Il Papa fissa la sua linea sulle nullità: verità senza concessioni e misericordia autentica

Il Papa fissa la sua linea sulle nullità: verità senza concessioni e misericordia autentica

Leone XIV ha ricevuto questo venerdì nel Palazzo Apostolico i partecipanti al corso di formazione giuridico-pastorale promosso dal Tribunale della Rota Romana. In un esteso discorso, il Pontefice ha sottolineato l’importanza del ministero giudiziario nella Chiesa, specialmente nel campo delle cause di nullità matrimoniale, a dieci anni dalla riforma impulsata da Francesco.

Il Santo Padre ha sviluppato una riflessione sulla relazione tra teologia, diritto e pastorale, una relazione che, secondo quanto ha avvertito, “con troppa frequenza si concepisce come compartimenti stagni”, quando in realtà fanno parte di una stessa realtà al servizio della verità.

La funzione giudiziaria: servizio di verità nella Chiesa

Leone XIV ha insistito sul fatto che la giurisdizione ecclesiastica non è un semplice meccanismo tecnico, ma un’espressione della sacra potestà dei pastori, intesa —come insegna il Vaticano II— come autentico servizio. La funzione giudiziaria, ha affermato, è una “diaconia della verità” che aiuta i fedeli e le famiglie a comprendere la loro situazione ecclesiale e a camminare con rettitudine nella vita cristiana.

In questo quadro ha ricordato l’ispirazione originale della riforma di Francesco, contenuta nei Motu proprio Mitis Iudex Dominus Iesus (per la Chiesa latina) e Mitis et Misericors Iesus (per le Chiese orientali), dove Cristo appare come Giudice “mansueto e misericordioso”. Il Papa ha precisato che questa misericordia “non può manipolare la giustizia” né giustificare decisioni che oscurino la verità del vincolo matrimoniale. Al contrario, la vera misericordia —ha citato sant’Agostino— consiste nell’alleviare la sofferenza senza compromettere la giustizia.

Da questa prospettiva, ha spiegato, il processo di nullità matrimoniale non è un trámite freddo né un ostacolo pastorale, ma un atto di misericordia vera, purché serva alla verità e si eserciti senza false concessioni.

Matrimonio: una realtà fondata da Dio, non un ideale astratto

Il Papa ha approfondito poi il fondamento teologico del processo: il matrimonio stesso. Ha ricordato, seguendo Gaudium et spes, che il vincolo coniugale “non è un ideale”, ma il canone del vero amore tra uomo e donna: totale, fedele e fecondo. Non è un’aspirazione soggettiva, ma una realtà oggettiva fondata da Dio.

Per questo —ha aggiunto— il giudice ecclesiastico deve discernere con rigore se in un’unione concreta è esistito realmente il mistero della “una caro”, l’unità che permane lungo la vita degli sposi anche quando la relazione umana è fallita. L’obiettivo del giudizio non è soddisfare interessi personali, ma servire alla verità del vincolo, fondamento della famiglia come Chiesa domestica.

Il processo giudiziario è anche pastorale

Leone XIV ha chiesto di valorizzare il processo canonico come un bene per la Chiesa e per i fedeli, lontano dall’idea che si tratti di un apparato burocratico. Ha spiegato che garantire alle parti la possibilità di presentare prove, conoscere gli argomenti dell’altro e ricevere una sentenza da un giudice imparziale è una forma concreta di giustizia e di pace.

Ha riconosciuto l’utilità della mediazione, della riconciliazione e della convalida del matrimonio quando possibile, ma ha ricordato che nelle cause di nullità “la materia non è disponibile per le parti”, perché riguarda un bene pubblico della Chiesa.

Ha evidenziato la maggiore coscienza esistente oggi sulla necessaria integrazione tra pastorale familiare e attività giudiziaria, señalando che l’indagine preliminare —strumento raccomandato dalla riforma di Francesco— ha permesso di unire accompagnamento, discernimento e rigore giuridico.

La legge suprema: la salvezza delle anime

Nella parte finale del discorso, Leone XIV ha ripreso un’idea chiave di san Giovanni Paolo II: l’attività giuridica nella Chiesa è pastorale per natura, perché partecipa della missione di Cristo Pastore. Tanto il ministero pastorale quanto quello giudiziario, ha insistito, devono essere esercitati sempre con giustizia, carità e prudenza.

