Leone XIV ha partecipato il 16 ottobre nella sede della FAO, a Roma, in occasione della Giornata Mondiale dell’Alimentazione, pronunciando un discorso in cui ha denunciato la persistenza della fame nel mondo come uno “scandalo” intollerabile.
Secondo i dati citati dal Pontefice, più di 673 milioni di persone vanno a letto ogni notte senza mangiare e 2.300 milioni mancano di una dieta adeguata. Ha condannato inoltre l’utilizzo della fame come arma di guerra, ricordando che il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite l’ha già qualificata come una grave violazione del diritto internazionale umanitario.
Con veemenza, il Papa ha chiesto agli Stati e agli organismi internazionali di abbandonare i discorsi solenni e passare all’azione:
“A cinque anni dal compimento dell’Agenda 2030, dobbiamo ricordare che raggiungere la Fame Zero sarà possibile solo se esiste una volontà reale per farlo, e non unicamente solenni dichiarazioni.”
L’insistenza sull’Agenda 2030
È notevole che il Papa inquadri la sua denuncia nel quadro degli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile dell’Agenda 2030, un progetto politico delle Nazioni Unite che, insieme a mete legittime come la lotta alla povertà, include anche proposte contrarie al Vangelo, come la “salute riproduttiva” che apre la porta all’aborto o l’ideologia di genere.
La fame è un dramma reale e la Chiesa ha l’autorità morale per denunciarlo dalla dottrina sociale cattolica. Tuttavia, subordinare questa denuncia all’Agenda 2030 rischia di presentare la missione profetica della Chiesa come parte di un piano politico internazionale, diluendo così la forza del Vangelo in un linguaggio tecnocratico.
La chiusura con Cristo
Tuttavia, il discorso si è concluso ricordando Gesù Cristo e il suo mandato ai discepoli di fronte alla folla affamata: “Date voi da mangiare” (Mc 6,37). Il Papa ha affermato che con il piccolo contributo dei discepoli, il Signore ha operato un miracolo, e ha chiesto di non stancarsi di implorare da Dio il coraggio e l’energia per continuare a lavorare per una giustizia duratura.
«La fame ha molti volti e pesa su tutta la famiglia umana. Ogni essere umano ha fame non solo di pane, ma anche di tutto ciò che permette la maturazione e la crescita verso la felicità per la quale tutti siamo stati creati. C’è fame di fede, di speranza e di amore, che deve essere canalizzata nella risposta integrale che siamo chiamati a dare insieme. Ciò che Gesù disse ai suoi discepoli di fronte a una folla affamata rimane una sfida urgente per la comunità internazionale: “Date voi da mangiare” (Mc 6,37). Con il piccolo contributo dei discepoli, Gesù realizzò un grande miracolo».
Questa chiusura, che restituisce al Vangelo la centralità del messaggio, mostra il vero orizzonte della Chiesa: non bastano programmi umani, ma è Cristo che moltiplica il pane e si dona come Pane di Vita.
Pubblichiamo di seguito il messaggio integrale di Leone XIV:
Signor Direttore Generale,
distinte Autorità,
Eccellenze,
signore e signori:
1. Permettetemi, innanzitutto, di esprimere il mio più cordiale ringraziamento per l’invito a condividere questa memorabile giornata con tutti voi. Visito questa prestigiosa Sede seguendo l’esempio dei miei Predecessori sulla Cattedra di Pietro, che hanno accordato alla FAO una speciale stima e vicinanza, consapevoli del rilevante mandato di questa organizzazione internazionale.
Saluto tutti i presenti con grande rispetto e deferenza, e attraverso di voi, come servo del Vangelo, esprimo a tutti i popoli della terra il mio più fervente desiderio che la pace regni ovunque. Il cuore del Papa, che non appartiene a se stesso ma alla Chiesa e, in certo modo, a tutta l’umanità, mantiene viva la fiducia che, se si sconfigge la fame, la pace sarà il terreno fertile dal quale nascerà il bene comune di tutte le nazioni.
A ottant’anni dalla istituzione della FAO, la nostra coscienza deve interpellarci ancora una volta di fronte al dramma —sempre attuale— della fame e della malnutrizione. Porre fine a questi mali spetta non solo a imprenditori, funzionari o responsabili politici. È un problema alla cui soluzione tutti dobbiamo contribuire: agenzie internazionali, governi, istituzioni pubbliche, ong, enti accademici e società civile, senza dimenticare ogni persona in particolare, che deve vedere nella sofferenza altrui qualcosa di proprio. Chi patisce la fame non è uno straniero. È mio fratello e devo aiutarlo senza alcun ritardo.
