Durante una conversazione con i giornalisti sul Air Force One, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha sorpreso riconoscendo pubblicamente di non credere di essere destinato al paradiso. «Lo sapete, sto essendo un po’ ironico. Non credo che ci sia nulla che mi porti in paradiso, d’accordo? Davvero non lo credo. Penso che forse non sia destinato al paradiso», ha affermato, mostrando una franchezza insolita in politica.
Trump ha persino ironizzato dicendo che «forse sono già in paradiso proprio ora, mentre voliamo sull’Air Force One», ma ha immediatamente sottolineato la sua convinzione: «Non sono sicuro di poter arrivare in paradiso».
Una umiltà poco frequente in politica
Il aspetto più rilevante di queste parole non è la battuta, ma l’umiltà inaspettata di un leader mondiale che ammette di non considerarsi degno della vita eterna. In un ambiente politico dominato dalla superbia e dal trionfalismo, è notevole che un presidente riconosca con semplicità di non credere di meritare il paradiso.
Al contempo, Trump ha voluto valorizzare ciò che considera i suoi meriti nella vita pubblica: «Ho reso la vita molto migliore per tanta gente». E ha collegato la sua riflessione al terreno politico, assicurando che se l’elezione del 2020 non fosse stata «truccata», milioni di persone nel conflitto tra Russia e Ucraina sarebbero ancora vive, e che durante il suo mandato quelle tragedie non sono avvenute.
Tra la fede e la politica
Il presidente non ha separato del tutto la sua riflessione spirituale dal suo discorso politico. Ha ricordato il suo rapporto con Vladimir Putin e ha sostenuto che l’invasione dell’Ucraina non si sarebbe mai verificata sotto la sua amministrazione. Allo stesso modo, ha affermato che la situazione attuale in Medio Oriente, e in particolare in Israele, si è aggravata per ciò che ha qualificato come l’«incompetenza» dell’amministrazione che lo ha succeduto.
In questo modo, la sua dichiarazione ha oscillato tra la confessione personale di umiltà davanti a Dio e la critica feroce ai suoi avversari politici, che ha ritenuto responsabili di milioni di morti.
Una confessione che apre il dibattito
La frase di Trump ha un valore speciale: ammettere di non essere sicuro di meritare il paradiso è riconoscere il proprio limite davanti a Dio, qualcosa che si collega all’insegnamento cristiano secondo cui nessuno può salvarsi per i propri meriti, ma solo per la grazia divina. In quella linea, le sue parole possono essere interpretate come un gesto di umiltà che, sebbene tingato di ironia, riflette la condizione umana di fronte al mistero dell’eternità.
Ciononostante, è anche evidente che Trump ha approfittato di quel momento per rafforzare la sua narrativa politica, mescolando l’umiltà spirituale con il suo noto discorso sulle elezioni «truccate» e la presunta incompetenza dei suoi avversari.
Comunque sia, ciò che rimane è la confessione di un presidente che, interrogato se andrà in paradiso, non si presenta come qualcuno sicuro di sé, ma come un uomo che riconosce i suoi limiti e che, con tono ironico ma sincero, ammette che forse non è «destinato al paradiso».
