Este nuovo episodio del percorso formativo La Misa, tesoro de la fe ci invita a sollevare lo sguardo e contemplare la storia della liturgia come un filo continuo che unisce il Cenacolo con i nostri altari contemporanei. Non si tratta semplicemente di ricostruire eventi passati, ma di comprendere come la Chiesa, fin dai suoi primi giorni, ha custodito il dono ricevuto la notte del Giovedì Santo. La Misa non è frutto di una costruzione umana né un insieme di riti sovrapposti per convenienza, ma una realtà che sgorga direttamente dal gesto redentore del Signore. La Chiesa ha ricevuto questo tesoro, lo ha protetto con zelo e lo ha sviluppato con la logica viva di un organismo che cresce senza perdere la sua identità.
Il Cenacolo: origine del sacrificio e del banchetto
La prima Misa si celebrò nel Cenacolo di Gerusalemme, alla vigilia della Passione. Lì, Gesù anticipò sacramentalmente l’offerta che avrebbe consumato il giorno dopo sulla Croce. Dando ai suoi Apostoli il suo Corpo e il suo Sangue sotto le specie di pane e vino, rivelò il senso profondo del suo sacrificio: consegnare la sua vita al Padre per la salvezza degli uomini. Gli evangelisti e san Paolo concordano nel indicare quel momento come il cuore stesso del mistero cristiano. Quando il sacerdote pronuncia oggi le parole della Consacrazione, accade la stessa cosa che allora: il pane e il vino si convertono veramente nel Corpo e nel Sangre del Signore, e il sacrificio del Calvario si rende presente sull’altare. È il mistero della fede, mysterium fidei, che il cristiano adora in silenzio ogni volta che partecipa alla Misa.
Quell’atto di consegna culmina nella comunione. Gesù non solo offrì il suo Corpo e il suo Sangue, ma li diede come alimento ai suoi discepoli. Il banchetto sacrificale che segue alla Consacrazione permette al fedele di unirsi intimamente a Cristo e di ricevere nella sua anima la grazia del sacrificio rinnovato. In questo modo, comunione e sacrificio non sono realtà separate, ma momenti inseparabili di un medesimo mistero. E quando il Signore ordina: “Fate questo in memoria di me”, consegna agli Apostoli —e attraverso di loro alla Chiesa— la missione di prolungare nel tempo l’atto redentore.
I primi secoli: Parola ed Eucaristia
Fin dai primordi, la Misa acquisì una struttura in due parti. La prima, chiamata Misa dei catecumeni, era centrata sull’ascolto della Parola di Dio. I primi cristiani ereditarono dalla sinagoga la lettura della Legge e dei Profeti, il canto dei salmi e la spiegazione delle Scritture. Quando i Vangeli furono scritti, cominciarono a essere proclamati insieme alle lettere apostoliche. Questa parte iniziale aveva un forte carattere penitenziale: aiutava l’anima a disporsi con umiltà davanti alla luce della Parola. Il Kyrie Eleison, antica preghiera litanica, accentuava questa attitudine interiore. In seguito, si aggiunsero anche il Gloria, per proclamare solennemente la divinità di Cristo, e il Credo, che sintetizza la fede della Chiesa.
La seconda parte, chiamata Misa dei fedeli, era riservata ai battezzati. Da qui l’espressione latina Ite, missa est, che originariamente congedava i catecumeni al termine della prima parte. Col tempo, quella stessa formula si utilizzò anche per la fine della Misa, e per questo duplice uso il nome “Misa” cominciò a designare l’intera celebrazione. In questa seconda parte si concentra l’azione propriamente sacrificale, circondata molto presto da preghiere solenni che manifestano la grandezza del mistero. Il Prefazio, il Sanctus e il Canone Romano —il cui nucleo risale al III secolo— incorniciano la Consacrazione con una dignità intoccabile. Col passare del tempo si incorporarono anche il Padrenuestro, l’Agnus Dei e i riti preparatori della comunione.
L’Ofertorio e lo sviluppo organico della liturgia
Tra le due parti si trova l’Ofertorio, che fin da tempi molto antichi espresse la partecipazione attiva dei fedeli al sacrificio. Nei secoli iniziali consisteva in una semplice processione in cui i cristiani portavano pane e vino all’altare. Sebbene le preghiere attuali dell’Ofertorio si fissarono diversi secoli più tardi, il senso rimane intatto: offrire a Dio ciò che siamo e ciò che abbiamo affinché Egli lo trasformi in un sacrificio gradito.
Con la stessa naturalezza si andarono aggiungendo gesti e preghiere che non alterano l’essenza, ma la abbelliscono e la rendono più comprensibile. L’incenso, i segni della croce, le processioni, le preghiere private del sacerdote e altri elementi nacquero dall’esperienza viva della Chiesa. Lontani dall’essere aggiunte arbitrarie, questi segni aiutano il fedele a riconoscere, in mezzo a ciò che è visibile, la grandezza invisibile del mistero. La liturgia romana crebbe così in modo omogeneo, come una pianta che sviluppa foglie e rami senza tradire il seme originale.
Unità, tradizione e continuità
Già nel Medioevo, la forma fondamentale della Misa romana era fissata a Roma. La sua diffusione fu straordinaria, specialmente grazie ai francescani, che la portarono in tutta Europa. Nel XVI secolo, san Pio V la promulgò per tutta la Chiesa latina come norma comune, salvando i riti antichi di più di due secoli di esistenza, come l’ambrosiano, il domenicano o il rito di Lione. Questo gesto mirava a assicurare l’unità dottrinale in tempi di confusione, ma non creò nulla di nuovo: confermò solennemente una tradizione che veniva dai primi secoli.
Per questo la Misa che oggi chiamiamo tradizionale —o tridentina— non nasce a Trento. Proviene dai primi cristiani, attraversa la patristica, si sviluppa nel Medioevo e arriva a noi senza rotture, conservando intatto il suo cuore: il rinnovamento sacramentale del sacrificio del Calvario. La storia mostra che la liturgia non è un’invenzione mutevole, ma un patrimonio che è stato trasmesso come un tesoro, con fedeltà amorosa e crescita organica.
Un tesoro vivo che continua a dispiegarsi
Dal Cenacolo fino alle nostre parrocchie, la Misa è l’atto supremo in cui Cristo offre al Padre il sacrificio della salvezza. Tutto nella liturgia —la parola proclamata, le preghiere, i gesti, i silenzi— sgorga da quel momento fondazionale. Comprendere la sua storia è entrare più profondamente nel suo mistero, perché la Chiesa non ha fatto altro che custodire, sviluppare e trasmettere ciò che ha ricevuto dal suo Signore.