2. L’obiettivo che ci vede ora riuniti è nobile quanto ineludibile: mobilitare tutta l’energia disponibile, in uno spirito di solidarietà, affinché nel mondo non ci sia nessuno che manchi del cibo necessario, sia in quantità che in qualità. In questo modo, si porrà fine a una situazione che nega la dignità umana, compromette lo sviluppo desiderabile, costringe ingiustamente folle di persone ad abbandonare le loro case e ostacola l’intesa tra i popoli. Fin dalla sua fondazione, la FAO ha orientato instancabilmente il suo servizio affinché lo sviluppo dell’agricoltura e la sicurezza alimentare siano obiettivi prioritari della politica internazionale. In questo senso, a cinque anni dal compimento dell’Agenda 2030, dobbiamo ricordare con veemenza che raggiungere la Fame Zero sarà possibile solo se esiste una volontà reale per farlo, e non unicamente solenni dichiarazioni. Per questo stesso, con rinnovata urgenza, oggi siamo chiamati a rispondere a una domanda fondamentale: dove siamo nell’azione contro la piaga della fame che continua a flagellare atrocemente una parte significativa dell’umanità?
3. È necessario, e sommamente triste, menzionare che, nonostante i progressi tecnologici, scientifici e produttivi, seicentosettantatré milioni di persone nel mondo vanno a letto senza mangiare. E altri duemilatrecento milioni non possono permettersi un’alimentazione adeguata dal punto di vista nutrizionale. Sono cifre che non possiamo considerare mere statistiche: dietro ognuno di quei numeri c’è una vita troncata, una comunità vulnerabile; ci sono madri che non possono nutrire i loro figli. Forse il dato più commovente è quello dei bambini che soffrono di malnutrizione, con le conseguenti malattie e il ritardo nella crescita motoria e cognitiva. Questo non è casuale, ma il segnale evidente di un’insensibilità imperante, di un’economia senza anima, di un discutibile modello di sviluppo e di un sistema di distribuzione delle risorse ingiusto e insostenibile. In un tempo in cui la scienza ha allungato la speranza di vita, la tecnologia ha avvicinato i continenti e la conoscenza ha aperto orizzonti prima inimmaginabili, permettere che milioni di esseri umani vivano —e muoiano— colpiti dalla fame è un fallimento collettivo, un traviamento etico, una colpa storica.
4. Gli scenari dei conflitti attuali hanno fatto riemergere l’uso degli alimenti come arma di guerra, contraddicendo tutto il lavoro di sensibilizzazione portato avanti dalla FAO durante questi ottant’anni. Sempre più sembra allontanarsi quel consenso espresso dagli Stati che considera l’inedia deliberata un crimine di guerra, così come impedire intenzionalmente l’accesso al cibo a comunità o popoli interi. Il diritto internazionale umanitario proibisce senza eccezione di attaccare civili e beni essenziali per la sopravvivenza delle popolazioni. Alcuni anni fa, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha condannato unanimemente questa pratica, riconoscendo la connessione tra conflitti armati e insicurezza alimentare, e stigmatizzando l’uso della fame inflitta ai civili come metodo di guerra
[1]. Questo sembra dimenticato, poiché, con dolore, siamo testimoni dell’uso continuo di quella strategia crudele, che condanna uomini, donne e bambini alla fame, negando loro il diritto più elementare: il diritto alla vita. Tuttavia, il silenzio di coloro che muoiono di fame grida nella coscienza di tutti, anche se spesso è ignorato, zittito o distorto. Non possiamo continuare così, poiché la fame non è il destino dell’uomo ma la sua perdizione. Rafforziamo, dunque, il nostro entusiasmo per rimediare a questo scandalo! Non fermiamoci pensando che la fame sia solo un problema da risolvere. È di più. È un grido che sale al cielo e che richiede la rapida risposta di ogni nazione, di ogni organismo internazionale, di ogni istanza regionale, locale o privata. Nessuno può rimanere al margine della lotta accanita contro la fame. Quella battaglia è di tutti.
