Nella Basilica di San Pietro, il Papa Leone XIV ha celebrato il Giubileo dei team sinodali e degli organi di partecipazione con un’omelia centrata sulla comunione e sul “camminare insieme”. Ha invitato i fedeli a superare “le logiche del potere” e a riscoprire “quelle dell’amore”, affermando che “nessuno è chiamato a comandare, tutti lo sono a servire”.
Il Pontefice ha descritto la sinodalità come segno visibile dell’unione tra Dio e gli uomini, ricordando che le strutture di partecipazione devono riflettere fraternità e servizio. Ma la sua riflessione ha messo in evidenza una distanza crescente tra il discorso sinodale e la vita reale della Chiesa.
Una teologia con omissioni inquietanti
Sebbene l’omelia mantenga una teologia formalmente solida, evita di menzionare un punto essenziale: la verità non si cerca da zero, ma è già stata rivelata nel Vangelo e trasmessa dalla Tradizione. Affermando che “nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo cercarla con umiltà, e insieme”, il messaggio omette che quella verità ha già un volto e una parola: Cristo stesso, vivo nella fede della Chiesa.
Quella omissione non è triviale. Se si distacca la ricerca della verità dal suo ancoraggio nella Rivelazione, la sinodalità rischia di sembrare un processo di consenso, più vicino al relativismo che al discernimento cristiano. La vera umiltà non consiste nel reinventare ciò che è già stato consegnato, ma nel riceverlo con fedeltà.
Un sinodalismo chiuso in se stesso
Oltre al piano dottrinale, l’omelia trascura un’altra realtà: i team sinodali non sono arrivati alle parrocchie né ai giovani. In molti luoghi, si sono trasformati in circoli amministrativi dipendenti dalle curie, lontani dalla vita concreta dei fedeli. Si parla molto di “ascolto”, ma quell’ascolto sembra sempre diretto agli stessi interlocutori, ignorando una gioventù che, lungi dal fuggire, riscopre la fede attraverso la liturgia e la tradizione.
Il risultato è una Chiesa che rischia di confondere apertura con dispersione, dialogo con indecisione. L’omelia di Leone XIV riflette buona intenzione e sensibilità pastorale, ma lascia intravedere una visione idealizzata, più centrata sulle procedure che sul fuoco interiore della fede.
Testo completo dell’omelia del Papa Leone XIV
GIUBILEO DEI TEAM SINODALI E DEGLI ORGANI DI PARTECIPAZIONE
SANTA MESSA – OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV
Basilica di San Pietro
XXX domenica del Tempo Ordinario, 26 ottobre 2025
Fratelli e sorelle:
Nel celebrare il Giubileo dei team sinodali e degli organi di partecipazione, siamo invitati a contemplare e a riscoprire il mistero della Chiesa, che non è una semplice istituzione religiosa né si identifica con le gerarchie o con le sue strutture. La Chiesa, al contrario, come ci ha ricordato il Concilio Vaticano II, è il segno visibile dell’unione tra Dio e gli uomini, del suo progetto di riunirci tutti in un’unica famiglia di fratelli e sorelle e di fare di noi il suo popolo, un popolo di figli amati, tutti uniti nell’unico abbraccio del suo amore.
Guardando al mistero della comunione ecclesiale, generata e custodita dallo Spirito Santo, possiamo comprendere anche il significato dei team sinodali e degli organi di partecipazione. Queste strutture esprimono ciò che avviene nella Chiesa, dove le relazioni non rispondono alle logiche del potere ma a quelle dell’amore. Le prime —per ricordare un’ammonizione costante del Papa Francesco— sono logiche “mondane”, mentre nella comunità cristiana il primato attiene alla vita spirituale, che ci fa scoprire che tutti siamo figli di Dio, fratelli tra noi, chiamati a servirci gli uni gli altri.
La regola suprema nella Chiesa è l’amore. Nessuno è chiamato a comandare, tutti lo sono a servire; nessuno deve imporre le proprie idee, tutti devono ascoltarsi reciprocamente; senza escludere nessuno, tutti siamo chiamati a partecipare; nessuno possiede la verità tutta intera, tutti dobbiamo cercarla con umiltà, e insieme.
Proprio la parola “insieme” esprime la chiamata alla comunione nella Chiesa. Il Papa Francesco ce lo ha ricordato anche nel suo ultimo Messaggio di Quaresima: «La vocazione della Chiesa è camminare insieme, essere sinodali. I cristiani sono chiamati a fare cammino insieme, mai come viaggiatori solitari. Lo Spirito Santo ci spinge a uscire da noi stessi per andare verso Dio e verso i fratelli, e mai a rinchiuderci in noi stessi. Camminare insieme significa essere artigiani di unità, partendo dalla dignità comune di figli di Dio» (Messaggio di Quaresima, 25 febbraio 2025).
