Nella IX Giornata Mondiale dei Poveri, il Papa Leone XIV ha presieduto nella Basilica di San Pietro la Messa del Giubileo dei Poveri, dedicando la sua omelia alla speranza cristiana in mezzo alle crisi del mondo e al posto centrale che i poveri occupano nella Chiesa. Il Pontefice ha invitato a contemplare la storia alla luce del Regno di Dio, a rinnovare la cultura dell’attenzione di fronte alla solitudine contemporanea e ad ascoltare il grido di coloro che soffrono di più. Ha ricordato che la povertà interpella non solo i credenti, ma tutti i responsabili della vita pubblica, ed ha esortato a costruire “ponti” là dove altri erigono muri.
Il Papa ha situato la solitudine come la grande povertà trasversale del nostro tempo, insistendo sul fatto che non basta rispondere ai bisogni materiali, ma è necessario promuovere una autentica “cultura dell’attenzione”. La riflessione si collega a preoccupazioni reali, sebbene l’omelia abbia teso a un’analisi sociologica della povertà, lasciando meno sviluppato l’aspetto spirituale e la chiamata alla conversione personale, tradizionalmente centrali nella predicazione cattolica.
Leone XIV ha concluso invocando la Vergine Maria e proponendo come modello san Benedetto Giuseppe Labre, simbolo di umiltà evangelica. Il suo messaggio finale ha apelato a vivere come Maria quando esclama il Magníficat, dove Dio esalta gli umili e abbatte la superbia.
Di seguito lasciamo l’omelia completa:
Cari fratelli e sorelle:
Le ultime domeniche dell’anno liturgico ci invitano a contemplare la storia nel suo esito finale. Nella prima lettura, il profeta Malachia intravede l’arrivo del “giorno del Signore” come l’inizio di un tempo nuovo. Questo tempo è descritto come il tempo di Dio, nel quale, come un’alba che dà passo al sole di giustizia, le speranze dei poveri e degli umili riceveranno una risposta definitiva dal Signore, e le opere dei malvagi e la loro ingiustizia saranno eradicate, bruciate come paglia, specialmente a detrimento degli indifesi e dei poveri.
Questo sole nascente di giustizia, come sappiamo, è Gesù stesso. Il giorno del Signore, in realtà, non è solo il giorno finale della storia, ma è il Regno che si avvicina a ogni persona nella venuta del Figlio di Dio. Nel Vangelo, impiegando il linguaggio apocalittico proprio del suo tempo, Gesù annuncia e inaugura questo Regno. Egli stesso è, di fatto, il signoria di Dio che si fa presente e si apre la strada negli eventi drammatici della storia. Pertanto, non devono spaventare il discepolo ma renderlo ancora più perseverante nella sua testimonianza e consapevole che la promessa di Gesù è sempre viva e fedele: «nemmeno un capello cadrà loro dal capo» (Lc 21,18).
Questa, fratelli e sorelle, è la speranza a cui ci ancoriamo, anche in mezzo agli eventi non sempre gioiosi della vita. Ancora oggi, «la Chiesa “va peregrinando tra le persecuzioni del mondo e i consolazioni di Dio” annunciando la croce del Signore fino a quando verrà» (Lumen gentium, 8). E là dove tutte le speranze umane sembrano esaurirsi, diventa ancora più ferma l’unica certezza, più stabile del cielo e della terra, che il Signore non permetterà che nemmeno un capello della nostra testa perisca.
In mezzo alle persecuzioni, alle sofferenze, alle difficoltà e alle oppressioni della vita e della società, Dio non ci abbandona. Egli si presenta come Colui che intercede in nostro favore. Questo filo conduttore percorre tutta la Scrittura, narrando la storia di un Dio che è sempre dalla parte dei più piccoli, dell’orfano, dello straniero e della vedova (cf. Dt 10,17-19). E in Gesù, suo Figlio, la vicinanza di Dio raggiunge la massima espressione dell’amore. Per questo, la presenza e la parola di Cristo diventano una gioia e un giubileo per i più poveri, poiché Egli è venuto ad annunciare loro la Buona Novella e a proclamare l’anno di grazia del Signore (cf. Lc 4,18-19).
