Il rinomato mariologo italiano Salvatore M. Perrella, una delle voci più autorevoli nello studio contemporaneo della Vergine Maria, ha offerto una lettura critica della Nota Mater Populi Fidelis, pubblicata dal Dicastero per la Dottrina della Fede. In un’ampia intervista concessa al mezzo svizzero RAI, il teologo avverte che il documento interpreta la mariologia da un quadro “eccessivamente cristologico” e “troppo dipendente” dalla prospettiva del papa Francesco, lasciando fuori dimensioni essenziali per comprendere il posto di Maria nell’economia della salvezza.
Secondo Perrella, la Nota dottrinale “apre dibattiti necessari”, ma rivela seri squilibri interni. A suo giudizio, il testo riduce praticamente a zero le dimensioni ecclesiological, antropologica, trinitaria e simbolica della mariologia, trattandola unicamente da una prospettiva funzionale a Cristo. Questa carenza, afferma, impoverisce la comprensione della tradizione e rende difficile offrire una visione integrale della fede.
L’importanza della memoria dottrinale: un vuoto che indebolisce la Nota
Perrella sottolinea che la spiegazione magisteriale sulla cooperazione di Maria nell’opera redentrice dovrebbe appoggiarsi sugli sviluppi dottrinali successivi alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione, dove teologi e pontefici —da Leone XIII a Pio XII— riconobbero in Maria un frutto della misericordia divina e un soggetto di missione all’interno del piano salvifico. Tuttavia, considera che il nuovo documento non raccoglie adeguatamente quell’evoluzione né la memoria storica che la sostiene.
Il titolo “Corredentrice”: tradizione, sfumature e riduzionismi
Uno dei punti centrali dell’intervista è la critica alla valutazione del titolo “Corredentrice”. Perrella si mostra critico con il termine, sebbene riconosca la sua presenza nel magistero posconciliari, specialmente sotto san Giovanni Paolo II, che utilizzò sia il titolo che espressioni equivalenti. “Come teologo, non posso ignorarlo”, afferma.
Tuttavia, condanna la forma in cui Mater Populi Fidelis squalifica il titolo ricorrendo esclusivamente ad affermazioni di Francesco, senza dialogare con la tradizione teologica e magisteriale precedente. Il mariologo ricorda che Lumen gentium optò per un metodo intelligente: accogliere il vocabolario precedente senza assolutizzarlo né ripudiarlo. A suo parere, la Nota del DDF fa precisamente il contrario: stigmatizza alcune espressioni tradizionali senza offrire alternative dottrinalmente più solide.
Preoccupazione ecumenica sproporzionata e perdita della “sobrietas” romana
Un altro aspetto che Perrella evidenzia è la preoccupazione ecumenica, che considera legittima ma sproporzionata. A suo giudizio, la Nota sacrifica profondità dottrinale per evitare tensioni con altre confessioni cristiane, qualcosa che qualifica come “un passo falso”. Aggiunge che il testo pecca di eccessiva estensione e di mancanza di sobrietas, una nota distintiva del Magistero romano tradizionale.
Un argomento inconsistente: ¿spiegazioni eccessive?
In modo particolare, il teologo si mostra critico con il ragionamento del paragrafo 22, dove il Dicastero sostiene che un titolo che richiede troppe spiegazioni catechetiche perde la sua utilità. Perrella considera che questa logica è insostenibile, poiché con quel criterio anche titoli essenziali come “Madre di Dio”, “Immacolata” o “Madre della Chiesa” dovrebbero essere abbandonati, tutti loro necessitanti di un’ampia elaborazione teologica. “Quella è precisamente il compito della teologia e della catechesi”, afferma.
La crisi dottrinale attuale: Maria come chiave per recuperare la fede completa
Il mariologo avverte che il problema di fondo non è Maria, ma la stessa crisi dottrinale contemporanea. “Oggi molti non credono più nella Trinità, né nella divinità di Cristo”, segnala. In quel contesto, la figura di Maria “è seconda ma non secondaria”, come ricordava Benedetto XVI, e la sua corretta comprensione aiuterebbe a recuperare la coerenza interna della fede. Tuttavia, accusa il documento di offrire una visione “troppo monofisita”, incapace di sostenere quel compito.
