La catena COPE, organo ufficiale della Conferenza Episcopale Spagnola, ha pubblicato una notizia sul progetto di “risignificazione” della Valle dei Caduti. Nella sua nota intitolata “Il progetto per la risignificazione della Valle dei Caduti rispetterà, in linea di principio, gli accordi raggiunti tra la Chiesa e il Governo”, il mezzo si limita a celebrare che le cappelle e i simboli religiosi “saranno mantenuti” e che “gli interventi all’interno saranno minimi”.
Apparentemente, basterebbe che il Governo permetta di conservare alcuni segni esterni di culto perché la Chiesa istituzionale si dichiari soddisfatta, anche se l’intero complesso —nella sua anima, nel suo simbolismo e nel suo significato— venga svuotato e convertito in un museo della “memoria democratica”.
Dal rispetto formale alla complicità passiva
COPE riporta con tono rassicurante che “la basilica avrà un accesso diretto e indipendente per le attività legate al culto”. Ma quel “accesso indipendente” non è una garanzia: è un confinamento.
Significa che il tempio, prima cuore del complesso, diventerà uno spazio isolato, tollerato all’interno di un racconto politico che nega la sua origine e il suo fine sacro.
Accettare questo come una buona notizia equivale a celebrare che ci lascino una cappella all’interno di un parco tematico. È, in fondo, confondere la preservazione estetica con la fedeltà spirituale.
Quali accordi?
Secondo varie fonti, il Governo e la Santa Sede hanno annunciato un accordo il 4 marzo 2025 sul futuro della Valle dei Caduti. Tuttavia, il testo integrale non è mai stato pubblicato.
Lo stesso Bollettino Ufficiale dello Stato menziona la sua esistenza nella Risoluzione del 5 maggio 2025, dove si specifica che il concorso di idee per la risignificazione “rispetterà i termini stabiliti nell’accordo sottoscritto il passato 4 marzo 2025 tra i rappresentanti della Chiesa Cattolica e il Governo di Spagna” —Parolin e Bolaños—. Ma il documento non è allegato né è stato diffuso da nessuna delle parti.
Pertanto, non esiste fino ad oggi una versione pubblica dell’accordo con le condizioni, i firmatari né le clausole concrete.
I media hanno solo riportato versioni parziali —parlando della permanenza dei monaci, della continuità del culto e del relevo del priore—, ma senza riscontro documentale né trasparenza ufficiale e con variabili che sembrano non essere scritte sulla carta.
Una questione che obbliga a chiedere: cosa si è accordato realmente, chi lo ha firmato e con quale autorità morale o canonica?
Mentre il Governo procede nella risignificazione del monumento, la Chiesa mantiene il silenzio su un patto che —se autentico— segnerà un precedente storico e richiederà nomi, date e responsabilità.
La trappola della risignificazione
Il Governo ha annunciato che investirà 30 milioni di euro in questa operazione, presentandola come una “tripla prospettiva artistica, architettonica e paesaggistica”.
COPE ripete quella descrizione senza avvertire che quella tripla prospettiva esclude l’essenziale: la fede.
Quello che lo Stato chiama “trasformare” è desacralizzare; quello che chiama “memoria” è revisionismo; e quello che proclama come “riconciliazione” è un racconto senza Cristo.
Che un mezzo cattolico adotti quel linguaggio senza sfumature né critica rivela una preoccupante assimilazione al discorso secolare, un silenzio comodo che, nella pratica, si converte in complicità e normalizza la profanazione.
