianizzazione, le guerre, le ingiustizie sociali e la necessità di una testimonianza coerente da parte dei cristiani.

Infine, Leone XIV sottolinea il valore ecumenico del Credo niceno-costantinopolitano, comune alle principali tradizioni cristiane, e chiama a un ecumenismo di riconciliazione e di futuro, sostenuto dalla preghiera allo Spirito Santo e orientato verso la piena unità visibile dei discepoli di Cristo. Di seguito, offriamo il testo integrale della Lettera Apostolica.

Lettera Apostolica “In Unitate Fidei” – Testo completo

LETTERA APOSTOLICA

IN UNITATE FIDEI

PER IL 1700º ANNIVERSARIO DEL CONCILIO DI NICEA

1. Nell’unità della fede, proclamata fin dalle origini della Chiesa, i cristiani sono chiamati a camminare concordi, custodendo e trasmettendo con amore e con gioia il dono ricevuto. Questo si esprime nelle parole del Credo: «Crediamo in Gesù Cristo, Figlio unigenito di Dio, che per la nostra salvezza discese dal cielo», formulate dal Concilio di Nicea, il primo evento ecumenico della storia del cristianesimo, 1700 anni fa.

Mentre mi accingo a compiere il Viaggio Apostolico in Turchia, con questa lettera desidero incoraggiare in tutta la Chiesa un rinnovato impulso nella professione della fede, la cui verità, che da secoli costituisce il patrimonio condiviso tra i cristiani, merita di essere confessata e approfondita in modo sempre nuovo e attuale. A tale riguardo, è stato approvato un ricco documento della Commissione Teologica Internazionale: Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore. Il 1700º anniversario del Concilio Ecumenico di Nicea. Ad esso rimando, perché offre utili prospettive per approfondire l’importanza e l’attualità non solo teologica ed ecclesiale, ma anche culturale e sociale del Concilio di Nicea.

2. «Inizio del Vangelo di Gesù Cristo, Figlio di Dio»: così san Marco intitola il suo Vangelo, riassumendo tutto il suo messaggio proprio nel segno della filiazione divina di Gesù Cristo. Allo stesso modo, l’apostolo Paolo sa di essere chiamato ad annunciare il Vangelo di Dio sul suo Figlio morto e risorto per noi (cfr. Rm 1,9), che è il “sì” definitivo di Dio alle promesse dei profeti (cfr. 2 Co 1,19-20). In Gesù Cristo, il Verbo che era Dio prima dei tempi e per mezzo del quale tutto è stato fatto —recita il prologo del Vangelo di san Giovanni—, «si fece carne e abitò in mezzo a noi» (Gv 1,14). In Lui, Dio si è fatto nostro prossimo, in modo che tutto ciò che facciamo a ciascuno dei nostri fratelli, a Lui lo facciamo (cfr. Mt 25,40).

In questo Anno Santo dedicato a Cristo, che è la nostra speranza, è una coincidenza provvidenziale che si celebri anche il 1700º anniversario del primo Concilio Ecumenico di Nicea, che nel 325 proclamò la professione di fede in Gesù Cristo, Figlio di Dio. Questo è il cuore della fede cristiana. Ancora oggi, nella celebrazione eucaristica domenicale, recitiamo il Simbolo Niceno-Costantinopolitano, professione di fede che unisce tutti i cristiani. Essa ci dà speranza nei tempi difficili che viviamo, in mezzo a molte preoccupazioni e timori, minacce di guerra e violenza, disastri naturali, gravi ingiustizie e squilibri, fame e miseria subita da milioni di nostri fratelli e sorelle.

3. I tempi del Concilio di Nicea non erano meno turbolenti. Quando iniziò, nel 325, le ferite delle persecuzioni contro i cristiani erano ancora aperte. L’Editto di tolleranza di Milano (313), promulgato dagli imperatori Costantino e Licinio, sembrava annunciare l’alba di una nuova era di pace. Tuttavia, dopo le minacce esterne, presto sorsero dispute e conflitti nella Chiesa.