Camminare insieme. Apparentemente è ciò che fanno i due personaggi della parabola che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo. Il fariseo e il pubblicano salgono entrambi al tempio a pregare, potremmo dire che “salgono insieme” o comunque si trovano insieme nel luogo sacro; e tuttavia, sono divisi e tra loro non c’è alcuna comunicazione. Entrambi percorrono la stessa strada, ma il loro camminare non è un camminare insieme; entrambi si trovano nel tempio, ma uno occupa il primo posto e l’altro, l’ultimo; entrambi pregano il Padre, ma senza essere fratelli e senza condividere nulla.
Questo dipende soprattutto dall’atteggiamento del fariseo. La sua preghiera, apparentemente rivolta a Dio, è solamente uno specchio in cui lui si guarda, si giustifica e si elogia a sé stesso. Egli «salì a pregare, ma non volle pregare Dio, bensì lodarsi da sé» (S. Agostino, Sermone 115,2), sentendosi migliore dell’altro, giudicandolo con disprezzo e guardandolo con disdegno. È ossessionato dal suo ego e, in quel modo, finisce per girare intorno a sé stesso senza avere una relazione né con Dio né con gli altri.
Fratelli e sorelle, questo può accadere anche nella comunità cristiana. Accade quando l’io prevale sul noi, generando personalismi che impediscono relazioni autentiche e fraterne; quando la pretesa di essere migliore degli altri, come fa il fariseo con il pubblicano, crea divisione e trasforma la comunità in un luogo critico ed esclusivo; quando si approfitta della propria carica per esercitare il potere e occupare spazi.
È al pubblicano, invece, che dobbiamo guardare. Con la sua stessa umiltà, anche nella Chiesa dobbiamo riconoscerci tutti bisognosi di Dio e bisognosi gli uni degli altri, esercitandoci nell’amore reciproco, nell’ascolto reciproco, nella gioia di camminare insieme, sapendo che «Cristo è con coloro che sono umili di cuore e non con coloro che si esaltano a sé stessi al di sopra del gregge» (S. Clemente di Roma, Lettera ai Corinzi, c. XVI).
I team sinodali e gli organismi di partecipazione sono immagine di quella Chiesa che vive nella comunione. E oggi vorrei invitarvi a che, nell’ascolto dello Spirito, nel dialogo, nella fraternità e nella parresia, ci aiutino a comprendere che, nella Chiesa, prima di qualsiasi differenza, siamo chiamati a camminare insieme in cerca di Dio, per rivestirci dei sentimenti di Cristo; aiutino a dilatare lo spazio ecclesiale affinché sia collegiale e accogliente.
Questo ci aiuterà ad affrontare con fiducia e con spirito rinnovato le tensioni che attraversano la vita della Chiesa —tra unità e diversità, tradizione e novità, autorità e partecipazione—, lasciando che lo Spirito le trasformi, affinché non si convertano in contrapposizioni ideologiche e polarizzazioni dannose. Non si tratta di risolverle riducendone alcune alle altre, ma di lasciarle fecondare dallo Spirito, affinché si armonizzino e si orientino verso un discernimento comune. Come team sinodali e membri di organismi di partecipazione sapete certamente che il discernimento ecclesiale richiede «libertà interiore, umiltà, preghiera, fiducia reciproca, apertura alle novità e abbandono alla volontà di Dio. Non è mai l’affermazione di un punto di vista personale o di gruppo, né si risolve nella semplice somma di opinioni individuali» (Documento finale, 26 ottobre 2024, n. 82). Essere Chiesa sinodale significa riconoscere che la verità non si possiede, ma si cerca insieme, lasciandoci guidare da un cuore inquieto e innamorato dell’Amore.
Cari fratelli e sorelle, dobbiamo sognare e costruire una Chiesa umile. Una Chiesa che non si erge come il fariseo, trionfante e piena di sé stessa, ma che si abbassa per lavare i piedi dell’umanità; una Chiesa che non giudica come fa il fariseo con il pubblicano, ma che si converte in un luogo accogliente per tutti e per ciascuno; una Chiesa che non si chiude in sé stessa, ma che rimane all’ascolto di Dio per poter, allo stesso tempo, ascoltare tutti. Impegnamoci a costruire una Chiesa totalmente sinodale, totalmente ministeriale, totalmente attratta da Cristo e quindi dedicata al servizio del mondo.
Su di voi, su tutti noi, sulla Chiesa diffusa nel mondo, invoco l’intercessione della Vergine Maria con le parole del servo di Dio don Tonino Bello: «Santa Maria, donna afabile, alimenta nelle nostre Chiese l’anelito di comunione. […] Aiutala a superare le divisioni interne. Interviene quando il demone della discordia serpeggia nel suo seno. Spegne i focolai delle fazioni. Ricconcili le dispute reciproche. Attenua le sue rivalità. Fermala quando decide di agire per conto suo, trascurando la convergenza in progetti comuni» (Maria, Donna dei nostri giorni, Cinisello Balsamo 1993, 99).
Che il Signore ci conceda la grazia di rimanere radicati nell’amore di Dio per vivere in comunione tra noi. Di essere, come Chiesa, testimoni di unità e di amore.