Mancanza di specialisti nella elaborazione del documento
Perrella lamenta anche l’assenza di competenza specializzata nella redazione della Nota. A suo giudizio, un documento di questa natura dovrebbe aver contato con esperti in mariologia, dogmatica e tradizione magisteriale. Il risultato finale, denuncia, non riflette il rigore che storicamente caratterizzava il Dicastero per la Dottrina della Fede.
Critica severa all’uso delle nuove norme su fenomeni soprannaturali
Il mariologo dedica una critica particolarmente contundente al paragrafo 75, in cui la Nota rimanda alle nuove norme del Dicastero per il discernimento di presunti fenomeni soprannaturali. Secondo lui, queste norme —e la dipendenza del nuovo documento da esse— diluiscono il patrimonio dottrinale accumulato dal 1978 e rompono con la linea prudente, storica e profonda che aveva guidato la Chiesa fino alla riforma della Curia impulsata da Francesco.
Tradizione, sensus fidelium e devozione: chiavi che la Nota non raccoglie
Perrella conclude ricordando che la mariologia autentica non nasce da idee teoriche, ma dalla Parola di Dio, dalla tradizione viva della Chiesa e dal sensus fidelium, dove la devozione popolare continua a rivelare una saggezza profonda. Segnala che, durante due millenni, il popolo cristiano ha invocato Maria con titoli ricchi di significato teologico, come quelli della Salve Regina, che esprimono la spiritualità e l’intuizione dell’insieme dei fedeli. A suo giudizio, Mater Populi Fidelis non riesce a integrare quella ricchezza e perde così un’opportunità per rafforzare la fede del popolo di Dio.
Lasciamo qui di seguito l’intervista completa tradotta in spagnolo:
Mater Populi Fidelis. Per molti, è un documento inappropriato, dannoso e inutile…
Sulla questione della sua inutilità, dissento. Tutto è utile in qualche modo, persino un documento controverso, perché provoca e sostiene il dibattito. In questo caso specifico, la Nota dottrinale apre dibattiti in teologia e mariologia, specialmente per quanto riguarda le diverse dimensioni implicate. In essa affiora una prospettiva che interpreta la mariologia in un senso strettamente cristologico. Ma c’è poco, quasi nessuno spazio per le dimensioni ecclesiological e antropologica. E le dimensioni trinitaria e simbolica sono completamente assenti. Il documento deve, in ogni caso, essere compreso all’interno di una prospettiva molto più ampia.
Quale prospettiva?
Dietro questa Nota, come suggerisce lo stesso documento —e spero che gli autori ne siano consapevoli—, c’è da considerare il paragrafo 20, dove si affronta la posizione del papa Francesco sul titolo di Corredentrice. La questione dei titoli mariani è sempre stata nell’agenda: riappare e poi si attenua. Allora, cosa si può dire? Per quanto riguarda i titoli legati alla cooperazione di Maria, questi sono diventati oggetto di riflessione rinnovata a partire dal 1854 con la definizione dogmatica dell’Immacolata Concezione. Fu precisamente nel quadro della dottrina immacolista che si favorirono interpretazioni più profonde del servizio o munus di Maria nell’opera della salvezza, utilizzando una varietà di termini. Alcuni, in verità, erano del tutto inappropriati, come Redemptrix o Substitutrix di ciò che è proprio di Dio. Questo portò i teologi e i papi, da Leone XIII a Pio XII, a comprendere l’Immacolata nell’opera della salvezza sia come frutto che come missione: il frutto della misericordia, la missione di Maria.
Cosa mancava, a suo parere, in quell’interpretazione?
