Opus Dei: Né un mattone nelle mani di Roma

Opus Dei: Né un mattone nelle mani di Roma

Chi abbia letto con attenzione la nota semplice dell’immobile di calle Lagasca 116 —angolo Diego de León, Madrid— avrà compreso meglio che con cento comunicati vaticani perché Roma può riformare statuti, ma non toccare mattoni. L’immobile, che non è altro che la sede centrale dell’Opus Dei in Spagna, non appartiene né alla prelatura, né al prelato, né a nessuna entità ecclesiastica. La proprietaria è una società anonima chiamata Inmobiliaria Urbana Moncloa, S.A., titolare del cento per cento della nuda proprietà dal 1966. E l’uso dell’edificio, per parte sua, spetta a una fondazione civile —Fundación Iniciativas de Acción Social— che gode del cento per cento dell’usufrutto per venti anni, dal 2013 al 2033, secondo atto notarile di Francisco Javier Vigil Quiñones Parga. L’edificio figura nel registro come “Edificio di Servizi”, non come tempio né bene ecclesiastico, e trascina ancora un’ipoteca antica della Banco Crédito Construcción. In sintesi: l’Opus Dei lavora lì, ma giuridicamente non è casa sua.

Questo schema —una società mercantile proprietaria, una fondazione civile usufruttuaria e nessun legame diretto con la Chiesa— non è un’anomalia. È lo stesso modello che troviamo a Torreciudad, dove il santuario e il suo entorno sono iscritti a nome di Inmobiliaria Aragonesa, S.A., con un usufrutto temporaneo a favore del Patronato di Torreciudad fino al 2035. In entrambi i casi, il modello è identico: l’opera spirituale si sostiene su una struttura civile ermetica, progettata per essere intoccabile. Né il Papa, né il vescovo, né il prelato possono disporre di quei beni. La proprietà appartiene al mondo del diritto privato, e l’usufrutto —che è ciò che dà accesso all’uso religioso o istituzionale— scade con il tempo. Roma può promulgare decreti, ma il notaio ha l’ultima parola.

L’ironia è che, mentre il Vaticano sogna di “riordinare” la mappa delle opere ecclesiali, i movimenti più istituzionalizzati hanno imparato da tempo a blindare il loro patrimonio al margine di Roma. Non per ribellione, ma per una miscela di prudenza, orgoglio corporativo e senso pratico. Dalla metà del XX secolo, quando i nuovi carismi hanno iniziato ad acquisire proprietà, colleges, università e centri di formazione, lo hanno fatto quasi sempre attraverso società e patronati civili. La Chiesa, che non ha mai sviluppato un diritto mercantile canonico efficace, ha tollerato che quelle strutture crescessero sotto l’idea che “tutto resta in casa”. Oggi si scopre che “casa” è una parola elastica: Roma può cambiare statuti, ma i titoli di proprietà non li muove nessuno.

Qualcosa di simile è accaduto con la Legione di Cristo. Dopo lo scandalo di Marcial Maciel, molti si sono chiesti perché il Vaticano non dissolvesse la congregazione. La risposta era tanto semplice quanto brutale: non c’era nulla da ereditare. Tutte le proprietà rilevanti —università, residenze, colleges, fondazioni— erano iscritte in mani di persone giuridiche civili, fuori dalla portata della Santa Sede. Sopprimere la Legione avrebbe significato assumere i suoi debiti e contenziosi senza accesso ai suoi attivi. Roma ha preferito il pratico: intervenirla a metà, cambiarle il vocabolario e lasciarla morire per inedia vocazionale. Un cadavere pietoso che nessuno deve seppellire. In fondo, la stessa logica si applica oggi all’Opus Dei: riformare, sì; toccare, no.

La nota di Lagasca e quella di Torreciudad non sono documenti isolati, ma capitoli di un unico romanzo giuridico. Entrambe riflettono lo stesso fenomeno: istituzioni cattoliche che, in nome della prudenza, hanno edificato la propria indipendenza patrimoniale. Roma può riformare carismi, ma non atti notarili. Può rinominare prelatura, ma non cambiare titolari registrali. Può parlare di carità e di povertà, ma il capitale è dove è sempre stato: in società e fondazioni con CIF, bilancio e patronato.

Il risultato è una paradosso che sfiora il teologico. I movimenti che nacquero proclamando la loro fedeltà incondizionata alla Chiesa si sono convertiti, a effetti patrimoniali, in entità civili blindate contro di essa. La Santa Sede, per parte sua, continua a non capire che il suo potere spirituale si evapora quando non ha controllo giuridico sulle opere che dice di tutelare. Non esiste un diritto mercantile canonico solido, e finché quel vuoto persisterà, ogni tentativo di riforma terminerà nella stessa constatazione: Roma può predicare la povertà, ma i beni sono in mani di notai.

A Madrid, la sede dell’Opus Dei non è un tempio, ma un attivo urbano con proprietario e usufruttuario perfettamente differenziati. A Torreciudad, il santuario e il suo entorno formano due finche registrali distinte: una, il tempio; l’altra, il complesso di servizi e accessi. E entrambe sotto lo stesso ombrello civile. La Chiesa ha permesso che per decenni si raccogliessero donazioni, eredità e lasciti in fondazioni estranee al suo controllo, e ora, quando cerca di intervenire, scopre che la proprietà le è sfuggita di mano. Ciò che un giorno si considerò prudenza si rivela come una strategia di indipendenza irreversibile.

Roma potrà continuare a parlare di riforme e carismi, di rinnovamento pastorale e di strutture più sinodali. Ma la realtà è ostinata. Né Torreciudad, né Lagasca, né la Legione, né tante altre opere sono più nella sua orbita giuridica. Sono pianeti che girano per inerzia, sostenuti dal denaro dei fedeli e da un’armatura legale che li rende intoccabili. E quando dai palazzi vaticani qualcuno si chiederà che ne è stato di tutto ciò, basterà una risposta semplice: i documenti erano in regola, ma a nome di altri.

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