Anche noi partecipiamo in modo speciale di questo anno di grazia, proprio oggi celebrando, con questa giornata mondiale, il Giubileo dei Poveri. Tutta la Chiesa si rallegra e gioisce, e prima di tutto a voi, cari fratelli e sorelle, desidero trasmettere con forza le parole irrevocabili del Signore Gesù: «Dilexi te – Ti ho amato» (Ap 3,9). Sì, nonostante la nostra piccolezza e povertà, Dio ci guarda come nessun altro e ci ama con un amore eterno. E la sua Chiesa, ancora oggi, forse specialmente nel nostro tempo, ancora ferita da povertà ―antiche e nuove―, desidera essere «madre dei poveri, luogo di accoglienza e di giustizia» (Esort. ap. Dilexi te, 39).
Quante povertà opprimono il nostro mondo! Prima di tutto, sono povertà materiali, ma esistono anche molte situazioni morali e spirituali, che spesso colpiscono soprattutto i più giovani. E il dramma che le attraversa tutte in modo trasversale è la solitudine. Essa ci sfida a guardare la povertà in modo integrale, perché certamente a volte è necessario rispondere ai bisogni urgenti, ma in generale ciò che dobbiamo sviluppare è una cultura dell’attenzione, proprio per rompere il muro della solitudine. Per questo vogliamo essere attenti all’altro, a ogni persona, là dove siamo, là dove viviamo, trasmettendo questa attitudine già dalla famiglia, per viverla concretamente nei luoghi di lavoro e di studio, nelle diverse comunità, nel mondo digitale, ovunque, spingendoci fino ai margini e diventando testimoni della tenerezza di Dio.
Oggi, soprattutto gli scenari di guerra, presenti purtroppo in diverse regioni del mondo, sembrano confermarci in uno stato di impotenza. Ma la globalizzazione dell’impotenza nasce da una menzogna, dal credere che questa storia è sempre stata così e non potrà cambiare. Il Vangelo, invece, ci dice che proprio nelle agitazioni della storia, il Signore viene a salvarci. E noi, comunità cristiana, dobbiamo essere oggi, in mezzo ai poveri, segno vivo di questa salvezza.
La povertà interpella i cristiani, ma interpella anche tutti coloro che nella società hanno ruoli di responsabilità. Esorto pertanto i Capi di Stato e i Responsabili delle Nazioni ad ascoltare il grido dei più poveri. Non potrà esserci pace senza giustizia, e i poveri ce lo ricordano in molti modi, con la loro migrazione, così come con il loro grido tante volte soffocato dal mito del benessere e del progresso che non tiene conto di tutti, e che persino dimentica molte creature abbandonandole al loro destino.
Agli agenti della carità, ai numerosi volontari, a coloro che si occupano di alleviare le condizioni dei più poveri, esprimo la mia gratitudine e allo stesso tempo il mio incoraggiamento affinché siano sempre di più coscienza critica nella società. Voi sapete bene che la questione dei poveri riconduce all’essenziale della nostra fede, che per noi sono la stessa carne di Cristo e non solo una categoria sociologica (cf. Dilexi te, 110). È per questo che «la Chiesa, come madre, cammina con coloro che camminano. Dove il mondo vede una minaccia, essa vede figli; dove si erigono muri, essa costruisce ponti» (ibíd., 75).
Impegniamoci tutti. Come scrive l’apostolo Paolo ai cristiani di Tessalonica (cf. 2 Ts 3,6-13), nell’attesa del ritorno glorioso del Signore non dobbiamo vivere una vita ripiegata su noi stessi né in un intimismo religioso che si traduca nel disinteressarsi degli altri e della storia. Al contrario, cercare il Regno di Dio implica il desiderio di trasformare la convivenza umana in uno spazio di fraternità e di dignità per tutti, senza escludere nessuno. È sempre dietro l’angolo il pericolo di vivere come viaggiatori distratti, disattenti alla meta finale e indifferenti verso coloro che condividono il cammino con noi.
In questo Giubileo dei Poveri lasciamoci ispirare dalla testimonianza dei santi e delle sante che hanno servito Cristo nei più bisognosi e lo hanno seguito nella via della piccolezza e della donazione. In modo speciale, vorrei proporre la figura di san Benedetto Giuseppe Labre, che con la sua vita di “vagabondo di Dio” potrebbe essere considerato come patrono di tutti i poveri senza tetto.
Che la Vergine Maria, che nel Magníficat continua a ricordarci le scelte di Dio e si fa voce di coloro che non hanno voce, ci aiuti a entrare nella nuova logica del Regno, affinché nella nostra vita di cristiani si renda presente l’amore di Dio che accoglie, perdona, fascia le ferite, consola e guarisce.