Ari, un presbitero di Alessandria d’Egitto, insegnava che Gesù non è veramente il Figlio di Dio; sebbene non una semplice creatura, sarebbe un essere intermedio tra il Dio inaccessibilmente lontano e noi. Inoltre, ci sarebbe stato un tempo in cui il Figlio “non era”. Questo concordava con la mentalità dell’epoca e per ciò risultava plausibile.

Ma Dio non abbandona la sua Chiesa, suscitando sempre uomini e donne coraggiosi, testimoni della fede e pastori che guidano il suo popolo e indicano la via del Vangelo. Il vescovo Alessandro di Alessandria si rese conto che gli insegnamenti di Ari non erano coerenti con la Sacra Scrittura. Poiché Ari non si mostrava conciliante, Alessandro convocò i vescovi d’Egitto e Libia in un sinodo, che condannò l’insegnamento di Ari; poi inviò una lettera agli altri vescovi d’Oriente per informarli dettagliatamente. In Occidente si attivò il vescovo Osio di Cordova, in Spagna, già provato come fervente confessore della fede durante la persecuzione sotto l’imperatore Massimiano e che godeva della fiducia del vescovo di Roma, il Papa Silvestro.

Anche i seguaci di Ari si compattarono. Questo portò a una delle maggiori crisi nella storia della Chiesa del primo millennio. Il motivo della disputa non era un dettaglio secondario. Si trattava del centro della fede cristiana, cioè della risposta alla domanda decisiva che Gesù aveva posto ai discepoli a Cesarea di Filippo: «E voi, chi dite che io sia?» (cfr. Mt 16,15).

4. Mentre la controversia si intensificava, l’imperatore Costantino si rese conto che, insieme all’unità della Chiesa, era minacciata anche l’unità dell’Impero. Convocò allora tutti i vescovi a un concilio ecumenico, cioè universale, a Nicea, per ristabilire l’unità. Il sinodo, chiamato dei “318 Padri”, si svolse sotto la presidenza dell’imperatore: il numero di vescovi riuniti era senza precedenti. Alcuni di loro portavano ancora i segni delle torture subite durante la persecuzione. La grande maggioranza proveniva dall’Oriente, mentre, a quanto pare, solo cinque erano occidentali. Il Papa Silvestro si appoggiò alla figura, teologicamente autorevole, del vescovo Osio di Cordova e inviò due presbiteri romani.

5. I Padri del Concilio diedero testimonianza della loro fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione apostolica, così come si professava durante il battesimo secondo il mandato di Gesù: «Andate, fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19). In Occidente esistevano diverse formule, tra cui il cosiddetto Credo degli Apostoli. [1] Anche in Oriente esistevano molte professioni battesimali, simili tra loro nella struttura. Non si trattava di un linguaggio erudito e complicato, ma piuttosto —come si disse dopo— del linguaggio semplice compreso dai pescatori del mare di Galilea.

Su questa base, il Credo niceno inizia professando: «Crediamo in un solo Dio Padre Onnipotente, creatore di tutte le cose, visibili e invisibili». [2] Con ciò i Padri conciliari espressero la fede nel Dio uno e unico. Al Concilio non ci fu controversia in proposito. Si dibatté, invece, un secondo articolo, che utilizza anche il linguaggio della Bibbia per professare la fede in «un solo Signore Gesù Cristo Figlio di Dio». Il dibattito era dovuto alla necessità di rispondere alla questione posta da Ari su come dovesse intendersi l’affermazione “Figlio di Dio” e come potesse conciliarsi con il monoteismo biblico. Il Concilio era chiamato, quindi, a definire il significato corretto della fede in Gesù come “il Figlio di Dio”.

