La lezione che ci lascia la sentenza assolutoria a Francisco José Delgado

La lezione che ci lascia la sentenza assolutoria a Francisco José Delgado

Tutto inizia dove cominciano troppe tempeste ecclesiali recenti: nel opaco Dicastero per la Dottrina della Fede. Il caso canonico penale contro Francisco José Delgado Martín nasce da una denuncia che, sotto la guida del duo Scicluna–Bertomeu, ha trasformato un innocuo battibecco su X in un processo penale che ha cercato sfacciatamente di distruggere un sacerdote impeccabile. Grazie a Dio il loro piano non ha funzionato. A Roma, mentre papa Francesco accumulava anni e le sue facoltà cognitive diminuivano, alcuni ufficiali della Dottrina della Fede hanno preso il controllo e accelerato. Nei corridoi del Vaticano si inizia a parlare senza paura del «disastro» giuridico che sono stati gli ultimi tre anni. C’è ancora molto da indagare, ma il loro giocattolo si sta già incrinando. I metodi e le trovate uscite dal Palazzo del Sant’Uffizio in questa ultima fase non saranno studiate nelle facoltà di Diritto, ma negli aneddoti comico-macabri della storia della Chiesa. Il caso di Toledo è un esempio lampante.

Con quel telone di fondo, arriviamo al 28 luglio 2025: il Tribunale Metropolitano di Toledo assolve il sacerdote Francisco José Delgado Martín e lascia qualcosa di più di un verdetto. Lascia uno specchio. Quello che si vede non è solo l’innocenza dell’accusato: si vede l’architettura fragile di accuse che provocano imbarazzo e vergogna altrui. Un anno e mezzo dopo, il bilancio: un chierico emarginato e triturato nella piazza digitale, e una sentenza che certifica che qui non si sarebbe mai dovuto montare un caso simile.

L’elenco delle accuse già suonava come un sacco senza fondo: diffamazione del Sig. Escardó per alcuni messaggi assolutamente rispettosi su X, ostruzione della “Missione Speciale” sul Sodalicio – scusate?, e incitamento all’odio contro la Sede Apostolica per una battuta pia. Tre pezzi disparati incastrati a forza in un processo penale che nessun vescovo del mondo avrebbe avviato se non per un ordine dall’alto. Per istruire penalmente una simile assurdità ci vuole una richiesta dall’alto. La Parte Dispositiva della sentenza non lascia dubbi: “NON RISULTA” alcun reato. Ma i giudici non si limitano ad assolvere: spiegano molto bene perché era impossibile condannare con quel materiale.

1) Diffamazione. Non c’è traccia che Delgado abbia danneggiato la fama del denunciante; anzi, al contrario. La sentenza indica che chi ha leso la fama della Chiesa e dei sacerdoti è stato lo stesso Sig. Escardó, con accuse generiche e gravi contro il sacerdozio e la Chiesa. Una “rivittimizzazione” non provata e un historiale pubblico di odio anticattolico che si spiega da solo. Difendersi dalla diffamazione non è calunniare.

2) Ostruzione all’autorità. Perché ci sia reato, bisogna impedire davvero l’esercizio del potere, non solo infastidirlo. I fatti: Delgado non aveva leve sul Sodalicio né sull’indagine; la sua presunta influenza non è che non risulti provata, è del tutto incoerente e assurda. Che c’entra un rispettoso battibecco su X con lo scioglimento di un Istituto di Vita Consacrata?, che ci azzecca il jolly onnipresente del Sodalicio (di nuovo) in questo caso? La missione pontificia ha seguito il suo corso e si è eseguita. Dov’è l’ostruzione? Ridicolo.

3) Incitamento all’odio contro la Sede Apostolica. La “prova stellare”: una battuta che al massimo risulta di cattivo gusto detta da un altro sacerdote. Delgado la ferma in diretta, chiede scuse pubbliche e reitera la sua comunione con il Papa. Questo tipo di reato richiede l’intenzione di incitare all’odio; qui non appare da nessuna parte.

Nel frattempo, misure durissime: un anno e mezzo di silenzio mediatico che ha operato come pena anticipata, il ritorno forzato in Spagna da un progetto entusiasmante negli Stati Uniti e la fama danneggiata. Il nuovo Libro VI parla di riparare, non di fabbricare colpevoli. Qui, il danno da riparare è quello che altri hanno fabbricato. E all’origine, conviene sottolinearlo, c’è un clima romano dove certi uffici della Dottrina della Fede hanno giocato a giudice e parte: denunciano, spingono, filtrano e solo quando i fascicoli finiscono in mani indipendenti e obiettive trovano, forse troppo tardi, un contrappeso alla loro agenda distruttiva.

La lezione è chiara e va per alcuni cloacari che hanno operato senza due dita di fronte nell’ultima fase del pontificato precedente: il diritto penale canonico esiste per proteggere beni reali, non per saldare vendette né per governare a colpi di spavento quando il Papa era meno presente nel giorno per giorno. Se le cloache segnano l’agenda a base di sussurri, dossier e campagne, il processo giudiziario si degrada in teatro e si discredita l’intera istituzione. Questa volta un Tribunale ha salvato i mobili. Ma nessuno restituisce a un sacerdote il suo ministero ferito, la sua voce silenziata e il suo onore calpestato per un anno e mezzo.

La sentenza di Francisco José Delgado Martín non è un aneddoto: è un avviso. Non tutto vale. La giustizia canonica qui ha funzionato. Ora manca la parte difficile: riparare e prendere misure per evitare che questo tipo di imbarazzi arbitrari si ripetano.

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