Innanzitutto, si trascurava la dimensione creaturale di Maria. Oggi quell’aspetto è fortunatamente presente, sebbene forse in modo un po’ eccessivo. In sintesi, abbiamo bisogno di un equilibrio che attualmente manca. Per quanto riguarda la Nota dottrinale, la mia opinione —dopo averla letta e riletta— è che si aderisce formalmente, sebbene non sempre con successo, all’insegnamento del Concilio Vaticano II, specialmente Lumen Gentium 60–62, ripresi più tardi da Giovanni Paolo II in Redemptoris Mater, particolarmente nei paragrafi 40–42. Questi sono oggi i pilastri della dottrina sulla cooperatio di Maria. Personalmente, non sono partidario del titolo “Corredentrice”, ma come teologo non posso fare a meno di tenere conto che è apparso anche nel Magistero posconciliari.
Giovanni Paolo II, di fatto, utilizzò il titolo Corredentrice sette volte. E sebbene —dopo la Feria IV dell’antico Santo Uffizio il 21 febbraio 1996— non lo utilizzò più, come segnala la Nota, è anche vero che successivamente utilizzò espressioni equivalenti come Cooperatrice del Redentore o Singolare cooperatrice nella Redenzione. Cosa può dire su questo?
Tutto vero. Esaminando specificamente il documento Mater Populi Fidelis, lo trovo inconfondibilmente “francescano”, in senso bergogliano. Il paragrafo 21, che introduce il paragrafo 22, ricorre a tre affermazioni del papa Francesco per spiegare perché il termine Corredentrice è “inappropriato” e “inutile”. Personalmente, io non avrei mai utilizzato tali espressioni. Preferisco l’approccio intelligente di Lumen gentium, che tiene conto del vocabolario precedente: né lo stigmatizza né lo adotta. Inoltre, ho l’impressione che la Nota sia dominata dalla preoccupazione ecumenica. E questo, credo, è un passo falso. Tale preoccupazione deve essere presente, certo, ma non deve essere predominante. La priorità dovrebbe essere il carattere pastorale della dottrina. Trovo anche la Nota eccessivamente lunga, in contrasto con il Magistero romano, tradizionalmente caratterizzato dalla sobrietas, cioè la concisione.
Ciò che è particolarmente problematico è il seguente passaggio del paragrafo 22: “Quando un’espressione richiede molte spiegazioni ripetute per evitare che devii da un senso corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa inutile”. Ma da questo punto di vista, titoli come Madre di Dio, Immacolata o Madre della Chiesa sembrerebbero anche loro inappropriati, poiché anch’essi richiedono ampie spiegazioni —compito che, dopotutto, spetta alla teologia e alla catechesi—. Non le sembra?
Senza dubbio. La verità è che siamo nella storia, ma non ne siamo consapevoli. Questa disconnessione era già evidente fin dall’inizio con il titolo Theotokos. Tutto il trambusto intorno ai titoli è artificiale, perché hanno un unico fondamento: la Sacra Scrittura e ciò che la Provvidenza divina, come insegnava il padre Calabuig, volle e designò ab aeterno per Maria. Il documento —nonostante sia ampio ed espansivo— manca di memoria storica. E questo, per così dire, è una povertà. Anche l’obiettivo stesso del documento; cioè, attirare l’attenzione sul ruolo di Maria nell’opera della salvezza —espresso, inoltre, in modo eccessivamente radicale—, pone difficoltà. In effetti, dovremmo chiederci: Qual è oggi la preoccupazione urgente della Chiesa in materia di fede? Oggi la gente non crede più nella Trinità; ci sono dubbi sulla divinità e sull’identità messianica di Cristo. Ora, Maria è sussidiaria di tutto questo. Maria, per usare un’espressione cara a Benedetto XVI, “è seconda ma non secondaria”. E la Nota, che io descriverei come “troppo monofisita”, purtroppo non aiuta a promuovere la comprensione integrale e completa della fede cristiana che è necessaria. A mio parere, il documento richiedeva una considerazione e un’elaborazione più attente, ma soprattutto doveva essere preparato da persone competenti in materia.