I Padri confessarono che Gesù è il Figlio di Dio in quanto è «della stessa sostanza (ousia) del Padre […] generato, non creato, della stessa sostanza (homoousios) del Padre». Con questa definizione si respingeva radicalmente la tesi di Ari. [3] Per esprimere la verità della fede, il Concilio usò due parole, “sostanza” (ousia) e “della stessa sostanza” (homoousios), che non si trovano nella Scrittura. Facendolo non volle sostituire le affermazioni bibliche con la filosofia greca. Al contrario, il Concilio impiegò questi termini per affermare con chiarezza la fede biblica, distinguendola dall’errore ellenizzante di Ari. L’accusa di ellenizzazione non si applica, dunque, ai Padri di Nicea, ma alla falsa dottrina di Ari e dei suoi seguaci.

In positivo, i Padri di Nicea vollero rimanere fermamente fedeli al monoteismo biblico e al realismo dell’incarnazione. Vollero riaffermare che l’unico e vero Dio non è inaccessibilmente lontano da noi, ma che, al contrario, si è fatto vicino e ci è venuto incontro in Gesù Cristo.

6. Per esprimere il suo messaggio nel linguaggio semplice della Bibbia e della liturgia familiare a tutto il Popolo di Dio, il Concilio riprende alcune formulazioni della professione battesimale: «Dio da Dio, Luce da Luce, Dio vero da Dio vero». Il Concilio adotta poi la metafora biblica della luce: «Dio è luce» (1 Gv 1,5; cfr. Gv 1,4-5). Come la luce che irradia e si comunica a se stessa senza diminuire, così il Figlio è il riflesso (apaugasma) della gloria di Dio e l’impronta (character) del suo essere (hypostasis) (cfr. Eb 1,3; 2 Co 4,4). Il Figlio incarnato, Gesù, è perciò la luce del mondo e della vita (cfr. Gv 8,12). Per il battesimo, gli occhi del nostro cuore sono illuminati (cfr. Ef 1,18), affinché anche noi possiamo essere luce nel mondo (cfr. Mt 5,14).

Infine, il Credo afferma che il Figlio è «Dio vero da Dio vero». In molti passaggi, la Bibbia distingue gli idoli morti dal Dio vero e vivente. Il Dio vero è il Dio che parla e agisce nella storia della salvezza: il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe, che si rivelò a Mosè nel roveto ardente (cfr. Es 3,14), il Dio che vede la miseria del popolo, ascolta il suo grido, lo guida e lo accompagna attraverso il deserto con la colonna di fuoco (cfr. Es 13,21), gli parla con voce di tuono (cfr. Dt 5,26) e ha compassione di lui (cfr. Os 11,8-9). Il cristiano è chiamato, quindi, a convertirsi dagli idoli morti al Dio vivo e vero (cfr. At 12,25; 1 Ts 1,9). In questo senso, Simone Pietro confessa a Cesarea di Filippo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16).

7. Il Credo di Nicea non formula una teoria filosofica. Professa la fede nel Dio che ci ha redento per mezzo di Gesù Cristo. Si tratta del Dio vivente: Egli vuole che abbiamo la vita e la abbiamo in abbondanza (cfr. Gv 10,10). Per questo il Credo continua con le parole della professione battesimale: il Figlio di Dio “che per noi uomini, e per la nostra salvezza discese dal cielo, e si fece carne e si fece uomo; morì e risuscitò al terzo giorno, e ascese al cielo, e verrà a giudicare i vivi e i morti”. Questo rende chiaro che le affermazioni cristologiche di fede del Concilio sono inserite nella storia della salvezza tra Dio e le sue creature.

San Atanasio, che aveva partecipato al Concilio come diacono del vescovo Alessandro e gli successe sulla sede di Alessandria d’Egitto, sottolineò ripetutamente e con efficacia la dimensione soteriologica che il Credo niceno esprime. Scrive infatti che il Figlio, disceso dal cielo, «ci ha resi figli per il Padre e, essendo diventato Egli stesso uomo, ha divinizzato gli uomini. Non si tratta che, essendo uomo, successivamente sia diventato Dio, ma che, essendo Dio, si è fatto uomo per divinizzarci». [4] Solo se il Figlio è veramente Dio questo è possibile: nessun essere mortale, infatti, può vincere la morte e salvarci; solo Dio può farlo. Egli ci ha liberati nel suo Figlio fatto uomo affinché fossimo liberi (cfr. Gal 5,1).