Infine ha riaffermato che le dimensioni ecclesiale, giuridica e pastorale convergono nel fine ultimo del processo matrimoniale: la salus animarum, la salvezza delle anime. Ai giudici, uditori e demás funzionari ha ricordato la grandezza della loro responsabilità e li ha incoraggiati a lasciare che “la verità della giustizia risplenda sempre di più nella vita della Chiesa”.

Il Papa ha concluso impartendo la sua benedizione a tutti i partecipanti.

Pubblichiamo qui di seguito il messaggio completo di Leone XIV:

Nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo.
La pace sia con voi!

Buongiorno, buongiorno, buongiorno. Benvenuti tutti!

Rivolgo a ciascuno di voi il mio cordiale saluto. Ringrazio il Decano della Rota Romana e quanti hanno collaborato in queste giornate di studio e riflessione, destinate a promuovere una solida cultura giuridica nella Chiesa. Mi rallegra la vostra presenza numerosa e qualificata, come risposta generosa alla chiamata che ogni buon operatore del diritto della Chiesa sente per il bene delle anime.

Il tema che ci guida oggi è il decimo anniversario della riforma del processo di nullità matrimoniale, portata a termine dal papa Francesco. Nel suo ultimo discorso alla Rota, il 31 gennaio scorso, egli ha parlato delle intenzioni e delle principali novità di detta riforma. Riferendomi alle parole del mio amato predecessore, in questa occasione vorrei offrirvi alcune riflessioni ispirate al titolo del vostro corso: “Dieci anni dopo la riforma del processo matrimoniale canonico. Dimensione ecclesiale, giuridica e pastorale”.

Mi sembra utile considerare la relazione che esiste tra questi tre approcci. Questa relazione è spesso dimenticata, poiché si tende a concepire la teologia, il diritto e la pastorale come compartimenti separati. Di fatto, è abbastanza comune che si contrappongano implicitamente gli uni agli altri, come se un approccio più teologico o più pastorale implicasse meno contenuto giuridico, e viceversa, come se un approccio più giuridico fosse a detrimento degli altri due aspetti. Così si oscura l’armonia che emerge quando le tre dimensioni si considerano come parti di una stessa realtà.

La scarsa percezione di questa interconnessione proviene principalmente dal considerare la realtà giuridica dei processi di nullità matrimoniale come un campo meramente tecnico, che interesserebbe esclusivamente agli specialisti, o come un mezzo orientato unicamente a ottenere lo stato libero delle persone. Si tratta di una visione superficiale, che lascia da parte sia i presupposti ecclesiali di quei processi sia la loro rilevanza pastorale.

Tra quei presupposti ecclesiali vorrei menzionare specialmente due: il primo, relativo alla sacra potestà esercitata nei processi giudiziari ecclesiali al servizio della verità; e il secondo, riguardante l’oggetto del processo di dichiarazione di nullità matrimoniale, cioè il mistero dell’alleanza coniugale.

La funzione giudiziaria, come modo di esercitare la potestà di governo o giurisdizione, fa parte integrante della realtà globale della sacra potestà dei pastori nella Chiesa. Questa realtà è concepita dal Concilio Vaticano II come un servizio. Leggiamo in Lumen gentium: “L’ufficio che il Signore ha affidato ai pastori del suo popolo è un vero servizio, che nella Sacra Scrittura è significativamente denominato ‘diaconia’, cioè ministero (cf. At 1,17.25; 21,19; Rm 11,13; 1 Tm 1,12)” (n. 24). Nella potestà giudiziaria agisce un aspetto fondamentale del servizio pastorale: la diaconia della verità. Ogni fedele, ogni famiglia, ogni comunità ha bisogno della verità sulla propria situazione ecclesiale per percorrere bene il cammino della fede e della carità. In questo quadro si colloca la verità sui diritti personali e comunitari: la verità giuridica dichiarata nei processi ecclesiali è un aspetto della verità esistenziale nell’ambito della Chiesa.