Nel presentare Mater Populi Fidelis, il cardinale Fernández ha affermato che certi titoli mariani sono un tema che “ha causato preoccupazione ai papi recenti”. Cosa ne pensa?
Non mi sembra che i papi si siano inquietati per tale questione. La loro preoccupazione era qualcosa di molto diverso: la receptio immediata di Lumen gentium e del Concilio. Continuiamo a vivere sotto una ricezione mitica del Vaticano II, i cui documenti, purtroppo, non sono profondamente conosciuti.
Il paragrafo n. 75 della Nota si riferisce alle nuove Norme per Procedere nel Discernimento di Presunti Fenomeni Soprannaturali, sulle quali lei è stato apertamente critico. Quali sono le sue ragioni?
Mi perdoni il neologismo, ma quel paragrafo è un’altra “poco preziosa” perla della Nota. E lo è precisamente per la sua stretta connessione con le nuove Norme pubblicate dal Dicastero nel 2024. Ho sempre avuto in grande stima le Norme approvate da Paolo VI nel 1978 e pubblicate ufficialmente nel 2011. Apprezzai particolarmente il prefazio firmato dal allora prefetto, cardinale William Levada. All’epoca, essendo stato consultato dalla Congregazione, incoraggiai fermamente una revisione delle Norme di Paolo VI, ma dalla prospettiva di un saggio approfondimento, non di uno spreco del grande patrimonio retorico e concettuale di linguaggio, contenuto e prospettive.
Potrebbe spiegare di più?
Per comprendere le nuove Norme e ciò che è emerso in questi due anni di prefettura del cardinale Fernández, bisogna sempre tenere davanti agli occhi la figura —sempre presente— del papa Francesco, specialmente la sua riforma della Curia romana in Praedicate Evangelium. Quella costituzione, che ha infranto tutte le consuetudini diplomatiche, politiche e operative del Vaticano, ha avuto anche impatto sulla mariologia e sull’identità mariana della Chiesa. Con la riforma della Curia, sotto Francesco, la Segreteria di Stato ha perso la sua primazia e il suo ruolo di coordinamento, mentre il dicastero principale è diventato quello dell’Evangelizzazione. Tuttavia, la primazia dell’evangelizzazione non può prescindere dalle parole di Cristo, che non abolì né la più piccola lettera della Legge (cf. Mt 5,17-19). Questo principio fondamentale avrebbe dovuto guidare —e dovrebbe continuare a guidare— le dichiarazioni magisteriali con maggiore prudenza, maggiore rispetto per la storia e per il presente in una prospettiva di futuro, e con attenta attenzione ad altre realtà. Questo si applica anche alla questione dei titoli mariani.
Il documento riflette anche sulla devozione popolare. Tuttavia, la devozione popolare ha sempre avuto il suo proprio linguaggio —quello del cuore, quello del sentimento—. Un esempio notevole è la varietà di titoli con i quali, durante due millenni, i fedeli hanno invocato Maria, Madre di Cristo e della Chiesa. Si pensi, per esempio, all’antifona liturgica Salve Regina, dove è invocata come Spes nostra e Advocata nostra…
Sono titoli che appartengono propriamente allo Spirito Santo, e tuttavia li attribuiamo con ragione a Maria in virtù del principio di analogia. Quando considero la devozione popolare e il suo linguaggio, ricordo una splendida conferenza che l’allora cardinale Ratzinger pronunciò al Marianum sulla duplice caratterizzazione della mariologia e della dimensione mariana della Chiesa: cioè, la ragione e il sentimento. Da lì sorge la domanda cruciale: Come armonizzare queste due esigenze? Quello è il vero problema. Purtroppo, ci sono poche persone ben preparate nella Chiesa che possano aiutare in questo senso. E così, Maria continua a essere sfruttata, come sempre, alla maniera —se mi è permessa l’immagine— di una lavoratrice non retribuita. Se realmente vogliamo conoscere Maria, dobbiamo farlo attraverso la Parola di Dio e del sensus fidelium nel cammino della Chiesa.