Merita di essere evidenziato, nel Credo di Nicea, il verbo descendit, «discese». San Paolo descrive con espressioni forti questo movimento: «[Cristo] svuotò se stesso, prendendo la condizione di servo e facendosi simile agli uomini» (Fil 2,7), così come afferma il prologo del Vangelo di san Giovanni: «E il Verbo si fece carne e abitò in mezzo a noi» (Gv 1,14). Per questo —insegna la Lettera agli Ebrei— «non abbiamo un sommo sacerdote che non sia in grado di simpatizzare per le nostre debolezze; al contrario, egli è stato provato in ogni cosa come noi, a parte il peccato» (Eb 4,15). La sera prima della sua morte si chinò come uno schiavo per lavare i piedi ai discepoli (cfr. Gv 13,1-17). E l’apostolo Tommaso, solo quando poté porre le dita nella ferita del costato del Signore risorto, confessò: «Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28).

È precisamente in virtù della sua incarnazione che incontriamo il Signore nei nostri fratelli e sorelle bisognosi: «In verità vi dico: ogni volta che avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40). Il Credo niceno non ci parla, dunque, di un Dio lontano, inaccessibile, immobile, che riposa in se stesso, ma di un Dio che è vicino a noi, che ci accompagna nel nostro cammino per le vie del mondo e nei luoghi più oscuri della terra. La sua immensità si manifesta nel fatto che si fa piccolo, si spoglia della sua infinita maestà facendosi nostro prossimo nei piccoli e nei poveri. Questo rivoluziona le concezioni pagane e filosofiche di Dio.

Un’altra parola del Credo niceno è per noi oggi particolarmente rivelatrice. L’affermazione biblica «si fece carne», precisata aggiungendo la parola «uomo» dopo la parola «incarnato». Nicea prende così le distanze dalla falsa dottrina secondo la quale il Logos avrebbe assunto solo un corpo come rivestimento esteriore, ma non l’anima umana, dotata di intelletto e libero arbitrio. Al contrario, vuole affermare ciò che il Concilio di Calcedonia (451) dichiarerebbe esplicitamente: in Cristo, Dio ha assunto e redento l’essere umano intero, con corpo e anima. Il Figlio di Dio si fece uomo —spiega san Atanasio— affinché noi, gli uomini, potessimo essere divinizzati. [5] Questa luminosa intelligenza della Rivelazione divina era stata preparata da san Ireneo di Lione e da Origene, e si sviluppò poi con grande ricchezza nella spiritualità orientale.

La divinizzazione non ha nulla a che fare con l’auto-divinizzazione dell’uomo. Al contrario, la divinizzazione ci protegge dalla tentazione primordiale di voler essere come Dio (cfr. Gen 3,5). Ciò che Cristo è per natura, noi lo diventiamo per grazia. Per opera della redenzione, Dio non solo ha restaurato la nostra dignità umana come immagine di Dio, ma Colui che ci ha creato in modo meraviglioso ci ha resi partecipi, in modo ancora più ammirabile, della sua natura divina (cfr. 2 Pt 1,4).

La divinizzazione è, quindi, la vera umanizzazione. Ecco perché l’esistenza dell’uomo punta oltre se stessa, cerca oltre se stessa, desidera oltre se stessa ed è inquieta finché non riposa in Dio: [6] Deus enim solus satiat, solo Dio soddisfa l’uomo! [7] Solo Dio, nella sua infinità, può saziare il desiderio infinito del cuore umano, e per questo il Figlio di Dio ha voluto farsi nostro fratello e redentore.