La sacra potestà è partecipazione all’autorità di Cristo, e il suo servizio alla verità è un cammino per conoscere e accogliere la Verità ultima, che è Cristo stesso (cf. Gv 14,6). Non è casuale che le prime parole dei due Motu proprio con i quali si è iniziata la riforma si riferiscano a Gesù, Giudice e Pastore: “Mitis Iudex Dominus Iesus, Pastor animarum nostrarum” nel testo latino, e “Mitis et Misericors Iesus, Pastor et Iudex animarum nostrarum” nel testo orientale.

Possiamo chiederci perché Gesù come Giudice sia stato presentato in questi documenti come mansueto e misericordioso. Tale considerazione potrebbe sembrare, a prima vista, contraria alle esigenze ineludibili della giustizia, che non possono essere ignorate in virtù di una compassione mal intesa. È vero che nel giudizio di Dio sulla salvezza è sempre presente il suo perdono al peccatore pentito, ma il giudizio umano sulla nullità matrimoniale non può, tuttavia, essere manipolato da una falsa misericordia. Deve considerarsi ingiusta qualsiasi attività che si opponga al servizio del processo alla verità. Tuttavia, è precisamente nell’esercizio retto della potestà giudiziaria che deve praticarsi la vera misericordia. Possiamo ricordare un passo di sant’Agostino in La Città di Dio: “Che cos’è la misericordia se non una certa compassione del nostro cuore per la miseria altrui, mediante la quale, se possiamo, siamo spinti ad alleviarla? E questo movimento è utile alla ragione quando la misericordia si offre in modo tale da conservare la giustizia, tanto nell’aiutare il bisognoso quanto nel perdonare il penitente”. [1] Alla luce di ciò, il processo di nullità matrimoniale può considerarsi un contributo degli operatori del diritto per soddisfare il bisogno di giustizia così profondamente radicato nella coscienza dei fedeli, e così realizzare un’opera giusta motivata dalla vera misericordia. L’obiettivo della riforma —rendere più accessibile e spedito il processo, ma mai a scapito della verità— appare così come una manifestazione di giustizia e misericordia.

Un altro presupposto teologico, specifico del processo di nullità matrimoniale, è il matrimonio stesso, così come fu fondato dal Creatore (cf. Gaudium et spes, 48). In occasione del Giubileo delle Famiglie ho ricordato che “il matrimonio non è un ideale, ma la misura del vero amore tra uomo e donna: un amore totale, fedele e fecondo”. [2] Come ha sottolineato il papa Francesco, il matrimonio “è una realtà con una consistenza precisa”, “è un dono di Dio per gli sposi”. [3] Nel Preambolo di Mitis Iudex si riafferma, nel contesto della riforma processuale, “la dottrina dell’indissolubilità del vincolo sacro del matrimonio”. [4] Nel trattamento delle cause di nullità, questo realismo è decisivo: la coscienza di lavorare al servizio della verità di un’unione concreta, discernendo davanti al Signore se in essa è presente il mistero della una caro, una sola carne, che sussiste per sempre nella vita terrena dei coniugi, nonostante qualsiasi fallimento relazionale. Cari amici, che grande responsabilità vi attende! Di fatto, come ci ricordava il papa Benedetto XVI, “il processo canonico di nullità matrimoniale è essenzialmente uno strumento per accertare la verità sul vincolo coniugale. La sua finalità costitutiva […] è, pertanto, prestare un servizio alla verità”. [5]

Per questo, anche il papa Francesco, nel Preambolo del Motu proprio, chiarendo il senso della riforma, ha voluto riaffermare la grande opportunità di ricorrere al processo giudiziario nelle cause di nullità: “Abbiamo agito sulle orme dei nostri predecessori, i quali vollero che le cause di nullità matrimoniale fossero trattate per via giudiziaria e non amministrativa, non perché la natura della materia lo esiga, ma per l’incomparabile necessità di salvaguardare nel massimo grado la verità del vincolo sacro: qualcosa assicurato dalle garanzie dell’ordinamento giudiziario”. [6]

