Oggi esistono indizi già molto chiari, che InfoVaticana ha documentato ed esposto con rigore, di una campagna di comunicazione attentamente orchestrata per ripulire l’immagine di tutti gli implicati nel cosiddetto caso Lute. Non si tratta di chiarire i fatti, ma di riscriverli, costruendo un racconto di “cospirazione” destinato a screditare le vittime e il loro precedente avvocato. Sotto l’apparenza di un esercizio di giornalismo investigativo, media come Crux, Religión Digital e El País —con la giornalista Elise Allen come asse articolatore di questa narrazione— hanno promosso una versione manipolata che inverte i ruoli e confonde l’opinione pubblica.
L’origine del cosiddetto “rapporto Prévost” non era, come è stato falsamente riportato, in nessuna manovra del Sodalicio de Vida Cristiana, ma nell’organizzazione internazionale SNAP (Survivors Network of those Abused by Priests), un ente indipendente e riconosciuto per il suo lavoro di accompagnamento alle vittime di abusi ecclesiastici. Collegare Ricardo Coronado al Sodalicio è stato un tentativo grossolano di distogliere l’attenzione dal vero problema: una gestione ecclesiastica erratica, disordinata e priva di senso di giustizia proporzionale in un caso di abusi sessuali su bambine molto piccole. Coronado, l’avvocato che ha osato chiedere l’accesso agli atti, è stato massacrato mediaticamente, maltrattato istituzionalmente, dimesso dallo stato clericale e inabilitato per degli incontri consenzienti con una persona adulta. Senza giustificare l’inadeguato, ci si può chiedere cosa pensino Capella, Zanchetta o lo stesso Lute di fronte a una simile doppia morale. Se la Chiesa applicasse a tutti quel livello di severità, rimarremmo solo i laici.
Inoltre, Coronado non apparteneva al Sodalicio, né ha agito in rappresentanza di nessuno. Sono state le stesse vittime a contattarlo in cerca di aiuto, e questo dato smonta completamente la narrazione cospirativa promossa da Elise Allen e replicata senza contrasto da altri media. In realtà, non c’è nessuna cospirazione: c’è un caso mal risolto, mal gestito e peggio spiegato, la cui goffaggine ora si cerca di dissimulare mediante un’operazione mediatica di distrazione. La strategia di Allen —amplificata da Religión Digital e El País— si basa sulla fabbricazione di un racconto emotivo e semplicistico, in cui chiunque contesti la versione ufficiale viene etichettato come portavoce di una presunta “ultradestra ecclesiale”.
Quella strategia, oltre a essere ingiusta, è mal concepita. Pretendere di nascondere gli errori con più rumore mediatico è una fuga in avanti. El País e la giornalista Paola Nagovitch dovranno affrontare cause giudiziarie per non aver rettificato la manipolazione di un’intervista di oltre due ore con le vittime, editata in modo fazioso fino a stravolgere il senso delle loro dichiarazioni. Non si tratta di un errore giornalistico minore, ma di una distorsione deliberata di una testimonianza vulnerabile, utilizzata per sostenere uno script precedentemente deciso.
Il caso è stato gestito con innumerevoli errori, dalla mancanza di pratiche probatorie minime fino alla occultazione di documenti. Prolungare il conflitto, continuare a nascondere gli atti o ignorare chi ha sofferto direttamente i fatti non porta a nulla. Solo aggrava il danno, erode la credibilità istituzionale e alimenta il discredito di una Chiesa che ha bisogno di trasparenza, non di propaganda. Se Roma non assume con urgenza la responsabilità di rivedere quanto accaduto nel caso Lute, la strategia di Allen e dei suoi alleati mediatici finirà per affondare nel discredito assoluto tutti coloro che oggi cercano di coprire i propri errori. Perché il problema non sono le vittime né i loro avvocati: il problema è la menzogna organizzata affinché nulla cambi.