8. Abbiamo detto che Nicea respinse chiaramente gli insegnamenti di Ari. Ma Ari e i suoi seguaci non si arresero. Lo stesso imperatore Costantino e i suoi successori si schierarono sempre più con gli ariani. Il termine homoousios divenne la mela della discordia tra niceni e anti-niceni, scatenando così altri gravi conflitti. San Basilio di Cesarea descrive la confusione che si produsse con immagini eloquenti, paragonandola a una battaglia navale notturna in mezzo a una violenta tempesta, [8] mentre san Ilario testimonia l’ortodossia dei laici di fronte all’arianesimo di molti vescovi, riconoscendo che «le orecchie del popolo sono più sante dei cuori dei sacerdoti». [9]

La roccia del Credo niceno fu san Atanasio, irremovibile e fermo nella fede. Sebbene fosse deposto ed esiliato fino a cinque volte dalla sede episcopale di Alessandria, ogni volta vi ritornò come vescovo. Anche dall’esilio continuò a guidare il Popolo di Dio mediante i suoi scritti e le sue lettere. Come Mosè, Atanasio non poté entrare nella terra promessa della pace ecclesiale. Questa grazia era riservata a una nuova generazione, nota come i “giovani niceni”: in Oriente, i tre Padri cappadoci, san Basilio di Cesarea (ca. 330-379), a cui fu dato il titolo di “il Grande”, suo fratello san Gregorio di Nissa (335-394) e il più grande amico di Basilio, san Gregorio Nazianzeno (329/30-390). In Occidente furono importanti san Ilario di Poitiers (ca. 315-367) e il suo discepolo san Martino di Tours (ca. 316-397). Poi, soprattutto, san Ambrogio di Milano (333-397) e sant’Agostino d’Ippona (354-430).

Il merito dei tre Cappadoci, in particolare, fu portare a termine la formulazione del Credo niceno, mostrando che l’Unità e la Trinità in Dio non sono affatto in contraddizione. In questo contesto fu formulato l’articolo di fede sullo Spirito Santo nel primo Concilio di Costantinopoli dell’anno 381. Così, il Credo, che da allora si chiamò Niceno-Costantinopolitano, dice: «Crediamo nello Spirito Santo, Signore e vivificante, che procede dal Padre. Con il Padre e il Figlio è adorato e glorificato, e ha parlato per mezzo dei profeti». [10]

Dal Concilio di Calcedonia, nel 451, il Concilio di Costantinopoli fu riconosciuto come ecumenico e il Credo niceno-costantinopolitano fu dichiarato universalmente vincolante. [11] In questo modo, divenne un vincolo di unità tra Oriente e Occidente. Nel XVI secolo lo mantennero anche le Comunità ecclesiali nate dalla Riforma. Il Credo niceno-costantinopolitano risulta così la professione comune di tutte le tradizioni cristiane.

9. È stato lungo e lineare il cammino che ha portato dalla Sacra Scrittura alla professione di fede di Nicea, poi alla sua recezione da parte di Costantinopoli e Calcedonia, e di nuovo fino al XVI secolo e al nostro XXI secolo. Tutti noi, come discepoli di Gesù Cristo, «nel nome del Padre, e del Figlio, e dello Spirito Santo» siamo battezzati, ci facciamo il segno della croce e siamo benedetti. Concludiamo la preghiera dei salmi nella Liturgia delle Ore con «Gloria al Padre, e al Figlio, e allo Spirito Santo». La liturgia e la vita cristiana sono, quindi, saldamente ancorate nel Credo di Nicea e Costantinopoli: ciò che diciamo con la bocca deve venire dal cuore, in modo che sia testimoniato nella vita. Dobbiamo chiederci, quindi: che ne è della recezione interiore del Credo oggi? Sentiamo che concerne anche la nostra situazione attuale? Comprendiamo e viviamo ciò che diciamo ogni domenica, e ciò che ciò significa per la nostra vita?

10. Il Credo di Nicea inizia professando la fede in Dio, Onnipotente, Creatore del cielo e della terra. Oggi, per molti, Dio e la questione di Dio quasi non hanno più significato nella vita. Il Concilio Vaticano II sottolineò che i cristiani sono almeno in parte responsabili di questa situazione, perché non danno testimonianza della vera fede e nascondono il vero volto di Dio con stili di vita e azioni lontane dal Vangelo. [12] In nome di Dio si sono combattute guerre, si è ucciso, perseguitato e discriminato. Invece di annunciare un Dio misericordioso, si è parlato di un Dio vendicatore che incute terrore e castiga.