L’istituzione del processo giudiziario deve essere valorizzata, vedendola non come un accumulo ingombrante di requisiti procedurali, ma come uno strumento di giustizia. Infatti, strutturare una causa in modo che le parti —incluso il difensore del vincolo— possano presentare prove e argomenti a sostegno della loro posizione, e possano conoscere e valutare gli elementi apportati dall’altra parte, in un dibattito condotto e concluso da un giudice imparziale, costituisce un grande bene per tutti gli implicati e per la stessa Chiesa. È vero che, specialmente nella Chiesa, come anche nella società civile, si deve procurare di raggiungere accordi che, garantendo la giustizia, risolvano le liti mediante mediazione e conciliazione. Molto importante, in questo senso, è lo sforzo per favorire la riconciliazione tra i coniugi, ricorrendo anche, quando possibile, alla convalida del matrimonio. Tuttavia, vi sono casi in cui è necessario ricorrere al processo, perché la materia non è disponibile per le parti. È ciò che accade nella dichiarazione di nullità matrimoniale, dove è implicato un bene ecclesiale pubblico. È espressione del servizio della potestà dei pastori alla verità del vincolo coniugale indissolubile, fondamento della famiglia che è la Chiesa domestica. Dietro la tecnica processuale, con l’applicazione fedele della normativa vigente, sono in gioco i presupposti ecclesiali del processo matrimoniale: la ricerca della verità e la salus animarum stessa. La deontologia forense, centrata sulla verità di ciò che è giusto, deve ispirare tutti gli operatori del diritto, ciascuno nel proprio ruolo, a partecipare a quell’opera di giustizia e di vera pace verso la quale si dirige il processo.

Le dimensioni ecclesiale e giuridica, se vissute realmente, rivelano la dimensione pastorale. Anzitutto, negli ultimi tempi è cresciuta la coscienza dell’inclusione dell’attività giudiziaria della Chiesa nel campo matrimoniale all’interno della pastorale familiare nel suo complesso. Questa pastorale non può ignorare né sottovalutare il lavoro dei tribunali ecclesiali, e questi non devono dimenticare che il loro contributo specifico alla giustizia è un pezzo nella tarea di promuovere il bene delle famiglie, con particolare attenzione a quelle che attraversano difficoltà. Questa tarea spetta a tutti nella Chiesa: ai pastori e anche agli altri fedeli, in modo particolare a coloro che collaborano nell’amministrazione della giustizia. La sinergia tra l’attenzione pastorale alle situazioni critiche e l’ambito giudiziario ha trovato un’espressione significativa nella messa in pratica dell’indagine preliminare, destinata anche a verificare l’esistenza di motivi per avviare una causa di nullità.

D’altra parte, il processo stesso ha un valore pastorale. San Giovanni Paolo II lo ha espresso in questi termini: “L’attività giuridico-canonica è pastorale per la sua stessa natura. Costituisce una partecipazione particolare alla missione di Cristo, il Pastore, e consiste nel realizzare l’ordine di giustizia intraecclesiale voluto dallo stesso Cristo. L’attività pastorale, per parte sua, sebbene superi di molto gli aspetti giuridici, include sempre una dimensione di giustizia. Di fatto, sarebbe impossibile condurre le anime verso il Regno dei Cieli senza quel minimo di amore e prudenza che consiste nello sforzo di far osservare fedelmente la legge e i diritti di tutti nella Chiesa”. [7]

In definitiva, le tre dimensioni menzionate ci portano a riaffermare la salus animarum come la legge suprema e la finalità dei processi matrimoniali nella Chiesa. In questo modo, il vostro servizio come ministri di giustizia nella Chiesa —un servizio che io stesso ho svolto alcuni anni fa— rivela la sua grande trascendenza ecclesiale, giuridica e pastorale.

Esprimendo il mio desiderio che la verità della giustizia risplenda sempre di più nella Chiesa e nelle vostre vite, vi imparto di cuore la mia Benedizione.

[1] IX, 5: PL, 41, 261.

[2] Omelia per il Giubileo delle Famiglie, dei Bambini, dei Nonni e degli Anziani, 1º giugno 2025.

[3] Francesco, Discorso alla Rota Romana, 27 gennaio 2023.

[4] Francesco, Motu Proprio Mitis Iudex, Preambolo.

[5] Benedetto XVI, Discorso alla Rota Romana, 28 gennaio 2006, AAS 98 (2006), p. 136.

[6] Francesco, Motu proprio Mitis Iudex, Preambolo.

[7] San Giovanni Paolo II, Discorso alla Rota Romana, 18 gennaio 1990, n. 4.

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