5. Eccellenze, oggi assistiamo a paradossi ultraggianti. Come possiamo continuare a tollerare che si sprechino ingenti tonnellate di alimenti mentre folle di persone si affannano per trovare nella spazzatura qualcosa da portarsi alla bocca? Come spiegare le disuguaglianze che permettono a pochi di avere tutto e a molti di non avere nulla? Come non fermare immediatamente le guerras che distruggono i campi prima delle città, arrivando persino a scene indegne della condizione umana, in cui la vita delle persone, e in particolare quella dei bambini, invece di essere curata svanisce mentre vanno in cerca di cibo con la pelle incollata alle ossa? Contemplando l’attuale panorama mondiale, così penoso e desolante per i conflitti che lo affliggono, dà l’impressione che ci siamo trasformati in testimoni apatici di una violenza lacerante, quando, in realtà, le tragedie umanitarie per tutti conosciute dovrebbero spingerci a essere artigiani di pace muniti del balsamo sanatore che richiedono le ferite aperte nel cuore stesso dell’umanità. Un’emorragia che dovrebbe attirare immediatamente la nostra attenzione e che dovrebbe portarci a raddoppiare la nostra responsabilità individuale e collettiva, svegliandoci dal torpore nefasto in cui spesso siamo immersi. Il mondo non può continuare ad assistere a spettacoli così macabri come quelli in corso in numerose regioni della terra. Bisogna porvi fine al più presto.
È giunta l’ora, dunque, di chiederci con lucidità e coraggio: meritano le generazioni future un mondo che non è capace di sradicare una volta per tutte la fame e la miseria? È possibile che non si possa porre fine a tante e così laceranti arbitrarietà che segnano negativamente la famiglia umana? Possono i responsabili politici e sociali continuare polarizzati, spendendo tempo e risorse in discussioni inutili e virulente, mentre coloro a cui dovrebbero servire continuano dimenticati e utilizzati in nome di interessi partitici? Non possiamo limitarci a proclamare valori. Dobbiamo incarnarli. Gli slogan non tirano fuori dalla miseria. Urge una superazione di un paradigma politico così radicato, basandoci su una visione etica che prevalga sul pragmatismo vigente che sostituisce la persona con il beneficio. Non basta invocare la solidarietà: dobbiamo garantire la sicurezza alimentare, l’accesso alle risorse e lo sviluppo rurale sostenibile.
6. In questo senso, mi sembra un vero acuto che la Giornata Mondiale dell’Alimentazione si celebri quest anno sotto il motto: “Mano nella mano per alimenti e un futuro migliori”. In un momento storico segnato da profonde divisioni e contraddizioni, sentirsi uniti dal vincolo della collaborazione non è solo un bel ideale, ma un appello deciso all’azione. Non dobbiamo accontentarci di riempire le pareti con grandi e vistosi cartelloni. È giunto il tempo di assumere un impegno rinnovato, che incida positivamente nella vita di coloro che hanno lo stomaco vuoto e si aspettano da noi gesti concreti che li strappino dalla loro prostrazione. Tale obiettivo può essere raggiunto solo mediante la convergenza di politiche efficaci e un’implementazione coordinata e sinergica degli interventi. L’esortazione a camminare insieme, in concordia fraterna, deve diventare il principio guida che orienti le politiche e gli investimenti, perché solo attraverso una cooperazione sincera e costante si potrà costruire una sicurezza alimentare giusta e accessibile per tutti. Solo unendo le nostre mani, potremo costruire un futuro degno, in cui la sicurezza alimentare si riaffermi come un diritto e non come un privilegio. Con questa convinzione, vorrei evidenziare che, nella lotta contro la fame e nella promozione di uno sviluppo integrale, il ruolo della donna si configura come indispensabile, anche se non sempre sufficientemente apprezzato. Le donne sono le prime a vegliare sul pane che manca, a seminare speranza nei solchi della terra, a impastare il futuro con mani callose per lo sforzo. In ogni angolo del mondo, la donna è architetta silenziosa della sopravvivenza, custode metodica della creazione. Riconoscere e valorizzare il suo ruolo non è solo questione di giustizia, è garanzia di un’alimentazione più umana e più duratura.