Il Credo di Nicea ci invita allora a un esame di coscienza. Che significa Dio per me e come do testimonianza della fede in Lui? È l’unico e solo Dio realmente il Signore della vita, o ci sono idoli più importanti di Dio e dei suoi comandamenti? È Dio per me il Dio vivente, vicino in ogni situazione, il Padre a cui mi rivolgo con fiducia filiale? È il Creatore a cui devo tutto ciò che sono e ciò che ho, le cui tracce posso trovare in ogni creatura? Sono disposto a condividere i beni della terra, che appartengono a tutti, in modo giusto ed equo? Come tratto il creato, che è opera delle sue mani? Lo uso con reverenza e gratitudine, o lo sfrutto, lo distruggo, invece di custodirlo e coltivarlo come casa comune dell’umanità? [13]

11. Al centro del Credo niceno-costantinopolitano spicca la professione di fede in Gesù Cristo, nostro Signore e Dio. Questo è il cuore della nostra vita cristiana. Per questo ci impegniamo a seguire Gesù come Maestro, compagno, fratello e amico. Ma il Credo niceno chiede di più: ci ricorda infatti che non dobbiamo dimenticare che Gesù Cristo è il Signore (Kyrios), il Figlio del Dio vivente, che «per la nostra salvezza discese dal cielo» e morì «per noi» sulla croce, aprendo per noi la via della vita nuova con la sua risurrezione e ascensione.

Certamente, il seguirlo di Gesù Cristo non è una via larga e comoda, ma questo sentiero, spesso esigente o persino doloroso, conduce sempre alla vita e alla salvezza (cfr. Mt 7,13-14). Gli Atti degli Apostoli parlano della via nuova (cfr. At 19,9.23; 22,4.14-15.22), che è Gesù Cristo (cfr. Gv 14,6): seguire il Signore impegna i nostri passi nella via della croce, che per mezzo della conversione ci conduce alla santificazione e alla divinizzazione. [14]

Se Dio ci ama con tutto il suo essere, allora anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Non possiamo amare Dio, che non vediamo, senza amare anche il fratello e la sorella che vediamo (cfr. 1 Gv 4,20). L’amore a Dio senza l’amore al prossimo è ipocrisia; l’amore radicale al prossimo, soprattutto l’amore ai nemici senza l’amore a Dio, è un eroismo che ci supera e ci opprime. Nel seguirlo di Gesù, la salita a Dio passa attraverso l’abbassamento e la donazione ai fratelli e sorelle, soprattutto agli ultimi, ai più poveri, agli abbandonati e marginalizzati. Ciò che avremo fatto al più piccolo di questi, l’avremo fatto a Cristo (cfr. Mt 25,31-46). Di fronte alle catastrofi, alle guerre e alla miseria, possiamo testimoniare la misericordia di Dio alle persone che dubitano di Lui solo quando esse sperimentano la sua misericordia attraverso di noi. [15]

12. Infine, il Concilio di Nicea è attuale per il suo altissimo valore ecumenico. A tale scopo, il conseguimento dell’unità di tutti i cristiani fu uno degli obiettivi principali dell’ultimo Concilio, il Vaticano II. [16] Trent’anni fa esattamente, san Giovanni Paolo II proseguì e promosse il messaggio conciliare nella Lettera Enciclica Ut unum sint (25 maggio 1995). Così, con la grande commemorazione del primo Concilio di Nicea, celebriamo anche l’anniversario della prima enciclica ecumenica. Essa può considerarsi come un manifesto che ha attualizzato quelle stesse basi ecumeniche poste dal Concilio di Nicea.

Grazie a Dio il movimento ecumenico ha raggiunto parecchi risultati negli ultimi sessant’anni. Sebbene la piena unità visibile con le Chiese ortodosse e ortodosse orientali e con le Comunità ecclesiali nate dalla Riforma ancora non ci sia stata data, il dialogo ecumenico ci ha portato, sulla base dell’unico battesimo e del Credo niceno-costantinopolitano, a riconoscere i nostri fratelli e sorelle in Gesù Cristo nei fratelli e sorelle delle altre Chiese e Comunità ecclesiali e a riscoprire l’unica e universale Comunità dei discepoli di Cristo in tutto il mondo. Condividiamo infatti la fede nell’unico e solo Dio, Padre di tutti gli uomini, confessiamo insieme l’unico Signore e vero Figlio di Dio Gesù Cristo e l’unico Spirito Santo, che ci ispira e ci spinge alla piena unità e alla testimonianza comune del Vangelo. Realmente ciò che ci unisce è molto di più di ciò che ci divide! [17] In questo modo, in un mondo diviso e lacerato da molti conflitti, l’unica Comunità cristiana universale può essere segno di pace e strumento di riconciliazione, contribuendo in modo decisivo a un impegno mondiale per la pace. San Giovanni Paolo II ci ha ricordato, in particolare, la testimonianza dei numerosi martiri cristiani provenienti da tutte le Chiese e Comunità ecclesiali: il loro ricordo ci unisce e ci spinge a essere testimoni e artefici di pace nel mondo.

Per poter esercitare questo ministero in modo credibile, dobbiamo camminare insieme per raggiungere l’unità e la riconciliazione tra tutti i cristiani. Il Credo di Nicea può essere la base e il criterio di riferimento di questo cammino. Ci propone, infatti, un modello di vera unità nella legittima diversità. Unità nella Trinità, Trinità nell’Unità, perché l’unità senza molteplicità è tirannia, la molteplicità senza unità è disintegrazione. La dinamica trinitaria non è dualista, come un esclusivo aut-aut, ma un vincolo che implica, un et-et: lo Spirito Santo è il vincolo di unità che adoriamo insieme al Padre e al Figlio. Dobbiamo quindi lasciar dietro le controversie teologiche che hanno perso la loro ragion d’essere per acquisire un pensiero comune e, ancor più, una preghiera comune allo Spirito Santo, affinché ci riunisca tutti in una sola fede e un solo amore.

Questo non significa un ecumenismo di ritorno allo stato anteriore alle divisioni, né un riconoscimento reciproco dell’attuale status quo della diversità delle Chiese e Comunità ecclesiali, ma piuttosto un ecumenismo orientato al futuro, di riconciliazione nel cammino del dialogo, di scambio dei nostri doni e patrimoni spirituali. Il ristabilimento dell’unità tra i cristiani non ci impoverisce, al contrario, ci arricchisce. Come a Nicea, questo scopo sarà possibile solo mediante un cammino paziente, lungo e a volte difficile di ascolto e accoglienza reciproca. Si tratta di una sfida teologica e, ancor più, di una sfida spirituale, che richiede pentimento e conversione da parte di tutti. Per questo abbiamo bisogno di un ecumenismo spirituale di preghiera, lode e culto, come avvenne nel Credo di Nicea e Costantinopoli.

Invocchiamo, dunque, lo Spirito Santo, affinché ci accompagni e ci guidi in quest’opera.

Santo Spirito di Dio, tu guidi i credenti nel cammino della storia.

Ti rendiamo grazie perché hai ispirato i Simboli della fede e perché susciti nel cuore la gioia di professare la nostra salvezza in Gesù Cristo, Figlio di Dio, consustanziale al Padre. Senza di Lui nulla possiamo.

Tu, Spirito eterno di Dio, di epoca in epoca ringiovanisci la fede della Chiesa. Aiutaci ad approfondirla e a tornare sempre all’essenziale per annunciarla.

Affinché la nostra testimonianza nel mondo non sia inerte, vieni, Spirito Santo, con il tuo fuoco di grazia, a riaccendere la nostra fede, a infiammarci di speranza, a accenderci di carità.

Vieni, divino Consolatore, Tu che sei l’armonia, a unire i cuori e le menti dei credenti. Vieni e donaci di gustare la bellezza della comunione.