7. Eccellenze, conoscendo la proiezione di questo foro internazionale, permettetemi di sottolineare senza ambiguità l’importanza del multilateralismo di fronte a nocive tentazioni che tendono a erigersi come autocratiche in un mondo multipolare e sempre più interconnesso. Si rende, quindi, più necessario, più che mai, ripensare con audacia le modalità della cooperazione internazionale. Non si tratta solo di individuare strategie o realizzare prolij diagnosi. Ciò che i paesi più poveri attendono con speranza è che si ascolti senza filtri la loro voce, che si conoscano realmente le loro carenze e che si offra loro un’opportunità, in modo che si conti con loro al momento di risolvere i loro veri problemi, senza imporre loro soluzioni fabbricate in lontani uffici, in riunioni dominate da ideologie che ignorano frequentemente culture ancestrali, tradizioni religiose o costumi profondamente radicati nella saggezza degli anziani. È imperioso costruire una visione che permetta a ogni attore della scena internazionale di rispondere con maggiore efficacia e prontezza alle genuine necessità di coloro che siamo chiamati a servire mediante il nostro impegno quotidiano.
8. Oggi non possiamo più illuderci pensando che le conseguenze dei nostri fallimenti riguardino solo coloro che sono nascosti alla nostra vista. I volti affamati di tante persone che ancora soffrono ci sfidano e ci invitano a riesaminare i nostri stili di vita, le nostre priorità e il nostro modo generale di vivere nel mondo attuale. Per questa stessa ragione, voglio attirare l’attenzione di questo foro internazionale sulle moltitudini che mancano di accesso all’acqua potabile, agli alimenti, alle cure mediche essenziali, a un’abitazione dignitosa, all’istruzione di base o a un lavoro dignitoso, affinché possiamo condividere il dolore di coloro che si nutrono solo di disperazione, lacrime e miseria. Come non ricordare tutti coloro che sono condannati alla morte e alla sofferenza in Ucraina, Gaza, Haiti, Afghanistan, Mali, Repubblica Centrafricana, Yemen e Sudan del Sud, per nominare solo alcuni luoghi del pianeta dove la povertà è diventata il pane quotidiano di tanti dei nostri fratelli e sorelle? La comunità internazionale non può guardare dall’altra parte. Dobbiamo fare nostro il loro sofrimento.
Non possiamo aspirare a una vita sociale più giusta se non siamo disposti a liberarci dell’apatia che giustifica la fame come se fosse musica di sottofondo a cui ci siamo abituati, un problema senza soluzione o, semplicemente, responsabilità di altri. Non possiamo esigere dagli altri che agiscano se noi stessi non adempiamo ai nostri impegni. Con la nostra omissione, diventiamo complici della promozione dell’ingiustizia. Non possiamo aspettare un mondo migliore, un futuro luminoso e pacifico, se non siamo disposti a condividere ciò che noi stessi abbiamo ricevuto. Solo allora potremo affermare, con verità e coraggio, che nessuno è stato lasciato indietro.
9. Invoco su tutti i qui riuniti —la FAO e i suoi funzionari, che si sforzano ogni giorno di adempiere con virtù le loro responsabilità e dare esempio— le benedizioni di Dio, che si prende cura dei poveri, degli affamati e degli indifesi. Che Dio rinnovi in ognuno di noi quella speranza che non delude (cf. Rm 5, 5). Le sfide che abbiamo di fronte sono immense, ma lo sono anche il nostro potenziale e le possibili vie d’azione. La fame ha molti nomi e pesa su tutta la famiglia umana. Ogni essere umano ha fame non solo di pane, ma anche di tutto ciò che gli permette di maturare e crescere verso la felicità per la quale tutti siamo stati creati. C’è una fame di fede, speranza e amore che deve essere canalizzata nella risposta integrale che siamo chiamati a realizzare insieme. Ciò che Gesù disse ai suoi discepoli quando si trovarono di fronte a una folla affamata rimane una sfida chiave e urgente per la comunità internazionale: «Date voi da mangiare» (Mc 6, 37). Con il piccolo contributo dei discepoli, Gesù realizzò un grande miracolo. Non stancatevi, dunque, di chiedere oggi a Dio il coraggio e l’energia per continuare a lavorare per una giustizia che produca risultati duraturi e benefici. Nei vostri sforzi, potrete contare sempre sulla solidarietà e sull’impegno della Santa Sede e delle istituzioni della Chiesa cattolica, che sono disposte a uscire incontro e a servire i più poveri e sfavoriti in tutto il mondo.
Molte grazie.