Vieni, Amore del Padre e del Figlio, a riunirci nell’unico gregge di Cristo.

Indicaci le vie da percorrere, affinché con la tua sapienza torniamo a essere ciò che siamo in Cristo: una sola cosa, affinché il mondo creda. Amen.

Città del Vaticano, 23 novembre 2025, solennità di Nostro Signore Gesù Cristo, Re dell’universo.

LEONE PP. XIV

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[1] L. H. Westra, The Apostles’ Creed. Origin, History and Some Early Commentaries, Turnhout 2002 (= Instrumenta patristica et mediaevalia, 43).

[2] Primo Concilio di Nicea, Expositio fidei: CC COGD 1, Turnhout 2006, 19 6-8.

[3] Dalle affermazioni di san Atanasio in Contra Arianos, I, 9, 2 (ed. Metzler, Athanasius Werke, I/1,2, Berlino – New York 1998, 117-118), risulta chiaro che homoousios non significa “di uguale sostanza”, ma “della stessa sostanza” del Padre; quindi, non si tratta di un’uguaglianza di sostanza, ma di un’identità di sostanza tra il Padre e il Figlio. La traduzione latina di homoousios parla, a ragione, di unius substantiae cum Patre.

[4] S. Atanasio, Contra arianos, I, 38, 7 – 39, 1: ed. Metzler, Athanasius Werke, I/1,2, 148-149.

[5] Cfr. Id., De incarnatione Verbi, 54, 3: SCh 199, Parigi 2000, 458; Contra arianos, I, 39; 42; 45; II, 59 ss.: ed. Metzler, Athanasius Werke, I/1,2, 149; 152, 154-155 e 235 ss.

[6] Cfr. S. Agostino, Confessioni, I, 1: CCSL 27, Turnhout 1981, 1.

[7] S. Tommaso d’Aquino, In Symbolum Apostolorum, art. 12: ed. Spiazzi, Thomae Aquinatis, Opuscula theologica, II, Torino – Roma 1954, 217.

[8] Cfr. S. Basilio, De Spiritu Sancto, 30, 76: SCh 17bis, Parigi 2002 2, 520-522.

[9] S. Ilario, Contra arianos seu contra Auxentium, 6: PL 10, 613. Ricordando le voci dei Padri, l’erudito teologo —poi cardinale e oggi santo dottore della Chiesa— John Henry Newman (1801-1890) indagò su questa disputa e giunse alla conclusione che il Credo di Nicea fu custodito soprattutto dal sensus fidei del Popolo di Dio. Cfr. On Consulting the Faithful in Matters of Doctrine (1859).

[10] Primo Concilio Costantinopolitano, Expositio fidei: CC, COGD 1, 57 20-24. L’affermazione “e procede dal Padre e dal Figlio (Filioque)” non si trova nel testo di Costantinopoli; fu incorporata nel Credo latino dal Papa Benedetto VIII nel 1014 ed è oggetto del dialogo ortodosso-cattolico.

[11] Concilio di Calcedonia, Definitio fidei: CC, COGD 1, 137 393-138 411.

[12] Cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Cost. past. Gaudium et spes, 19: AAS 58 (1966), 1039.

[13] Cfr. Francesco, Lett. enc. Laudato si’ (24 maggio 2015), 67; 78; 124: AAS 107 (2015), 873-874; 878; 897.

[14] Cfr. Id., Esort. ap. Gaudete et exsultate (19 marzo 2018), 92: AAS 110 (2018), 1136.

[15] Cfr. Id., Lett. enc. Fratelli tutti (3 ottobre 2020), 67; 254: AAS 112 (2020), 992-993; 1059.

[16] Cfr. Conc. Ecum. Vat. II, Decr. Unitatis redintegratio, 1: AAS 57 (1965), 90-91.

[17] Cfr. S. Giovanni Paolo II, Lett. enc. Ut unum sint (25 maggio 1995), 20: AAS 87 (1995), 933.

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